U2, i tour che cambiarono la storia della musica. E la mia.

Esattamente oggi, ma un oggi di 29 anni fa, usciva uno dei due capolavori assoluti degli U2: Achtung Baby. L’altro è The Joshua Tree. A questi due album corrispondono due tour storici che lasciarono il segno nella storia della musica e nei fortunati presenti. Io sono stato tra questi…

1987 – 27 maggio, pomeriggio, Roma.
Imbottigliati in mezzo al traffico dentro una Panda. Eravamo reduci da una rissa sfiorata solo grazie a Emilio detto “Fragna”, che era sceso con la leva del cambio in mano (i cambi delle Fiat bastava svitarli) per minacciare il malcapitato romano che stava prendendo a calci la Fiat 127 di Luca, buono come il pane e reo di non si sa quale reato stradale. Caldo infernale e finestrini aperti. Per fortuna, perché in caso contrario il fumo delle “sigarette” avrebbe ridotto la nostra aspettativa di vita al massimo fino al valico della Somma.

Cosa stavamo facendo? Semplice, gli U2 sbarcavano quel giorno in Italia forti di un album uscito da neanche due mesi, ma che già odorava di leggenda. Era la prima data europea. Senza iTunes, senza social, senza chat, per gustare quel capolavoro ci si doveva abbeverare dalle radio e noi di quel bere eravamo gli osti, perché in radio ci vivevamo.

Perciò partimmo con una starting line composta da me, Antonello ed Emilio in Fiat Panda; Roberto, Luca e Fabio in Fiat 127. Arrivammo allo stadio Flaminio dopo due soste: quella a casa del fratello di Fabio, romano come lui, a ritirare i biglietti che aveva comprato per noi e quella per la rissa sfiorata di cui rideremo per anni, che superammo con la nonchalance tipica di chi conosce mezzi ad alto potere dissuasivo, come effettivamente fu la leva del cambio.

L’ingresso allo stadio fu da tregenda, una massa inaudita di giovani col biglietto in mano che spingevano per prendere posto davanti al palco. Entrammo in campo come un Fantozzi che entra in un autobus talmente stipato da entrare dietro per uscire davanti senza mai toccare il suolo, solo trascinato dalla gente.

Il set iniziale dei gruppi spalla valeva il prezzo del biglietto: i Lone Justice di Maria McKee, i Big Audio Dynamite di Mick Jones (ex chitarrista dei Clash) e i Pretenders di Chrissie Hynde. Poi calò il sole, venne sera ed ecco l’inizio che, noi non lo sapevamo, consegnò ufficialmente alla storia quel concerto.
Quando si spensero le luci, partì tutto.
Partì il RE e poi il SOL delle tastiere, partì Where The Streets Have No Name, partì il basso che fece tremare talmente tanto la struttura dello stadio che decine furono le telefonate degli abitanti del quartiere ai Vigili del Fuoco perché pensavano fosse il terremoto. Partì Bono con “Hello Roma, questo posto è grande, ma noi e voi siamo più grandE”. E allora il terremoto fu dentro il Flaminio, fratello povero dell’Olimpico, che quella sera sembrava più largo per contenerci tutti. Eravamo 47mila ed eravamo dentro la leggenda di un disco semplicemente perfetto.
In radio The Joshua Tree era logorato dall’uso. In radio dicevamo che pezzi come Running To Stand Still solo Dio li poteva aver scritti.
In radio esageravamo spesso, accecati da una passione indefinita.
In radio, però, spesso ci prendevamo.

1993 – 6 luglio, pomeriggio, Roma.
Scendo a Termini dal treno che mi porta alla stessa destinazione, allo stesso stadio, per la stessa band. Stavolta però sono solo, per un concerto che sembrava – sembrava – più comodo e “borghese” del primo. Senza risse, senza “sigarette” e ingresso comodo allo stadio. Ho una figlia piccola a casa e devo mantenere un contegno, diamine! L’unico indizio per non confondermi con chi viaggia per lavoro è lo zaino con il logo di Umbria Jazz in spalla.

A Roma mi aspetta Luciano, che lavora lì. A lui stavolta il compito di comprare il biglietto per tutti e due, perché Ticket One non c’era ancora. A dimostrazione di non essere più un “ragazzo da concerto”, ma “uomo da comodo parterre” avevo deciso di dormire a Roma per non affrontare una notte alla stazione come avevo fatto anni prima ad un concerto di Patti Smith, quando dormii sul pavimento della stazione di Terontola.

La scelta dell’albergo era spettata ovviamente a Luciano e la prima tappa è proprio quella, per darmi una rinfrescata e lasciare il cambio dei vestiti. Non mi ricordo bene quanto distava dallo stadio Flaminio, di sicuro un paio di autobus, ma il dramma non fu quello. Il dramma fu quando un portiere, scoionatissimo con la sigaretta in bocca stile motel Route 66, mi chiede i soldi in anticipo e mi dice: “Ah regazzì, qui a mezzanotte chiudiamo e il servizio di portineria non c’è”. “Ma come? Devo andare al Flaminio per un concerto e il mio amico qui è Carabiniere. Il concerto finirà alle 23.30. E come faccio?”. Non so perché specifico la professione di Luciano, forse perché spero di impietosirlo. Fatto sta che non lo scalfisco neanche di striscio. Registra il documento, chiude l’agenda e mi secca con lo sguardo. Poi con la testa indica il marciapiede, come a dire “E’ luglio. E’ caldo. Se fai tardi dormi lì”.

Achtung Baby era uscito due anni prima, ma gli U2 aspettarono di terminare Zooropa, nei negozi proprio durante le date del tour, prima di partire con uno spettacolo che reinventò i concerti dal vivo. Guarda caso, ero di nuovo nella storia.
Il concerto inizia con I Will Follow e termina con una straordinaria cover di Cant Help Falling In Love di Elvis. In mezzo Satellite of Love in duetto video con Lou Reed. Era il disco di One, di Mysterious Way, di Until The End of The World, ma regalano a Roma anche Bad, Pride, With or Without You e tante altre perle. Il tutto con uno spettacolo per gli occhi mai visto prima nel mondo della musica.

Il concerto è finito e l’orologio segna le 23.15. L’avventura inizia qui, così come finisce tragicamente il proposito di un concerto facile e comodo, da uomo maturo. Saluto Luciano poi corro verso gli autobus, che poi è la stessa cosa che fanno contemporaneamente altre 30mila persone. Riesco a salire su uno quasi a caso, ma la direzione è giusta, è quella indicatami da Luciano. Mi regolo un po’ con il tragitto fatto all’andata, un po’ con l’istinto. Riconosco la piazza del cambio bus. Ne aspetto un altro. Risalgo e un ragazzo mi dice che non passa per la via dell’albergo, ma che mi avrebbe detto la fermata più vicina: da lì un chilometro e mezzo a piedi. Terrore.
Quando scendo sono le 23.50 e l’“in bocca al lupo” del ragazzo dell’autobus è l’ultima voce che sento prima che l’acido lattico mi aggredisse per la corsa folle verso l’albergo. A mezzanotte e qualche minuto, con le gambe a pezzi e un affanno che Messner non ha mai provato nella sua carriera, arrivo davanti la porta della pensione.
Il malefico è lì con le chiavi in mano, pronto a rinchiudere tutti i clienti come un sadico secondino di Rebibbia. Prendo le chiavi della stanza e non rispondo al suo “buonanotte” per due motivi. Il primo la mancanza letterale di un minimo atomo di ossigeno. Il secondo, perché mi sarebbe uscito solo un “mavvaffanculo”.

Coltivate le passioni e andategli sempre incontro con lo zaino in spalla. E’ tutto qui il segreto 😉

© Marco Gubbini 2020

Di questo testo è stato creato un podcast in due parti a cura di Roberto Balducci. Qui sotto potete quindi anche “ascoltare” la storia dei due concerti.

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