La storia finisce qui…

carlo_angelo_luzi25Tutto finisce, o quasi. Oggi termina ufficialmente un’avventura iniziata nel 1998, quando furono pubblicate le prime righe su gualdocalcio.it. Da lì a diventare addetto stampa di anni ne passarono altri sei. In mezzo, montagne di fotografie, articoli, pagelle, interviste, programmi televisivi e tanti tanti chilometri.

Oggi ho ufficialmente dato le dimissioni da un mondo che mi ha regalato tanto e a cui io ho dato una fetta importante della mia vita. Sia come addetto stampa, ma anche come dirigente accompagnatore. Panchine, fango, pioggia, chilometri, cabine stampa “simil pollai”, ma anche quelle di stadi importanti. Una fetta di vita le cui domeniche sono magicamente scomparse dal calendario prezioso della famiglia per seguire quello calcistico.

Non è la recente retrocessione, che mi ha fatto fare questo passo. Ci mancherebbe. O meglio: non nel senso che pensate. Nell’estate del 2006 passai d’incanto, in pochi giorni, dallo scattar foto allo stadio Del Conero di Ancona a un campo dell’hinterland perugino. Senza tribune, con sedie di plastica da picnic a funger da seggiolini e sovrastante un orto con tanto di galline. Senza batter ciglio, perché sono la maglia e i colori che contano, mica la scenografia.

Questo passo è la conseguenza di tante componenti.
In primis il campanello d’allarme del calo di entusiasmo. Un compito tanto impegnativo e per lo più fatto – sempre – gratis, ha bisogno del carburante dell’entusiasmo per mettersi in moto il fine settimana. A prescindere dai risultati questo è stato un campionato da me fatto col serbatoio sempre mezzo vuoto dall’inizio. E non va bene.

Poi c’è un fattore fondamentale: la perdita del senso di appartenenza.
Non sentire appartenenza nel calcio è come mangiare una carbonara senza uovo. Semplicemente il calcio non esiste più. E questo vale per tutti gli sport di squadra.
C’ero anch’io in quel gruppo di lavoro di 14 persone che creò una fusione di cui ero convinto, di cui tutti erano convinti, ma che alla lunga non si è dimostrata capace di rispettare l’intento iniziale: l’essere ambiziosi e migliorare sempre di più. Questa era la mission dichiarata al mondo. Questo non è stato rispettato. Di conseguenza, come componente di quel gruppo di lavoro, ma ovviamente a titolo strettamente personale, ho l’umiltà di dire: “Scusate, mi sono sbagliato”. E mi scuso anche per non essere riuscito a crearlo quel senso di appartenenza.
La vita è fatta di passi giusti e di inciampi. La vita è fatta di progetti che all’inizio sembrano vincenti, ma che alla fine non si dimostrano tali. E’ normale.
Una retrocessione in genere non conta nulla, perché il calcio è promozioni e retrocessioni, alti e bassi, ruote che girano.
Però in questo contesto conta molto. A soli tre anni da quella ‘mission’ conta moltissimo. E secondo il mio personalissimo parere significa che il progetto è quasi fallito. Non sto qui ora a enunciare i ‘perché’ e i ‘come’. Sarebbe comunque solo una mia insignificante opinione personale e non è neanche questa la sede giusta per parlarne.

Questa è la sede invece per augurare a tutta l’attuale società di rialzarsi presto e riprendersi quanto perso quest’anno. Glie lo auguro, perché all’interno c’è un mondo di volontari che merita tutto il bene. Però per me l’avventura “interna” termina qui. In maniera definitiva.

Tutto finisce. O quasi, perché continuerò a seguire il calcio gualdese come operatore dell’informazione per Gualdo News e quasi sicuramente, quando il tempo me lo concederà, finirò l’opera di restauro del sito gualdocalcio.it, uno dei più vecchi d’Italia, che rinascerà sotto forma di archivio storico.
La recente esperienza con il libro di Daniele Amoni sul calcio gualdese, quel teatro gremito il giorno della presentazione, mi ha convinto ancor di più di quanto conti la nostra storia e di quanto stolto sia chi dice che la dobbiamo dimenticare per guardare avanti. Ma che stupidaggine è questa? Bisogna avere l’intelligenza di guardare avanti con un occhio al passato! Ecco quel che bisogna fare. Per non incorrere negli stessi sbagli e seguire strade che si sono rivelate piene di successo.
Perciò tutto il materiale in mio possesso andrà a riempire quel sito a riposo, ma non impolverato, che giace nei magazzini di internet.

Alla fine, in questi casi, si deve esprimere riconoscenza.
Allora dico grazie a tutti coloro che mi hanno dato fiducia in questi anni. A tutti i colleghi che ho conosciuto in oltre dodici anni nei campi e nelle cabine stampa tra serie C, Promozione, Eccellenza e serie D. Grazie in particolar modo agli amici della redazione sportiva dell’ex Giornale dell’Umbria che per prima ha iniziato a pubblicare le mie foto e a volte anche qualche mia cronaca, come sempre fatta più di cuore che di tecnicismi calcistici. Grazie anche per la scuola di giornalismo che è stata.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dimostrato di sapere quanto conti e quanto lavoro ci sia dietro un ufficio stampa. Ringrazio anche coloro che ancora non sanno che cosa significhi fare l’addetto stampa, perché mi hanno dato la volontà di migliorarmi ancora di più: nell’accoglienza degli amici giornalisti ospiti, nel rappresentare la società nelle trasferte più lontane e nel gestire la stampa locale.

Non faccio nomi per paura di dimenticarne tanti, ma il direttore generale Giuseppe Ascani lo voglio citare. E’ solo per lui che la decisione di lasciare è arrivata con un anno di ritardo. Peppe mi ha detto: “Stai con me un altro anno e poi, se vuoi, lasci”. L’ho fatto, solo per lui, e spero con tutto il cuore di essere stato all’altezza di aver svolto il mio compito anche con entusiasmo dimezzato. L’ho fatto, perchè Peppe è un patrimonio gualdese.
Fare l’addetto stampa in serie D in questi tre anni, è stato ovviamente più difficile e impegnativo che farlo in Eccellenza, ma anche non ovviamente più difficile che farlo in serie C, quando non c’erano i social e la rete non era così esigente come lo è ora. Farlo con poco entusiasmo e con poca passione è dura, quindi è giusto che ora passi il testimone.

Lascio tutto con una convinzione suprema: che nonostante mi piaccia fare il birichino con la penna, mai mi sono permesso di scrivere, in tutti questi anni, mezza riga che andasse al di fuori del ruolo di addetto stampa. Se si fa una scelta, questa va sposata fino in fondo ed è quello che ho sempre fatto senza timore di essere smentito. Scrivere essendo al servizio di una società significa seguire un canovaccio già precostituito. Significa limitarsi a raccontare le cose senza commentarle. Significa tenersi dentro sentimenti che giornalisti senza vincoli possono esternare senza un pensiero. Significa scrivere comunicati di esonero freddi come la neve, anche se il cuore dentro ti spinge a scrivere una poesia. E’ dura, ma penso di aver resistito abbastanza bene.
C’è stato addirittura chi ha pensato che dietro certi articoli “cattivelli” della stampa locale – cattivelli si fa per dire, la cattiveria nel giornalismo sportivo è altro – ci sia stato sempre io. Tranquilli: non sono così potente da deviare le menti di colleghi “pensanti” per conto loro.

Grazie a tutti gli allenatori, i calciatori piccoli e grandi, i vari staff con cui ho condiviso questa avventura. Grazie ai tifosi. Portatori sani di gualdesità. Gente che ha cavalcato le soleggiate onde del successo, ma che ha saputo anche non affondare nelle tempeste che caratterizzano la storia, non solo sportiva, di questa nostra città. Gente che quando si è fatto leva sull’appartenenza non ha mai mancato gli appuntamenti. Gente che ha ingoiato bocconi amari e che ha sposato tutte le vicende degli ultimi anni, senza però mai perdere la propria identità.

Lascio con la speranza di aver lasciato un segno di professionalità. Perchè essere professionali è molto, ma molto più importante di essere professionisti.

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Pescara venti anni dopo, la fortuna di esserci stati

pescara04Siete stati grandi lo stesso”. “Oggi tutta Fabriano vi ha guardato”. “Forza Gualdo”. E’ quasi mezzanotte quando una fiat Tipo, con un’esausta sciarpa biancorossa appesa al finestrino, si affaccia a passo d’uomo su una via centrale di Fabriano gremita di gente per il neonato Palio di San Giovanni Battista. Con quella sciarpa e con quell’auto targata PG ci avevano riconosciuto subito: eravamo quattro dei tremilacinquecento reduci di Pescara.

Sono passati venti anni esatti da quel 24 giugno 1995. Allora abitavo a Fabriano e credetemi quando vi dico che il lunedì nei bar, dai barbieri e in piazza si parlava del Milan, dell’Inter, della Juve… e del Gualdo.

Venti anni col ricordo di quella sciagurata, ma magica partita che segna tuttora il punto più alto della notorietà calcistica – e non solo – della nostra città. Quel giorno la serie B la conquistò l’Avellino, allenato dalla leggenda della Juve Zbigniew Boniek. Cedemmo ai rigori, solo ai rigori, e l’urlo di Marco Landucci quando parò il rigore del nostro immenso Massimo Costantini, ci causa ancora oggi uno stato d’animo esatto e contrario rispetto a quello che ci fece provare l’urlo di Marco Tardelli ai mondiali del 1982. Oggi Boniek è il presidente della Federcalcio polacca e Landucci il vice di Allegri alla Juventus.

I brutti ricordi tendono a cancellarsi. Infatti, fateci caso, quando si parla di quella giornata epica, si cita il più delle volte ”lo spareggio di Pescara” e non “lo spareggio con l’Avellino“. Ma non si può cancellare il fatto che cedemmo solo ai rigori di fronte a quel gigante bianco verde e ai suoi quindicimila tifosi. Cedemmo solo ai rigori e solo quando ormai tantissimi di quei supporters campani erano dentro il campo di gioco nel momento in cui Costantini si apprestava a scrivere la parola The End in quello che, scommetto, resta ancora il film più visto della sua vita.

Non si vuole però celebrare la ricorrenza con i soliti episodi i cui dubbi ancora si rincorrono a distanza di quattro lustri. La celebriamo perché vinse una città, la nostra, che una volta tanto si ritrovò unita, compatta e orgogliosa di ogni atomo di cui era composta. Potere del calcio.

La straordinaria voce di Maurizio Compagnoni, secondo me il migliore telecronista che l’Italia abbia mai avuto, in diretta su Tele+ non lesinò complimenti alla nostra tifoseria, alla nostra città e a quella squadra, perché in quel freddo e umido giorno di giugno, lì in riva all’Adriatico la notizia non era l’Avellino che voleva riconquistare la B, ma una cittadina che voleva non aprire gli occhi e continuare a sognare.

Di quella giornata ho quattro flash.
Il primo è l’ingresso in curva. Entrammo per ultimi e la vista di quello stadio da serie A già stracolmo mi fece pensare che forse noi, comunque sarebbe andata, avevamo già vinto, perché vedere quelle maglie in quel contesto odorava di irreale.
Il secondo è il gol di Tomassini, che quasi mi fece cadere dalla balaustra. Quella rete mandò in tilt tremilacinquecento cervelli, che passarono gli istanti successivi a fantasticare le sfide con il Bologna, il Verona o il derby col Perugia dell’anno successivo.
Il terzo è la fiumana di tifosi avellinesi, riversatesi in campo anche prima dell’ultimo rigore con un gruppetto che badò solo a tirarci di tutto.

Il quarto è il più bello ed è l’autogrill dalle parti di Giulianova dove ci fermammo a cena. Un televisore acceso sulla pagina del Televideo col risultato della partita, qualche tifoso con cui scambiammo veloci e mesti saluti e poi, all’improvviso e mentre stavamo già a tavola, la squadra col presidente Barberini.

Un applauso, quell’applauso che modificò per un istante i loro volti, scuri come la notte che stava facendo capolino in autostrada, partì da me non appena Arturo Di Napoli fece ingresso nella sala ristorante. Lo citò più volte, il Presidentissimo, quell’applauso dei tifosi. E chissà che non fu quello che gli ricaricò immediatamente le pile, in quel momento completamente scariche. Come quando, dopo lo spareggio (un altro) perso tre anni prima con l’Imolese a Fano, entrò negli spogliatoi in lacrime e abbracciò tutti i suoi ragazzi con un “Forzaaaaaa, che il prossimo saremo più forti di adesso”. Lo fummo, più forti, negli anni a venire anche se purtroppo mai fortunati.

Dopo venti anni la fortuna è di averla vissuta quella giornata, quel periodo che nessuno può cancellare e che bisogna sempre tenere stretto nella mente e nel cuore, perché la storia deve – o almeno dovrebbe – aiutare ad affrontare il presente ed il futuro in maniera più saggia e consapevole. La fortuna è di aver potuto ridere, esultare, imprecare, piangere, non per una partita di calcio, ma per una Città che stava vivendo una cosa grandissima. Forse più grande di lei.

Mai più vista una comunità unita come quel giorno e le ore che lo precedettero. Mai più. Non so se è uno dei poteri magici dello sport. Forse sì. Forse è stata una di quelle cose che durano giusto il tempo dell’evento e poi d’incanto scompaiono per lasciare di nuovo spazio all’egoismo e al disfattismo di tutti i giorni. Però se dedicassimo a quel senso di appartenenza anche solo un’oretta al giorno, come fosse un abbonamento in palestra, chissà, forse quelle emozioni, e non solo in ambito sportivo, potrebbero tornare a rivivere. E guardate che sono belle emozioni.

La storia è un grande presente

sangiooldnewÈ bello avere dei conti in sospeso col calcio, perché il bello del calcio è che, prima o poi, ti da l’occasione per riportarli in pareggio quei conti. Non è detto che tu ci riesca, ma l’occasione, stai tranquillo, te la concede. Potranno passare mesi, anni. A dirlo alla Venditti si possono fare giri immensi, ma poi si ritorna.

Undici anni fa si usciva dallo stadio di San Giovanni Valdarno frustrati, delusi, mortificati e avviliti. Non tanto per il risultato, ma per l’ennesimo maledetto modo con cui era venuto. Con lo stesso maledetto furto con cui ci avevano soffiato la serie B un po’ di anni prima.

Stavolta ci avevano scippato la C1. La squalifica del loro uomo “più”, Baiano, annullata. La curva già in costruzione per la serie superiore. Un rigore, forse il più inesistente della storia del calcio, decretato guarda caso per un non fallo su Baiano. Penalty ed espulsione. Modi diversi, ma stessa sostanza di Pescara ’95.

Oggi, undici anni dopo, entrare in quello stadio mi ha fatto un certo effetto. Così come ha fatto un certo effetto, nella gara di andata, rientrare al Carlo Angelo Luzi al collega di San Giovanni Valdarno che oggi me l’ha proprio detto: “Ci sono stadi e città che non dimentichi mai”. Lui aveva bei ricordi, io un po’ meno. Mi ha anche detto “Mica era rigore quello!”. E lo so che non era rigore. Lo so che era tutto scritto. E se lo dico io, che credo poco o niente ai complotti, che non penso mai male, vi dovete fidare: era già tutto scritto.

Quest’anno abbiamo preso quattro punti su sei alla Sangio. Dopo undici anni ci siamo ritrovati e la nostra piccola rivincita – minuscola se si pensa alla differenza della posta in palio – ce la siamo presa. Oggi passava una delle tante occasioni che il calcio concede e ce la siamo messa in tasca sorridendo.

Non date retta a chi dice che conta sempre e solo il futuro.
Bisogna lavorare sempre per l’oggi e il domani, ci mancherebbe. Proprio com’è nella vita. Ma il calcio, proprio come la vita, è nulla senza il senso di appartenenza, senza il ricordo di città, stadi, persone che ci sono sfilati davanti e ci hanno regalato emozioni. Belle, brutte, ma pur sempre emozioni. Il calcio sarebbe totalmente insipido senza il sale che ti regalano certi ricordi, senza desideri di rivincite uguali alla sensazione che ho provato oggi. Non vendette. Rivincite.

La storia spesso è un grande presente e mai solamente un passato. La storia è il motivo per cui siamo come siamo. Non conta solo oggi e domani. Il calcio, per chi lo vive come me, non è solo un gol, un’azione, una vittoria. Il calcio è stadi, città, dialetti, bandiere, colori, orgoglio. E capisci che la passione che ci metti è quella buona, quando entri, come oggi, in luoghi che ti fanno accelerare il cuore quel tanto che basta a farti pensare “Cavolo, ho beccato una di quelle occasioni di rivincita che ti regala lo sport”. Un’emozione che ha fatto un giro immenso di undici anni. E poi è tornata.

Sul pullman, tornando da San Giovanni Valdarno ho letto una bella frase su Facebook: “Non stancarti mai di aspettare, perché il giorno più bello potrebbe arrivare domani”.
Ecco, in mezzo a tutti i mille problemi che ci sono oggi so che questo è un atomo, ma Pescara e l’Avellino sono sempre stadi e città vivi nelle mente di chi crede nella storia e nella poesia del calcio. Non sarà oggi, forse non sarà neanche tra altri undici o ventidue anni. Forse la durata della nostra vita non ci permetterà di assaporarla mai questa occasione. Ma teniamo la storia sempre in vita e qualche volta ubriachiamoci di ricordi. Affinché questi rimangano non solo vivi, ma anche belli caldi. Affinché una partita di pallone, da stupida, diventi un motivo di orgoglio e di rivincita. Affinché possa essere onorata la storia di chi ci aveva provato, ma non c’era riuscito.

Paolino ed Ivan

Bellucci gol FiorentinaArticolo per il sito ufficiale del Gualdo Casacastalda alla vigilia della gara interna contro il Fiesole Caldine (serie D 2013/2014)

Lui mi ripeteva che quando avesse avuto un giocatore bravo, sarebbe stato mio. Nel periodo in cui ero dirigente del Toro, mi chiamò: ‘Domenica debutta un ragazzo di 17 anni, lo mandi a vedere, perché è molto bravo. Se vuole è suo’. Giocò nel secondo tempo. La squadra perse 3-2, ma il ragazzo segnò un gol partendo da metà da campo, roba da grande giocatore“.
Personaggi ed interpreti. ‘Lui’ era Angelo Barberini, il ‘dirigente del Toro’ Sandro Mazzola e il ‘ragazzo di 17 anni’ Paolo Bellucci, che di anni però ne aveva ancora sedici.

Il calcio non è nient’altro che la vita. In una partita di novanta minuti si cade e ci si rialza decine di volte. Esattamente come nella vita. Nel calcio è sufficiente essere quell’attimo nel posto giusto al momento giusto per buttare la palla in rete. Come nella vita, in cui a volte basta una piccola, banale e fortuita coincidenza per far accadere una svolta, che quella vita te la cambierà.

La storia che avete letto sopra, Sandro Mazzola l’ha descritta nel suo recente libro “Ho scelto di stare davanti alla porta”, però ve la voglio raccontare io, che c’ero. Non per farlo meglio, ma per farlo di più.

Avete presente le tessere di un puzzle? Ecco, immaginatele prendere vita tutte insieme e incastrarsi da sole per formare una combinazione perfetta. Per Paolo Bellucci l’unico fastidio di quella giornata fu il risultato e la pioggia battente. Il resto fu sola magia.

La scatola del puzzle si apre in una piovosissima domenica di settembre del 2002, ma le tessere, alle ore quindici, sono tutte ancora in ordine sparso nella scatola.
L’osservatore inviato da Mazzola è sugli spalti del Carlo Angelo Luzi. Lui non lo sa, ma a distanza di qualche metro ci sono due colleghi. Uno l’ha mandato la Juve e l’altro il Milan. Difficile per loro, oggi, aspettarsi qualcosa di diverso dalle altre domeniche. Il solito ragazzino da visionare e il solito rapporto da mandare in sede. “Velocità: 8. Possesso di palla: 7. Senso tattico: 7”. Un fax e via, in attesa del prossimo stadio. Oggi è diverso, ma ancora nessuno lo sa.

Si gioca Gualdo – Fiorentina, campionato di C2. E’ la quarta giornata. Un torneo ancora neonato, ma di cui tutti conoscono il colore che avrà da adulto: viola. La Fiorentina reduce da un fallimento devastante, deve subito tornare nei piani alti del calcio italiano. Così vuole il neo presidente Della Valle e così vuole una città abituata a ben altri palcoscenici. La gara è in diretta nazionale sui canali Rai. Praticamente, oggi, al Carlo Angelo Luzi c’è tutta Italia.
Alle ore sedici e undici minuti le tessere del puzzle iniziano ad animarsi. Il Gualdo è sotto di tre gol, grazie (mica tanto) ad una doppietta di Riganò e al primo gol nel calcio professionistico di un giovane Fabio Quagliarella, cercato anche dai biancorossi in estate.

Il mister del Gualdo Ettore Donati, bagnato come un pulcino, si gira verso la panchina. “Paolino scaldati”. Per Paolo Bellucci, ragazzino di sedici anni, doversi scaldare pensando di entrare in campo in una partita simile è un eufemismo.  È già bollente.
L’inviato del Torino prepara il taccuino e la penna. Fin lì aveva visto un copione scontato e forse anche monotono. Tutto si sarebbe aspettato meno che un colpo di scena.

Noi, a questo punto, possiamo anche dimenticare l’evento, il pubblico, le urla dei tifosi, la Rai e dirigere l’attenzione verso due persone. Uno è Paolino, l’altro è un giocatore che ha il compito di difendere la porta della Fiorentina. Si chiama Andrea di nome e Ivan di cognome, ha una folta chioma bionda e fino ad ora si stava quasi annoiando, anche maledicendo tutta quella pioggia e quel freddo inatteso di fine settembre. Si sa, i portieri quando è freddo sentono freddo. A differenza di quelli lì davanti, che corrono per novanta minuti.

Paolino prende posizione nel terreno di gioco.
Dieci minuti. Il tempo di realizzare che lì a centrocampo c’è anche un certo Angelo Di Livio, che aveva visto e tifato in televisione solo quattro mesi prima ai Mondiali di Corea! E ancora prima in un altro Mondiale e due Europei. Che cosa straordinaria è la vita quando si trasforma in favola e fa entrare anche te in una televisione insieme a quel campione.

Dieci minuti. Poi arriva quella palla.
Un contrasto prima del centrocampo. Paolo lo vince, ma il pallone schizza in avanti, troppo in avanti. Non fa nulla. Chi crede nelle cose le insegue. Sempre.
Arriva un difensore per respingerla quella palla, ma mica puoi respingere le tessere magiche di un puzzle che stanno convergendo verso la perfezione.

Un rimpallo. Paolo lo becca.
A volte i cronisti parlano di “rimpallo fortunoso”, dimenticando che un giocatore che si trova nella posizione giusta per beccarlo, quel rimpallo, è anche bravo. Paolo vince quel rimpallo e corre in avanti, come un levriero…

Stop. Cambiamo telecamera.
Oltre cinquanta metri più in là, Andrea Ivan è appostato davanti l’area piccola. Troppo avanti, è vero, ma la palla è lì, oltre il centrocampo. Quel ragazzino entrato da poco ha vinto un contrasto. Si, va bene, ma tanto c’è quel difensore centrale roccioso – sono tutti rocciosi, per i cronisti, i difensori centrali – che sta per calciare il pallone. Può darsi che arrivi anche il quarto gol su quel rinvio. “Porca miseria, un maledetto rimpallo perso! Torniamo più dietro và! Con calma, perché lo vedo ancora col binocolo, quel ragazzino”.

Telecamera 1. Paolo corre come un fulmine sulla fascia, ma per poco, perché poi prende una decisione che se la prendi a sedici anni e in quella partita, ti fa diventare calciatore vero. Tira verso una porta che a vederla da lì è larga appena qualche centimetro.
Il bello di un pallonetto e di un tiro dalla lunghissima distanza è il tempo. Prima quello che hai per valutare la posizione esatta del portiere, ed è pochissimo. Dopo, quello per sognare. E sembra non finire mai. Quella palla che vola, veloce come una saetta, ma lenta perché deve coprire una distanza siderale, non trasporta solo il sogno di un ragazzino di sedici anni, ma anche il suo futuro. Il momento fatale di una vita intera. Uno di quelli che non dimenticherai mai.

Telecamera 2. Andrea Ivan accelera la sua corsa all’indietro. “Mi sa che quel ragazzino sta cercando me”. Un colpo di reni, un tuffo verso sinistra. Quella chioma bionda, che nel tuffo diventa parallela alla traiettoria di quella palla. Mentre vola si gira. Appena in tempo per vedere la sfera gonfiare la rete. Chissà se avrà chiuso gli occhi.

Tac. Il puzzle è apposto.
Campo largo. Tremilacento spettatori in piedi ad applaudire, compresi gli oltre mille fiorentini. A casa davanti alla tv non si sa quanti siano, ma si sa per certo che tutti un sobbalzo al cuore ce lo hanno avuto. Perché il calcio, quando si mette a scrivere le favole, altro che Andersen!
I pollici degli uomini del Torino, della Juventus e del Milan lasciano la presa e la penna rimane appesa tra indice e medio, come una sigaretta che quando apri la bocca rimane penzolante sul labbro inferiore. Da quel momento la gara iniziò tra di loro, ma questo ve lo sa raccontare meglio Mazzola nel suo libro.

Sul campo alla fine arrivò un altro gol, ma anche i gol capirono che non potevano rubare la scena a quello di prima e quindi mandarono un loro simile, un autogol, per scrivere il definitivo 2-3. Il Gualdo quella partita la perse. Il Torino vinse invece un piccolo campione che portò con sé in una città fredda, ma dove il calcio ha vissuto più di una leggenda.

Vi chiederete: perché ci ha raccontato tutto ciò?
Perché nella storia di una squadra di calcio, ci sono episodi che non verranno  mai cancellati da una debole memoria storica e la rete di Paolino Bellucci alla Fiorentina è uno di quelli. E perché domenica prossima, dopo undici anni, si ritroveranno di fronte quel portiere biondo e quel ragazzino. E si ritroveranno nello stesso terreno di gioco.
Il portiere Andrea di nome e Ivan di cognome, dopo quel campionato ebbe una carriera scintillante, piena di serie B e serie A. Il ragazzino, dopo quella partita, conobbe il calcio vero, ma anche le dure difficoltà di quando i muscoli fanno le bizze.
E’ il calcio che a volte va così. E’ la vita che a volte va così.

Quella stessa squadra poi scrisse un’altra pagina leggendaria nella gara di ritorno a Firenze. Bellucci non c’era, ma c’era un altro che domenica prossima sarà al Luzi, Marco Campese. C’erano anche venticinquemila persone allo stadio, che stavolta il Gualdo lo videro vincere. Ma questa è un’altra storia che forse un giorno vi racconterò in quei particolari che vanno oltre il tabellino e la cronaca.

Ora è tempo di godersi questa sfida nella sfida. Il biondo portiere difenderà la porta del Fiesole Caldine. Il ragazzino temerario dal gol impossibile veste invece i nuovi colori del Gualdo Casacastalda. E’ una situazione difficilissima ed ogni stimolo in più, anche microscopico, può solo far bene. Anche quello di sperare di assistere ad un evento più unico che raro, specialmente in un campo di calcio: quello della storia che si ripete.

© Marco Gubbini 2013

Nota del 21 ottobre
Alla fine la storia si è ripetuta: Paolino ha battuto Ivan e il gol è arrivato anche nella stessa porta.
Sono passati undici anni.
Bello il calcio, eh?

Gol Bellucci al Fiesole
Paolo Bellucci batte Andrea Ivan undici anni dopo il gol contro la Fiorentina.

I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli

Gualdo CasacastaldaVattelo ad immaginare! A febbraio la chiamata: “Farai parte del gruppo di lavoro che, per ora, si occuperà di vedere se c’è la possibilità di una unione di forze col Casacastalda”. Quindici anni di gestione del sito, dodici di ufficio stampa – dalla C alla Promozione – la corsa dal commercialista nel 2006 per fondare una nuova società dopo lo scempio della gestione Moroni, quintali di gigabyte di foto e chilometri di bordocampo: dallo stadio Del Conero di Ancona, fino al campo parrocchiale “Santa Monica” di Villanova. Una passione infinita per questi colori, che poi non sono altro che la mia città. Insomma, quella chiamata di febbraio mi ha onorato. Essere scelto per far parte del ristretto numero di persone che dovevano scrivere la storia della società calcistica tra le più antiche e blasonate dell’Umbria, il mio Gualdo, mi ha gratificato e non poco.

Come è andata lo sapete tutti. Si usa dire in questi casi: “è stato un lavoro lungo e difficile”. Questo è stato lungo. Difficile, devo confessare, un po’ meno. Certo non sono mancati i momenti duri, ma quando incontri persone cariche di entusiasmo, genuinità e passione vera, quando questi fattori ti fanno superare le normali incomprensioni che il calcio e anche il convivere umano contengono in maniera naturale, tutto viene più facile e scorre liscio come l’olio.
Non ho parlato di campanile, perché tra Gualdo Tadino e Casacastalda guerre di campanili non ce ne sono state mai e mai ce ne potranno essere. E se per guerre di campanile si intendono le “battaglie” calcistiche, allora vi dico subito, ma tanto lo saprete, che il bello del calcio è proprio il saper distinguere il campo da quello che lo circonda. E mantenerlo lontano.

Il primo incontro è servito proprio a questo. A conoscerci, a raccontarci incomprensioni passate, a svuotarci di tutto. In una parola: a resettare. In queste cose se non resetti non vai avanti. Noi siamo riusciti a farlo. Siamo partiti da zero, come fossimo una società che parte ex novo. Abbiamo messo da parte i novanta anni di storia del Gualdo, il suo grande blasone. Abbiamo messo da parte i successi incredibili che il Casacastalda ha conseguito negli ultimi tre anni della sua trentennale storia.
Attenzione, mettere da parte non significa scordarsi: mettere da parte significa inserirle nel patrimonio che ci porteremo dietro come una dote preziosissima. Abbiamo da subito ragionato come un’entità unica, fatta di gente volenterosa, appassionata e passionale. Questo, più che contare le risorse economiche a disposizione, è stato il primo passo. I soldi non contano, se non ci sono gli uomini giusti.

Ed ora eccoci qua. Oggi parte ufficialmente l’avventura del Gualdo Casacastalda e neanche mi sembra vero. Quella pazza idea di fine anno di Matteo Minelli, quell’embrione di febbraio, vede la luce in un assolato e ventoso lunedì di luglio.

Per me è stato faticoso, non lo nego. Così come è stato faticoso per gli amici di Casacastalda. Faticoso per la mente e soprattutto per il cuore. E’ proprio quest’ultimo che mi spinge a dare spiegazioni non solo a chi me le ha chieste, ma anche a me stesso. Il ritmo di questi mesi, di questi giorni, è stato così intenso e il cuore così in tumulto per una pesante responsabilità, che ho bisogno anch’io di riorganizzare le idee.

Molti mi chiedono: è la strada giusta? Rispondo: secondo me questa era l’unica strada. Non tanto per il Gualdo in sé, ma per l’intero movimento calcistico del territorio e per l’indotto che il calcio si porta dietro da sempre.
Non è vero che il Gualdo sarebbe scomparso. Sarebbe rimasto.
Sono stato sempre ferreo sostenitore del motto “il Gualdo è il Gualdo in qualsiasi categoria”. Direi di più: sono stato anche attuatore del medesimo motto, rimanendo in campo e assistendo alla graduale sparizione di personaggi che sembravano attaccati alle tribune del Luzi per ‘amor patrio’ e invece erano attaccati solo al bel calcio. Gente che esultava per le vittorie contro l’Ascoli o il Palermo, ma che al posto di un Gualdo-Pianello ha preferito spostarsi in stadi di località limitrofe. Quindi questa spiegazione non è tanto per loro, che sicuramente non avranno nulla da ridire, ma per coloro che hanno avuto il Gualdo – non la categoria, non l’avversario – ben radicato nel cuore.
Il motto è quindi giusto. Però penso anche che sotto un certo livello, il movimento calcistico di una cittadina di 16000 abitanti non può andare.
Il Gualdo avrebbe potuto sopravvivere. E’ innegabile però che la situazione economica è tale da poter affermare con certezza che avrebbe potuto sopportare la sua categoria attuale, l’Eccellenza, con molte difficoltà. Lo stanno a dimostrare tutti questi anni, quelli che vanno dal nove giugno 2005 (giorno della conferenza stampa in cui lo sponsor Tagina annunciava l’abbandono del Gualdo), fino a ieri.

Oltre ad un rilancio economico del territorio in sé – il calcio porta un indotto considerevole – abbiamo pensato al settore giovanile. Una realtà già consolidata su cui andrà un’attenzione più che particolare della nuova società. Il Gualdo sarebbe stato il Gualdo anche in seconda categoria, il Casacastalda lo stesso. Il settore giovanile no.
I giovani che il Gualdo Casacastalda accoglierà avranno la certezza di lavorare in un ambiente proiettato al futuro. Questo è  il motivo principale della fusione: il futuro. La storia ci dirà se lo potremmo considerare a medio o lungo termine, ma di sicuro ora c’è una prospettiva tale da dare certezze importanti ai ragazzi che intendono praticare questo stupendo sport. Guardate che non è poco.

Nella terra dei campanili – io sono un fervido sostenitore della parte buona del campanilismo – posso dire che abbiamo guardato avanti, molto avanti. Unendo non solo due società sportive, ma anche due comunità con tantissimi punti in comune. Dal punto di vista economico, di persone e anche storico. Due comunità che potranno godere di uno spazio eccellente per i ragazzi che vogliono fare sport. E guardate che di questo non godranno solo due comunità, ma l’intera regione.
Il Gualdo in serie C attirava giovani da tutta l’Umbria, gli stessi uomini che ancora vediamo calcare campi più o meno importanti. Tra gli obiettivi della nuova realtà c’è quello di investire tanto su questo. Per ritornare a fare di questo territorio un posto dove lo sport è sinonimo di benessere e professionalità. Non ci sono controindicazioni su questo. Non c’è campanile che tenga.

Il caso ha voluto che proprio nel momento in cui stavo scrivendo queste righe, mi è arrivato un sms da Roberto Casaglia. E’ a Corfù, a tavola con una coppia di Somma Vesuviana incontrata in vacanza. “Di dove siete?” “Di Gualdo Tadino”. “Gualdo Tadino…. Gualdo Tadino…. ma non avevate una squadra che per poco non andava in serie B?”. Ecco, il calcio è un veicolo promozionale incredibile, a volte, purtroppo, più delle bellezze naturali a artistiche. Questo è anche uno dei motivi della fusione: dare un contributo alla valorizzazione del territorio, di Gualdo e Casacastalda.

Ho parlato principalmente di Gualdo, ma tanti gualdesi mi hanno fatto domande e questo dovevo fare. So che è successa la stessa cosa a Casacastalda e questa è un’ulteriore dimostrazione di cosa significhi il calcio.
Questo vuole essere anche un saluto e un ringraziamento ai gualdesi che nel 1920 hanno iniziato tutto ciò, a coloro che hanno sostenuto – nel vero senso della parola – i colori biancorossi nel corso degli anni e a quelli che dal 2006 hanno permesso che tutto quello che era stato fatto non morisse. E parlo di soci, sponsor e sostenitori. Anche quelli che hanno acquistato un semplice biglietto, aiutandoci ad andare avanti. Non si possono fare nomi, perché sono tanti, ma Carlo Angelo Luzi e Angelo Barberini vanno citati.

Per finire ringrazio i sostenitori biancorossi, che ho ascoltato molto in questo periodo. Ho capito i loro dubbi, perché sono stati anche i miei. Ho fatto loro da portavoce. Li ho ammirati. Ho ammirato i giovani, quelli che hanno fatto rinascere il tifo a Gualdo. Ho ammirato i vecchi, quelli che il tifo lo hanno esportato in tutta Italia con trasferte al limite del possibile. A loro adesso il compito di voler bene a questa nuova realtà, di identificarsi in essa. Non sarà difficile. Basta solo allargare gli orizzonti di pochissimi chilometri.

A coloro che mi chiedono che fine farà l’enorme patrimonio di dati del vecchio sito, dico che stiamo realizzando un nuovo spazio web che li conterrà tutti. Ci sarà un link nel nuovo spazio internet e da qui si potrà fare sempre un tuffo nel passato biancorosso. Non dobbiamo dimenticarlo mai quel passato, non lo abbiamo certo rinnegato con la fusione. Faranno lo stesso gli amici di Casacastalda, ma da oggi, dalle 16 di oggi, si deve pensare, ragionare, lavorare come una cosa sola.

Se avremo fatto bene o male, ce lo diranno solo i più saggi, cioè i posteri: non sbagliano mai, ma per loro è sempre facile.
Poi, un giorno, se il tempo a disposizione me lo permetterà, vi racconterò tutto. Storia, retroscena, aneddoti ed altro. Non solo a proposito della fusione, ma anche di quello che è stato il Gualdo dal 1920 ad oggi e quello che sarà il Gualdo Casacastalda da oggi.
Ve lo racconterò nel libro di cui, per ora, ho scritto solo la prima riga. Con un incipit, che non è neanche mio, che parte proprio dalla scelta coraggiosa della fusione: ”i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli”.

Marco Gubbini – da adesso in poi addetto stampa Gualdo Casacastalda

Grazie e benvenuti

Schermata 2013-04-23 alle 14.32.19Pensavo fosse più difficile scrivere l’ultimo editoriale per Gualdo Biancorossa. Probabilmente l’ultimo in assoluto per il sottoscritto, dato che penso che un giornale del genere, in certi campionati, abbia bisogno di una voce più imparziale rispetto a quella di un addetto stampa. Invece è stato leggero leggero.

Perché domenica al novantesimo non morirà niente. Perché porteremo in dote la nostra storia e la nostra esperienza. Perché saremo sempre NOI. Esattamente come faranno gli altri.

Domenica al novantesimo darò solo un occhiata allo stemma che porterò sulla felpa. Questo sì. Lui, lo scudo biancorosso, sa che non l’ho tradito e che mai lo tradirò. Perché sa che resterà incollato anche alle felpe future. Con un aspetto un po’ diverso, accanto ad un simbolo amico insieme al quale rappresenterà un territorio più vasto e più forte. Ma ci sarà. Lui da sempre rappresenta la mia città, la stessa che mi ha insegnato che, quando guardare avanti significa il BENE del territorio, è BENE guardare avanti.

Grazie a tutti i lettori di questa stagione. Grazie a tutti i tifosi.
Un benvenuto ai lettori e un benvenuto ai tifosi di ciò che sta per arrivare.

Jeunesse guald’Esch

pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 3 – marzo 2013

Nazzareno Saltutti
Nazzareno Saltutti

E tu che giocatore sei? Non hai fatto neanche la Coppa dei Campioni”. Ibrahimovic a Immobile durante un diverbio? No, Nazzareno Saltutti al fratello Nello. A Gualdo Tadino pochi lo sanno, ma Nazzareno è stato il primo calciatore gualdese ad aver assaporato la più grande competizione calcistica europea. Perlomeno fino alla parte finale di questo articolo. Curiosi? Seguiteci. Andremo prima in piazza Martiri e poi voleremo in Lussemburgo.

Incontriamo Nazzareno nella sua abitazione. Dieci metri dal suo ex bar. Lavoro e passione di una vita. Non facciamo in tempo ad entrare, che è un fiume in piena. Il racconto è pura nostalgia. Non del paese natìo, ma di quello dove era emigrato. Strano. Come la sua storia, rimasta racchiusa in casa, quasi a non voler disturbare Nello e la sua sfolgorante carriera. “Sono partito da Gualdo nel ‘51. Avevo 8 anni, Nello 4”. La figura del fratello compare spesso nel suo racconto, ma non è ingombrante. Non lo è mai stata. “Mio padre era già lì. Abitavamo nel quartiere che gli italiani chiamavamo ‘la Ulla’, storpiando il nome di Rue de la Hoehl. Frequentavo il bar Riganelli, che allora era rivale del caffè Conti. Era lì che gli emigrati italiani s’incontravano dopo il lavoro”.

Nazzareno inizia a parlare della Jeunesse d’Esch, le parole iniziano ad uscire macchiate di emozione. “Era la squadra degli italiani, mentre la Fola, l’altro team di Esch, era quella dei ricchi. Loro però facevano l’elastico tra serie A e B. Noi siamo stati sempre nella massima serie. Ho fatto tutta la trafila, dai Cadetti alla prima squadra, passando per la Juniores. Sono stati gli anni più belli della mia vita”. Si alza e per andare nella stanza accanto. Torna con due foto. Di quelle seppiate dall’età e non dai moderni fotoritocchi.
Ecco, questa è la Jeunesse. Il mio unico amore calcistico… a parte l’Inter ovviamente! (ride). Ho girato l’Europa col settore giovanile. Si facevano i tornei di Pasqua ad Amsterdam, Anversa, Philipsburg, in Germania, dove vincemmo la finale contro il Basilea con un mio gol. Non mi chiedete come ho fatto, non lo so neanche io. A 17 anni debuttai in prima squadra. Fu contro l’Alliance di Dudelange. Vincemmo 3-0 e la sera, lungo il corso di Esch, mi sembravo il calciatore più famoso del mondo. La Coppa dei Campioni? Fui convocato per premio nelle trasferte di Goteborg e Helsinki e contro i polacchi del Widzew Lodz. Uscivamo regolarmente al primo turno, ma sempre a testa alta”.

Quello di Nazzareno era il calcio delle marcature a uomo e dei numeri fissi. Il 3 era il terzino sinistro e marcava il 7, l’ala destra. Sempre. Quanto si guadagnava? “Il compenso era sempre quello, valido per le vittorie e per le sconfitte – risponde Nazzareno – I panini con i wurstel e la birra della sede sociale”.
Ce ne sono di storie da raccontare di quel calcio fatto di povertà e passione. Come quella di René Hoffman, giovane portiere della Jeunesse d’Esch nella gara di Coppa dei Campioni persa 7-0 contro il più forte Real Madrid della storia. Dopo la gara, gli ottantamila spettatori del Santiago Bernabeu lo applaudirono, mentre i giocatori locali lo portavano a spalla intorno al campo. Dopo venti giorni arrivò, da Madrid, la convocazione per una provino col Real. Hoffmann rifiutò!!

N. Saltutti capitano della Jeunesse
Nazzareno Saltutti capitano della Jeunesse

Era un tipo schivo – ride Nazzareno – un mammone”. Così gettò via l’occasione della sua vita. “Sono tornato ad Esch nel 1992. Avevano invitato me e Nello a fare una partita con le vecchie glorie. Proprio contro quelle del Real Madrid. Non ho giocato, ma è stato commovente. Ero lì, in tribuna, quando fecero il mio nome dagli altoparlanti, come ex giocatore. Fu un’emozione incredibile, che non dimenticherò mai. Anzi, se andate lì diteglielo: li ringrazierò in eterno”.

Ci siamo andati.

Esch sur Alzette ci accoglie innevata e sferzata da un’aria gelida, che sembra Gualdo. Nella stagione ’85/’86 la Jeunesse d’Esch affrontò la Juventus nel primo turno di Coppa dei Campioni e in formazione aveva un figlio di Gualdo, Jean Pierre Barboni, che ora ci accoglie nel suo ufficio della Caisse d’Epargne de Etait, la banca dello Stato. L’italiano di Barboni è fluente. “Mio padre era di Palazzo Mancinelli. Mia madre è originaria di Boschetto. Io sono nato qui e l’italiano l’ho imparato a casa. I miei genitori hanno avuto, dal ’62 all’86, uno dei bar storici della città, il caffè Conti. Io a 20 anni ho iniziato a lavorare in banca e dopo quasi 30 anni di lavoro a Lussemburgo capitale, da un paio di anni mi hanno trasferito qui ad Esch, dove abito”. Anche Jean Pierre Barboni, come Nazzareno Saltutti, è stato un fedelissimo bianconero. “Ho sempre giocato nella Jeunesse. Non ho mai cambiato squadra, anche

Jean Pierre Barboni
Jean Pierre Barboni

perché stavo bene e vincevamo i campionati. Non c’era motivo di cambiare. A meno che non volevi guadagnare più soldi. Io ho scelto sempre e solo la Jeunesse”.  Gli chiediamo se possiamo definirlo il Del Piero del Lussemburgo e si lascia andare ad una risata. “Sì, ma lui ha guadagnato di più!”.

Vincevate gli scudetti e poi c’era la Coppa. “Esatto. E questo era il lato più bello. Quando non esisteva la formula della Champions, c’erano i sorteggi con le teste di serie. Una grande motivazione per vincere il campionato era proprio la prospettiva di incontrare i più grandi club europei. Noi abbiamo avuto, come avversari, team del calibro di Real Madrid e Liverpool. Nel 1975 giocai, a diciassette anni, contro il grande Bayern di Beckenbauer e Rummenigge, la squadra che poi vinse la Coppa dei Campioni. Poi nel 1985 la Juventus di Boniek e Platini. Giocammo a Torino a porte chiuse, dato che era la prima partita dopo l’Heysel”.

Ho preso la cittadinanza lussemburghese per poter essere convocato in Nazionale. Ho disputato gare contro grandi squadre, come l’Italia intorno al 1990, l’Inghilterra e l’Olanda. Nel ‘90, a trentadue anni, ho deciso che era ora di smettere e sono entrato nella dirigenza del club. Dal ‘92 ho guidato la squadra come allenatore e nel ’96, quando morì il presidente, ho assunto io la carica per quasi dieci anni. Nel 2006 ho lasciato definitivamente l’attività calcistica per motivi di lavoro, dato che la carica di presidente richiedeva tanto tempo. I miei figli? Ho una femmina e un maschio che pratica il judo a livelli alti, con ottimi risultati a livello nazionale. Forse è meglio così: di judo non capisco niente ed evito problemi. Continuo ovviamente a seguire la Jeunesse. L’appuntamento allo stadio, dove incontro sempre vecchi giocatori, è pressoché fisso”.

Jeunesse - JuventusPlatini - Barboni
Jeunesse – Juventus, Platini e Barboni

E Gualdo? “Sono tre o quattro anni che non torno, anche perché abbiamo venduto la casa di Palazzo Mancinelli e mio padre aveva un solo fratello che ora sta a Frascati. Mia madre, che di cognome fa Bordicchia, ha invece cugini a Boschetto”.

Jean Pierre Barboni è una persona molto nota a Esch e anche a Gualdo Tadino. Molti ricordano di aver seguito le gare di Coppa contro la Juventus e l’amichevole del 1988 contro l’Italia, perché giocava “uno di Gualdo”.

C’era una volta però “uno di Gualdo”, che nella Jeunesse ha preceduto i due Saltutti e Barboni. C’era una volta il più grande Real Madrid della storia. C’era una volta una delle tante favole della piccola Jeunesse, che nel ’59 si trovò al Santiago Bernabeu a sfidare gente come Di Stefano e Puskas al cospetto di ottantamila spettatori. C’era una volta il capitano di quella squadra. Si chiamava René Pascucci. Uno di Gualdo.

Indirizzo scovato su internet. Telefonata. Dall’altro capo una voce sorpresa che ci dà appuntamento nel tardo pomeriggio.

René Pascucci
René Pascucci

Un freddo boia, un piazzale innevato. Il civico 32 di Rue Nic Mannes è illuminato. Ci apre la figlia, ma dietro ecco Pascucci, classe 1926, che ci saluta con un “come mi avete scovato?”. Pascucci è originario di Rigali e tornava spesso a Gualdo a trovare i parenti. Ci racconta che l’ultima volta in Italia è stato pochi anni fa con il pullman. “Avrei voluto chiedere all’autista di fermare a Gualdo, eravamo vicini, ma non ne ho avuto il coraggio”. Per prima cosa ci fa salire in una stanza del piano di sopra. Una normalissima stanza, come ce l’abbiamo tutti. Ora, però, una gigantografia con le squadre a centrocampo dove ci sei tu di fianco a Puskas e sotto a Di Stefano in una partita ufficiale, è roba da pochi eletti nel pianeta Terra. “Puskas e Gento acconsentirono subito a fare la foto con le due squadre mescolate insieme. Di Stefano era più divo. Non voleva né la foto, né lo scambio di maglia. Vedete? Nella foto è in tuta e con un espressione non proprio contenta”. “Cosa ricordo di quella partita? Tutto, ma specialmente il volo, quando una tempesta ci fece ricorrere… ad un prete che viaggiava con noi”. Sembra frastornato dalla presenza di un giornale italiano a casa sua, ma ha voglia di raccontare. Forse non lo fa da tempo. “Sapete? Ho giocato dal ‘39 al ‘61 e non ho mai preso un ammonizione”. Anche per Pascucci la Jeunesse è stato il primo e ultimo amore. ”Nella partita di spareggio contro il Goteborg, Nordhal segnò con la mano,

Real Madrid - JeunessePascucci Zarraga
Real Madrid – Jeunesse, Pascucci e Zarraga

altrimenti avremmo avuto buone speranze di passare noi il turno. Protestai con l’arbitro in italiano. Era anche lui italiano. Non servì a niente. Peccato, avremmo potuto scrivere una bella pagina di storia”.

Crediamo che la Jeunesse la storia l’abbia già scritta. Una leggenda piena di verità. E di un pizzico della nostra Gualdo.

 © Marco Gubbini 2013