Un rocker puro

Ivan GrazianiCi sono artisti che hanno dato alla musica più di quello che la musica ha dato loro. Ivan Graziani è uno di questi.
Ivan ha vissuto un periodo in cui, in questa Nazione e solo in questa Nazione, i cantautori o si inquadravano politicamente oppure si rimaneva come disorientati, perché ci si aspettavano testi rivoluzionari e non l’essenza, cioè la musica. Si sa, noi italiani siamo sempre stati molto rivoluzionari nelle canzoni e pochissimo nei fatti, ma questa è un’altra storia…

Come ben descritto dal critico musicale Paolo Talanca in un articolo di qualche tempo fa, Ivan è stato un cantautore sghembo, non usuale, perché grandissimo musicista. Sembrerà strano, ma il fatto di saper suonare molto bene la chitarra ha rappresentato per Graziani una specie di colpa grave da espiare, perché non piegava le sue canzoni a Sua Maestà il testo.
Come forse dovrebbe essere naturale nella musica, che proprio per questo non si chiama “letteratura”, dovrebbe essere il testo a doversi piegare alla melodia. Non il contrario.
Ecco perché non ascolto molto (quasi per nulla) i vari Guccini, Capossela & Co. e preferisco un Fuoco sulla Collina rispetto ad una Avvelenata. Mi arriva prima la comunicatività del suono, che quella della parola.
Ecco perché ho una leggera propensione a “leggere scrittori” e ”ascoltare musicisti”. Ce ne sono pochissimi che sono riusciti a fondere le due arti insieme, penso a Faber, o a Dylan, ma parliamo di talenti di natura divina.

Forte Ivan Graziani! In un periodo di musica politicizzata, in cui se non eri smaccatamente di sinistra ti classavano automaticamente di destra, andava dicendo: “A me della politica non me ne può fregare di meno. Mi interessa, invece, raccontare storie che toccano il sociale. C’è una bella differenza”.
E sì, c’è proprio una gran bella differenza.

Avrebbe compiuto 70 anni tra cinque giorni Ivan, se una malattia vigliacca non lo avesse cercato e trovato presto, a 51 anni.
Un rocker. forse il più grande rocker italiano, perché puro. Non mi dispiace il rock italiano attuale – anche se siamo e rimarremo per l’eternità anni luce lontani da Gran Bretagna e America – ma Ivan era altra roba. Era sudore, ma sudore impolverato. Era palco, ma un palco di legno. Era luci, ma di quelle che ti bruciavano addosso a pochi centimetri. Era rock, ma non di serie. Era un pezzo speciale, uno di quelli che, se fosse ancora in vita, non si sarebbe genuflesso di fronte al volere delle case discografiche.

Attenzione: Ivan, come tutti i rocker, era anche dolcissimo. Ma di quella dolcezza fatta di parole semplici.
Si dice che la più bella canzone d’amore di tutti i tempi sia Wonderful Tonight, che ha un testo che sembra scritto da un ragazzino di seconda elementare.
“Mi sento magnificamente, perché vedo la luce dell’amore nei tuoi occhi”, canta Clapton.
“E sei così bella che più bella non c’è e sei così dolce che più dolce non c’è”, canta Graziani.
Non proprio da Pulitzer, insomma. Ma vestite queste parole con le loro note e il risultato sarà un ricettacolo di emozioni al pari della Divina Commedia. Potenza della musica, ma anche la dimostrazione che la bellezza è sempre nelle cose semplici.

Un vero chitarrista deve morire sul palco” diceva Ivan. Non c’è riuscito, perché una malattia a cui le massime non interessano, lo ha spento piano piano. Una candela che non ha avuto il privilegio – perchè a volte è un privilegio – di un soffio improvviso, ma che si è consumata lentamente. Però si è fatto seppellire con una Gibson, che chiamava “mamma chitarra” e il gilet di pelle con un gancio per appenderla quella chitarra. Non si sa mai!

Rocker vero Ivan. Diceva “la chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda. Te la porti al mare, in montagna, in macchina. Prova a rimorchiare al mare con un pianoforte, portatelo sulla spiaggia. Voglio vedere come cazzo fai!”

Forte Ivan. Ci manchi.

 

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Reset, subito!

alluvioneBel servizio del Tg4 (visto per caso mentre mangiavo al volo in pizzeria) sull’alluvione di Genova, con paragoni tra il 2011 e ieri. Stessi posti, stesse angolature di ripresa, stessi danni, stesse lacrime. In parole povere non è stato fatto niente e i fondi stanziati per l’emergenza del 2011 chissà dove sono andati a finire.
Fine del servizio e subito dopo ne parte un altro. Senza tornare in studio. Il matrimonio della Hunziker: tre minuti di papillon, minigonne, tacchi 15, gioielli, ricchi premi e cotillon.

Questo è un Paese che va assolutamente resettato. Usciamo in 60 milioni dalle frontiere, causiamo un alluvione come quella di Genova, ma su scala nazionale. Poi rientriamo e ricostruiamo tutto. Avendo avuto però ben cura di lasciare dentro la frontiera una classe politica – sia quella vecchia col doppio petto, che quella giovane con i mocassini e i pantaloni a zompo (almeno è pronta per l’alluvione) – totalmente inefficiente e colombianamente corrotta fino al midollo.

Siate campanilisti!

fifa-world-cup-brazil-2014Siamo carichi a molla. Non potrebbe essere altrimenti. Non ci siamo potuti sottrarre a documentari, film e filmati dedicati ai Mondiali di calcio, con allegata lacrimuccia calante a loop nel rivedere il gol di Grosso alla Germania. Perché ce lo ricordiamo più di quello di Materazzi nella finale.
E poi questi, di Mondiali, càpitano a fagiolo. Giusto dopo il bagno di umiltà (e umiliazione) di quattro anni fa e già tanto lontani dalla favola del 2006. Insomma siamo di nuovo affamati di quelle emozioni.

Esiste una vasta letteratura, che definisce noi italiani come capaci di scoprire il senso di appartenenza solo in occasioni come questa.
Non è vero. Siamo belli vigili, ne sono sicuro. Vigili che sembrano dormienti, dei finti snob che dichiarano in ogni dove di essere cittadini del mondo (fa molto intellettuale), che bollano di campanilismo ogni accenno di disputa territoriale (altrui), di difesa delle tradizioni (altrui). Però se gli tocchi qualcosa di proprio, diventano difensori di stampo medievale tra i più feroci e strenui.

Non c’è mica niente di male. L’attaccamento alla propria città, alla Nazione, ai propri usi, costumi e tradizioni, se non sfocia in estremismi, è sempre un fatto non solo positivo, ma anche aromatizzante.
Alla vigilia dei Mondiali di Germania 2006 i giornali tedeschi furono di un offensivo al limite della legalità. Gli stessi Azzurri hanno sempre dichiarato che proprio quei giornali furono tra gli artefici del trionfo, dato che riuscirono a scatenare una rabbia agonistica senza precedenti.

Che cosa sarebbe stata Italia-Germania, la semifinale, senza campanilismo? Prendete quello stadio stracolmo di tedeschi, con un piccolissimo settore macchiato di tricolore. Prendete il gol di Fabio Grosso a due minuti dalla fine. Prendete tutto questo e spogliatelo dal senso di attaccamento alla propria comunità (termine dizionariesco del campanilismo). Che cosa ne resta? Semplicemente nulla. Applausi teatrali verso bei gesti tecnici. Denudate l’urlo di Grosso, quello che ci ha fatto piangere dalla gioia, dalla rivalità immortale italo teutonica. Fabio sarebbe andato a prendere la palla dal fondo della rete e poi avrebbe trotterellato verso il centrocampo tra le strette di mano dei compagni di squadra… e le congratulazioni dell’avversario.
Spogliate tutte le partite delle vostre pazze esultanze, dettate dall’antagonismo verso i tedeschi, dall’odio sportivo verso gli inglesi e i francesi, dalla rabbia-invidia che nutriamo verso gli spagnoli che negli anni ci hanno scippato il calcio più bello. Spogliatele e non rimarrebbe nulla, perché il calcio, lo sport, senza questo è semplicemente nulla.

Allora stasera siate i più campanilisti del mondo, da qui a mezzanotte trovate un motivo per odiare – un’ora e mezzo – gli inglesi. Poi, di seguito, gli altri. La vittoria sarà quanto di più inebriante. La sconfitta ci lascerà un senso di rivalsa che servirà per la gara seguente.
Forza Azzurri!

Buon compleanno Italia!

Tutto bello oggi. La città imbandierata, le massime su facebook, i giornali. Tutto. Vorrei però che fosse il 17 marzo sempre. O perlomeno che diventasse una volta l’anno il nostro 4 luglio. Invece da domani ricominceremo a guardarci in cagnesco destra e sinistra, italiani italiani e italiani acquisiti, veneti e campani. Torneremo sugli spalti del nostro stadio che ha la curva nord a Milano e la curva sud a Palermo. Buon compleanno Italia. Oggi ti amo, ma domani ricomincerò ad odiarti, perché mi farai scervellare per cercare un motivo per farti amare di nuovo…

Ci arriveremo mai?

Il 18 gennaio 2009 a Washington c’è la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Barak Obama…
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Mezzo milione di persone. Hanno dismesso i colori della contesa elettorale per indossare quelli della Nazione. Non una bandiera che non fosse a stelle e strisce. Democratici, repubblicani, bianchi, neri, gialli. Tutti uniti nel sostenere il nuovo Presidente. Un concerto nel motto “We are One”, perché da ora in poi si torna uniti, d’ora in poi conta solamente il Paese, la difesa della democrazia, il sogno americano.

Stupendo quello che è successo ieri a Washington… Come se PDL, PD, Lega, IDV, Berlusconi, Veltroni, Di Pietro o Pinco Pallino si ritrovassero tutti insieme in piazza nel dopo elezioni, uniti nel nome dell’Italia, a festeggiare il vincitore, ad augurargli buon lavoro e a posare la mano destra sul cuore sulle note di “Pride – In The Name of Love”…

Ci arriveremo mai?