Lo stadio che cambiò l’Italia

12604678_10208446139169856_8496956991796643788_oIl primo Mondiale di tutti. L’ultimo lo avevamo vinto nel ’38, noi non c’eravamo e il calcio era un’altra cosa.
Il Mondiale dell’estasi collettiva, delle piazze tricolori, di Pertini e Bearzot che giocano a carte. Il Mondiale che cambiò l’Italia. Tutta. Che fece fiorire un orgoglio mai provato, che quello del 2006 non riuscì ad eguagliare. Il Mondiale dell’infinita maledizione delle maglie azzurre per i tedeschi, che dura ancora oggi.
Il Mondiale di una piazza Martiri traboccante di gualdesi che ballano fino all’alba con lo stereo di Pellicciotto appoggiato davanti la vetrina di Zuccarini. Il Mondiale di un bar Anastasi colmo di ragazzi in lacrime al terzo gol, quello del “non ci prendono più” che Pertini urlò ad un impassibile Re Juan Carlos, ma implicitamente rivolto ad un cinereo cancelliere Schmidt, seduto quattro poltrone più in là.
Il Mondiale dell’urlo di Tardelli: dalla porta fino alla panchina, immortalato da una foto che ora è nei libri di storia, perché tutto di quella partita è storia destinata a diventare leggenda.

Il Mondiale del Santiago Bernabeu. Non uno stadio, ma un luogo talmente sacro, che fa parte del percorso culturale e museale della città che lo ospita e venera.
Chi se lo scorda quel Bernabeu? Nessuno. E io non mi sono mai scordato neanche quel sogno di poter toccare l’erba che toccarono i ragazzi di Bearzot. Quelli che cambiarono l’Italia. 

Giovedì scorso quel sogno si è trasferito nel cassetto delle realtà. Entrare in campo, toccare l’erba e guardare verso quella rete dove Rossi, Tardelli e Altobelli fecero grande l’Italia.  Pensando alle parole del primo immenso poeta italiano del calcio, Gianni Brera: “Tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica. Non si vince un mondiale senza Storia; non si arriva senza nerbo e valore a una finale mondiale. Con nerbo e valore ci sono arrivati i tedeschi. Con bravura estrema li ha battuti l’Italia. Grazie a voi, benamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi.
II terzo titolo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri. Adios, intanto tia Espana, adios”.

La nota più bella

timemachineNon sono molto amante di ricorrenze come i compleanni o i cambi anno. Mi piace vedere la vita come un unico grande percorso, senza scadenze intermedie. Però se proprio c’è da fare un bilancio degli ultimi 365 giorni, dico solo che è stato un anno pieno di musica. E questo già lo eleva nell’olimpo dei migliori della mia vita. Un anno in cui il fare musica mi ha regalato tante di quelle emozioni, che scriverle sarebbe impossibile anche per me, che spesso le emozioni mi chiedono di raccontarle scrivendo.

Sì il lavoro, sì la salute, ma penso che si diventi veramente felici solo quando soddisfiamo le nostre passioni. Senza passioni saremmo fatti solo d’istinto e raziocinio, “una specie di cinghiale laureato in matematica pura”, diceva De André.

Quindi, se proprio vogliamo considerare terra di confine la mezzanotte, spero solo che quello che verrà domani sia semplicemente quello che è oggi: musica con i miei amici di palco, di prove, di cazzeggi, di cene, di scambi di idee, di brindisi, di selfies pre concerto, di abbracci dietro un sipario chiuso, di accordi su che accordi fare, di arrangiamenti, di jack, di cuffie e di microfoni. Amici più che adulti che diventano meno che fanciulli dentro un negozio di strumenti. Amici che si ritrovano contemporaneamente con gli occhi lucidi dentro la chat di WhatsApp, perchè qualcuno posta un pezzo che si sogna di fare… semplicemente perchè chi suona si emoziona al cubo. Sette amici che si conoscono chi da anni e chi da mesi, ma che sanno tutto di tutti, perché questa è una delle tante magie del condividere musica.

Auguro a voi e a me un 2016 la cui nota più bella sarà sempre quella che dovremo ancora suonare. Saremo così curiosi di ascoltarla, che non ci verrà mai la voglia di smettere…

Quando l’accoglienza diventa eccellenza

Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 14 – dicembre 2015

Schermata 2016-01-12 alle 14.43.11Quando percorri la strada che porta a Brufa, frazione di 600 abitanti del comune di Torgiano, la prima cosa che pensi è: ”A chi può essere venuto in mente di creare qui un resort a quattro stelle?”.

Già quando si scende dall’auto, dal parcheggio del Borgobrufa, le prime risposte fanno capolino. Lo inizi a capire dal rumore del silenzio che circonda la struttura. Lo capisci definitivamente quando, sul piazzale della reception, giri la testa a destra e scorgi Assisi, la giri a sinistra e trovi Perugia. L’Umbria è qui, ai piedi degli ospiti di questa magnifica oasi di benessere.

Cinque minuti a fare due passi per le vie di quello che sembra a prima vista un albergo diffuso, con villette e stabili sparsi qua e là. Poi ecco Gabriele Biscontini, direttore del resort, che, oltre ad essere gualdese doc, è anche il clone, tanto gli somiglia, di un personaggio simbolo della città purtroppo scomparso da poco, suo padre Carlo.

“L’idea è venuta ad un personaggio imprenditore fino al midollo, Andrea Sfascia, che ha creato questo gioiello gradualmente. Da 14 a 50 camere nel giro di pochi anni” – inizia a raccontarci. Poi Gabriele ci mostra la struttura, la piscina esterna riscaldata, il ristorante. Ci fa scendere nella più grande SPA dell’Umbria. Lo fa con orgoglio. E quando sei orgoglioso del posto in cui lavori, significa che sei in un bel punto del tuo percorso di vita.

“La nostra clientela è per il 90% italiana. Noi offriamo relax, pace e tranquillità – ci dice seduto nella sala dove spicca il bel camino centrale, immerso nei colori tenui delle pareti, caratteristica di tutto il resort – Non è il tipo di vacanza per gli stranieri e secondo me l’Umbria è ancora poco conosciuta, al di fuori dei grandi circuiti internazionali. Il fatto di avere molti ospiti toscani, provenienti cioè da una regione densa di wellness hotel, ci rende orgogliosi.”

Come è arrivato il gualdese Biscontini al Borgobrufa?

“La grande passione per la vela e i primi corsi in Sardegna hanno fatto crescere il mio spirito d’avventura, quello che mi ha portato a trascorrere tantissimo tempo fuori dalla mia città. Ho fatto il Master in Economia del Turismo ad Assisi, che all’epoca era l’unica scuola a livello universitario ad indirizzo turistico.

Le prime esperienze sono arrivate nella riviera romagnola come receptionist. Poi Monaco di Baviera a studiare il tedesco, perché in Romagna è praticamente obbligatorio. Tornato dalla Germania ho iniziato l’avventura al Jolly Hotel Milano Fiori, che è durata tre anni. Più di duecentocinquanta camere, grandi eventi come il calciomercato. Al Jolly incontravi tutte le mattine il mondo e quindi il tedesco non era più sufficiente. Quindi via, a Londra per un anno, sempre in un albergo della catena Jolly. Il Jolly è stata la mia scuola, ma cercavo altri stimoli”.

Gabriele riparte, spinto dal vento degli stimoli, come una barca a vela…

Arriva l’esperienza del Sol Melià di Verona, poi Boscolo, sempre nella città di Romeo e Giulietta. C’è anche Gualdo nel suo percorso, con le Terre del Verde. Una bellissima struttura, la massima sicurezza in tutto, perché sei a casa tua, ma poi le strade si separano e Gabriele rialza le vele riparte. Due anni con Alpitour a Caserta, Baia Domizia. Tanta quantità e poca qualità. “Ma anche questa è esperienza. Dopo aver conosciuto mia moglie, che è di Perugia, ho cercato qui intorno. Sapevo che aprivano questa struttura e ho conosciuto il proprietario proprio nel momento in cui si passava da agriturismo a resort ed eccomi qui. Sono passati quasi dieci anni e da capo ricevimento sono diventato direttore.”

Si trova bene qui, Gabriele. Il proprietario si è fatto da solo e non si ferma mai. “Posso dire che è un imprenditore vero, che è avanti anni luce rispetto alla media”.

Poi è arrivato il premio Fare Rete

Si. Ad un certo punto abbiamo pensato di offrire ai clienti l’esperienza del territorio: prodotti di prima qualità a chilometri zero e 100% italiani. Quindi abbiamo parlato con Coldiretti, sposando il progetto Campagna Amica. Abbiamo iniziato con le colazioni e gli ospiti erano molto interessati, poi è nato l’angolo “Bottega Italiana” sempre in collaborazione con Coldiretti, che ad un certo punto ci ha proposto un menù esclusivo. Quindi ecco la linea cosmetica della nostra SPA, che fino ad allora offriva linee tradizionali. Arrivano i prodotti col marchio di Borgobrufa, provenienti da aziende di Campagna Amica.

E’ successo che questo nostro progetto integrato è rientrato nel concorso Fare Rete. Abbiamo vinto il primo premio regionale. Poi tra tutte le ventuno regioni, hanno scelto la nostra, l’Emilia Romagna e la Sicilia. Ad Expo ci hanno premiato come progetto che è riuscito a coinvolgere più “attori”.

Per Made in Gualdo abbiamo scovato e intervistato gualdesi che hanno fatto del turismo, della ricettività il loro lavoro. Pensiamo ad Ilio Chiocci a Como, Mauro Zampetti a Londra, Sandro Fioriti a New York, Monica Mataloni a Miami. Perché invece Gualdo non decolla da questo punto di vista?

Perché secondo me in questi periodi di crisi devi vendere un prodotto esclusivo. Se ti metti in mezzo a tanti altri, non va bene. Devi creare servizi, specializzarti. Adesso poi, con portali come Airbnb c’è da rivedere il concetto di albergo.

Schermata 2016-01-12 alle 14.33.27Salutiamo Gabriele, ma non torniamo subito a casa. Pochissimi chilometri e siamo ad Assisi, dove sorge il Nun, relais di lusso nella parte alta della città serafica.

Qui la domanda non è “A chi può venire in mente di aprire un albergo qui?”, ma “Cosa ci fa un albergo di charme a 5 stelle nel cuore del turismo religioso, notoriamente low cost”?

Siamo qui perché di direttori ‘high quality’, Gualdo Tadino, che nel turismo ci ha sempre creduto ai livelli di un 6 politico, ne ha sfornati ben tre (con Monica Mataloni). Chi dirige il Nun è Chiara Mencarelli, che viene dal quartiere di San Rocco.

Il Nun Assisi è un albergo nuovo. Inaugurato nel 2011, è il risultato della ristrutturazione di un antico monastero, quello di Santa Caterina. Diciotto suite, uniche. Fiore all’occhiello è la spa Museum, realizzata tra i reperti dell’anfiteatro di Assisi del I secolo d.C. e il tempio della divinità delle acque del II secolo a.C. Un posto talmente suggestivo da suscitare l’interesse di giornalisti come Alberto Angela per il programma Ulisse o testate come il New York Times.

Chiara ci accoglie sorridente davanti l’ingresso dell’albergo. Anche la sua di storia si svolge quasi completamente fuori dalla città natale. Trascorre l’ infanzia a Gualdo frequentando l’Istituto Bambin Gesù fino alle medie. E’ creativa e predisposta alle materie umanistiche, ma i genitori pensano a una scuola superiore “concreta”, di quelle che ti aiutano a trovare un lavoro appena hai in mano il diploma. Ecco quindi l’iscrizione all’Istituto Tecnico Commerciale di Assisi. “Oggi sono convinta che la mia abilità a gestire i cambiamenti sia iniziata proprio quando mi sono trasferita ad Assisi. E lì che ho imparato ad adattarmi a nuove amicizie e ad ambienti diversi.”

Dopo il diploma ecco la laurea in Pedagogia, indirizzo Formazione degli Adulti. Nel 2000 inizia come free lance nel settore della formazione del personale.

“Tenevo corsi di aggiornamento per le risorse umane di aziende umbre. Negli anni ho stretto interessanti sinergie per l’aggiornamento e la motivazione di reti di vendita aziendali, gestendo anche in prima persona gli agenti di un’azienda umbra per i mercati di Italia, Russia e Grecia. Nel 2005, credendo fortemente nel concetto di Lifelong Learning, presi una specializzazione in Psicologia all’Università di San Pietroburgo, arricchendo la mia preparazione nell’area Risorse Umane.

Come sei arrivata all’hôtellerie?

“Ho iniziato ad innamorarmi di questo settore organizzando convegni e corsi di formazione negli hotel. Così frequentai un master biennale per direttori d’albergo organizzato dall’Ada (Associazione Direttori Albergo). Stravolgendo senza timori la mia carriera, quasi 7 anni fa iniziai il mio percorso nel settore alberghiero entrando come responsabile settore congressi in un hotel 4 stelle delle Marche, per poi diventarne vicedirettore e poco dopo direttore. Successivamente sono andata a Roma a dirigere un 4 stelle vicino al Colosseo e poi in Toscana in un 4 stelle lusso. Quindi il ritorno in Umbria per dirigere il Nun. Negli ultimi anni sono stata docente in master sul turismo tra Umbria, Marche e Lazio, oltre ad essere talvolta chiamata come speaker nei convegni sul turismo. Un percorso parallelo che mi gratifica”.

Non finisce mica qui. Nel 2011-12 Chiara fa parte del consiglio direttivo di Federalberghi Macerata e attualmente è vicepresidente Ada Umbria, nonché unico membro italiano del Consiglio d’amministrazione della “Mediterranean Tourism Foundation” di Malta.

“Mi considero un direttore d’albergo non convenzionale, perché non sono nata dalla reception né dall’istituto alberghiero. Credo che proprio la ricchezza di esperienze lavorative e il mio background nell’area risorse umane mi abbiano resa più completa per affrontare un mestiere, quello del direttore d’albergo, tra i più complessi. Rispetto ai managers di altri settori deve essere infatti psicologo, sociologo, economista, buongustaio, fortemente orientato alle relazioni interpersonali, diplomatico, con buon livello di cultura generale e preferibilmente di bella presenza. Dimenticavo: deve conoscere bene le lingue straniere e saper capire il manutentore quando ci sono problemi tecnici nella complessa “macchina alberghiera” accesa 24h!”

In una città come Assisi come si posiziona il Relais Nun?

“L’imprenditore umbro che nel 2011 lo ha inaugurato ha avuto una grande intuizione. Assisi mancava di un 5 stelle che potesse accogliere una clientela di un certo livello. I nostri ospiti sono per lo più americani, disposti a spendere per una suite fino a 650 euro a notte, ma lavoriamo molto anche con italiani benestanti, spesso persone famose a livello nazionale o internazionale. Assisi ha un forte appeal turistico, che fa da traino a tutta l’Umbria. Stiamo lavorando a un progetto, con la “Rete Assisi Turismo +”, per sviluppare la Destinazione Assisi 365 giorni l’anno con sviluppi interessanti per tutta l’Umbria.”

Senza fare paragoni con Assisi, Gualdo Tadino ha un’alta potenzialità attrattiva di tipo naturalistica e culturale. Con una montagna favolosa e ben sei musei a pieno regime stenta a farsi strada nel turismo. Ci sono margini di crescita?

“Lo sviluppo turistico dei borghi o delle piccole città non è cosa semplice. Si può avere un prodotto come la natura e i musei, ma per farlo conoscere a certe fette di mercato ci vuole una strategia territoriale completa e in sinergia con tutte le potenzialità espresse dal luogo. In Umbria ci sono politiche di sviluppo turistico frammentate, senza una visione d’insieme, a differenza della Toscana che porta avanti una politica di marketing territoriale più decisa e coerente. Gualdo, pur essendo un borgo stupendo e con delle attrattive interessanti, non può esprimere bene le sue potenzialità a causa dell’incapacità delle amministrazioni regionali che si sono susseguite negli anni a concentrare risorse e a individuare comuni obiettivi e relative strategie nell’area turismo.”

Chiara e Gualdo Tadino, un rapporto frammentario a causa del lavoro, ma da come ce la racconta si legge che il cuore è qui.

“Quando mi chiedono dove sono nata, poiché non tutti conoscono la nostra città, parlo sempre della nostra fantastica acqua Rocchetta, che da piccola, quando ‘era dei gualdesi’,   andavo a prendere una volta a settimana insieme a mio padre! Che ricordi! Aver vissuto l’infanzia in una cittadina sana sotto vari profili ha costituito un importante imprinting emozionale per la mia formazione caratteriale. Non cambierei nulla di Gualdo, ma a volte è importante crescere i figli con una mentalità aperta, farli viaggiare, fargli fare esperienze fuori casa evitando la tipica protezione eccessiva delle famiglie italiane: questa è la provocazione che lancio ai lettori di Made in Gualdo.”

Provocazione che accogliamo. Del resto la nostra vocazione è scovare gualdesi che abbiano lasciato un segno in giro per il mondo.

Quindi spicchettarci dalle nostre radici e volare spinti dal vento della curiosità spesso è l’unica maniera per poter intercettare i nostri sogni. Senza mai dimenticare da dove veniamo.

© Marco Gubbini 2015

Che mancanza di rispetto!

Schermata 2016-09-02 alle 10.46.18Al di là di tutti i colori politici ritengo che presentarsi come consigliere regionale (puntualizzo “regionale”) in una città dove si sono ricevuti quasi 500 voti (puntualizzo “cinquecento”), per assistere ad un derby con la sciarpa della rivale più acerrima della suddetta città e sedercisi in tribuna sia stato inopportuno, antipatico e irrispettoso. E’ vero: è calcio, ma, non lo dico io, il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti. Il calcio è appartenenza.

Al di là di tutti i colori politici sarebbe stato più intelligente, quale rappresentante di questo territorio, arrivare in maniera “neutrale” all’appuntamento al quale si era stati invitati. Anche se tutti sanno da quale parte pende la fede calcistica del consigliere Smacchi.

Al di là di tutti i colori politici la cosa meriterebbe altre sedi di amplificazione, ma lasciamo perdere e limitiamoci a questo pensiero personale che non ho resistito a non scrivere.
Lasciamo perdere per rispetto dei gualdesi che lo hanno votato, perchè credono in lui. Decidete voi se questa chiusa è seria oppure sarcastica…

Un rocker puro

Ivan GrazianiCi sono artisti che hanno dato alla musica più di quello che la musica ha dato loro. Ivan Graziani è uno di questi.
Ivan ha vissuto un periodo in cui, in questa Nazione e solo in questa Nazione, i cantautori o si inquadravano politicamente oppure si rimaneva come disorientati, perché ci si aspettavano testi rivoluzionari e non l’essenza, cioè la musica. Si sa, noi italiani siamo sempre stati molto rivoluzionari nelle canzoni e pochissimo nei fatti, ma questa è un’altra storia…

Come ben descritto dal critico musicale Paolo Talanca in un articolo di qualche tempo fa, Ivan è stato un cantautore sghembo, non usuale, perché grandissimo musicista. Sembrerà strano, ma il fatto di saper suonare molto bene la chitarra ha rappresentato per Graziani una specie di colpa grave da espiare, perché non piegava le sue canzoni a Sua Maestà il testo.
Come forse dovrebbe essere naturale nella musica, che proprio per questo non si chiama “letteratura”, dovrebbe essere il testo a doversi piegare alla melodia. Non il contrario.
Ecco perché non ascolto molto (quasi per nulla) i vari Guccini, Capossela & Co. e preferisco un Fuoco sulla Collina rispetto ad una Avvelenata. Mi arriva prima la comunicatività del suono, che quella della parola.
Ecco perché ho una leggera propensione a “leggere scrittori” e ”ascoltare musicisti”. Ce ne sono pochissimi che sono riusciti a fondere le due arti insieme, penso a Faber, o a Dylan, ma parliamo di talenti di natura divina.

Forte Ivan Graziani! In un periodo di musica politicizzata, in cui se non eri smaccatamente di sinistra ti classavano automaticamente di destra, andava dicendo: “A me della politica non me ne può fregare di meno. Mi interessa, invece, raccontare storie che toccano il sociale. C’è una bella differenza”.
E sì, c’è proprio una gran bella differenza.

Avrebbe compiuto 70 anni tra cinque giorni Ivan, se una malattia vigliacca non lo avesse cercato e trovato presto, a 51 anni.
Un rocker. forse il più grande rocker italiano, perché puro. Non mi dispiace il rock italiano attuale – anche se siamo e rimarremo per l’eternità anni luce lontani da Gran Bretagna e America – ma Ivan era altra roba. Era sudore, ma sudore impolverato. Era palco, ma un palco di legno. Era luci, ma di quelle che ti bruciavano addosso a pochi centimetri. Era rock, ma non di serie. Era un pezzo speciale, uno di quelli che, se fosse ancora in vita, non si sarebbe genuflesso di fronte al volere delle case discografiche.

Attenzione: Ivan, come tutti i rocker, era anche dolcissimo. Ma di quella dolcezza fatta di parole semplici.
Si dice che la più bella canzone d’amore di tutti i tempi sia Wonderful Tonight, che ha un testo che sembra scritto da un ragazzino di seconda elementare.
“Mi sento magnificamente, perché vedo la luce dell’amore nei tuoi occhi”, canta Clapton.
“E sei così bella che più bella non c’è e sei così dolce che più dolce non c’è”, canta Graziani.
Non proprio da Pulitzer, insomma. Ma vestite queste parole con le loro note e il risultato sarà un ricettacolo di emozioni al pari della Divina Commedia. Potenza della musica, ma anche la dimostrazione che la bellezza è sempre nelle cose semplici.

Un vero chitarrista deve morire sul palco” diceva Ivan. Non c’è riuscito, perché una malattia a cui le massime non interessano, lo ha spento piano piano. Una candela che non ha avuto il privilegio – perchè a volte è un privilegio – di un soffio improvviso, ma che si è consumata lentamente. Però si è fatto seppellire con una Gibson, che chiamava “mamma chitarra” e il gilet di pelle con un gancio per appenderla quella chitarra. Non si sa mai!

Rocker vero Ivan. Diceva “la chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda. Te la porti al mare, in montagna, in macchina. Prova a rimorchiare al mare con un pianoforte, portatelo sulla spiaggia. Voglio vedere come cazzo fai!”

Forte Ivan. Ci manchi.

 

Un viaggio alla rovescia

miniere mount carmel_pittsburg ksPubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 13 – settembre 2015

Il piccolo cimitero St. John di Jessup – Pennsylvania è un prato in discesa che guarda una graziosa vallata. In un’ipotetica classificazione della qualità degli alberghi del riposo eterno, questo di Jessup sarebbe un quattro stelle: baciato dal sole del mattino e con una discreta veduta di una parte della contea di Lackawanna. La quinta stella potrebbe spettargli di diritto per il fatto di essere rivolto ad Est, perché Est vuol dire Italia e per la maggiorparte degli “abitanti” del cimitero di Jessup, Italia vuol dire casa.

Tra i viaggi più belli che un uomo può compiere, un posto d’onore è senza dubbio riservato a quelli alla scoperta delle proprie radici. E’ il primo pomeriggio del quattro maggio duemilaotto, quando nel piccolo cimitero di Jessup sta per arrivare il secondo momento magico di uno di questi viaggi. Il primo era stato quello di aver conosciuto Sam Parri, figlio di emigranti gualdesi di inizio ‘900. Nato negli Stati Uniti e mai uscito dai suoi confini, poche frasi in italiano, ma quelle poche… in stretto dialetto gualdese. “Hae magnato bene?, oppure “Stamatina (con una ‘t’) so gito via from my house che ereno le dieci. C’ho messo du’ ore co la machina (con una ‘c’) to come here per venitte a trovà”. Pochi frammenti tra uno slang quasi incomprensibile, ma frammenti che mettono i brividi e con cui si ricostruisce una vita. La sua.

Sam non l’ha mai vista l’Italia e mai la vedrà, ma è cresciuto in mezzo ai “gemo” della madre gualdese arrivata negli Stati Uniti da piccola seguendo il nonno di Sam, ne conosce i sapori, gli odori e un po’ di gualdese ascoltato in casa. E’ la storia degli italoamericani che popolano questa zona della Pennsylvania orientale. La storia di una delle tante famiglie nate qui dal nulla, perché partite con il nulla, se non la speranza di trovare un lavoro che potesse sostenere le famiglie lasciate in Italia. Sam è una di quelle storie. Anche Tommaso, suo nonno, è una di quelle storie.

Tommaso è uno di quelli che hanno sognato durante un viaggio rimasto per sempre il più lungo della loro vita, scavando le miniere della Pennsylvania, mentre le miniere della Pennsylvania scavavano i suoi polmoni. Uno di quelli che hanno contribuito alla crescita di un Paese la cui storia è fatta del sudore e dei polmoni svuotati di questi suoi figli adottivi. Uno di quelli che “aspettavamo braccia, sono arrivati uomini”. Tommaso è una delle storie del cimitero di Jessup-Pennsylvania, dove l’unica cosa di diverso dal grande cimitero di Gualdo Tadino-Italia è che qui riposano tutti sottoterra invece che nelle villette multifamiliari del nostro camposanto. Per il resto i cognomi sono gli stessi.

Tommaso è qui. La pietra è semplice, come tutte le altre, ma una particolarità ce l’ha: è scritta in italiano. La famiglia, lo stesso Tommaso, chissà, volle scolpire le parole ‘nato’ e ‘morto’ e non ’born’ e ‘died’ come nelle altre tombe. Orgoglio italiano. In un periodo un cui gli italiani erano chiamati ‘dago’, che voleva dire accoltellatore, cioè malvivente, cioè da evitare.

La storia di Sam, Tommaso e del viaggio in Pennsylvania si incrocia con quella di Steve, che viene dal Kansas, che ha fatto lo stesso tipo di viaggio che vi abbiamo brevemente raccontato, ma alla rovescia.

Non c’è solo la Pennsylvania nella storia dell’emigrazione gualdese, ma anche quello che gli americani chiamano il “Sunflower State” e le cui miniere di carbone erano lontanissime da quelle di Scranton, ma i polmoni te li scavavano con la stessa tenacia.

Forse molti di voi non lo sapranno, ma anche Kansas City vide arrivare molti italiani alla fine del 1800, all’inizio del 1900 e poi dopo la seconda Guerra Mondiale. Gente che arrivò per lavorare nel settore dell’imballaggio della carne e nel settore ferroviario. Nella parte sud-est dello Stato invece, in posti come Pittsburg, arrivarono tanti gualdesi a lavorare nelle numerose miniere di carbone. Sempre loro, le “mines”, nel destino dei nostri concittadini e non: le compagnie che le gestivano andarono in tutta Europa, soprattutto in quella meridionale e orientale, per cercare lavoratori. Non è esagerato dire che interi villaggi furono praticamente svuotati e trasportati in Kansas.

Tanti gualdesi quindi, spesso dimenticati rispetto a quelli della Pennsylvania. Perché se mantenere i contatti con lo Stato dell’Indipendenza era difficile, figuriamoci con questo pezzo lontanissimo di America, famoso per le grandi pianure e il Mago di Oz, dove dalle miniere usciva un carbone più povero rispetto all’antracite della Lackawanna County.

Steve è il nipote di emigranti gualdesi giunti in quello stato all’inizio del secolo. Nasce e cresce nel mezzo della provincia americana, al confine tra Kansas, Missouri e Oklahoma, ma con il mito italiano in casa, anche se i suoi genitori fanno la scelta di tanti: divieto di parlare l’italiano. Scelta dolorosa, ma con un fine non da poco: integrazione totale e il più possibile indolore. L’italiano si può parlare solo tra adulti. Per Steve è però inevitabile crescere con la parola “Gualdo” nelle orecchie, pronunciata un giorno sì e l’altro pure dal nonno Alfonso Passeri, oltre che nutrirsi della cucina italiano-gualdese della nonna Elisa Anderlini. Ambedue di Caprara.

Steve cresce con il sogno di conoscere da vicino le proprie origini, di conoscere il suo Sam Parri, ma in Italia. Lo stesso viaggio di prima, ma alla rovescia.

Arriva internet, Steve sbircia online l’elenco telefonico di Gualdo e si diverte a vedere che ci sono gli stessi identici cognomi che sono scritti sulle lapidi del cimitero di Frontenac, periferia nord di Pittsburg, dove abita. Non resiste e nel 2009 infila un messaggio in bottiglia gettandolo nell’oceano dei social. Ci sono foto, pezzi della sua storia e tante domande. Vuole capire da dove viene, chi sono i gualdesi e come è fatta Gualdo. La bottiglia viene raccolta. Il sogno diventa realtà.

Lui e Gualdo si incontrano per la prima volta in un caldo pomeriggio di giugno ed è amore a prima vista. A Steve lì per lì gira la testa: non aveva mai visto un monumento più vecchio di duecento anni e ora si trova in una Nazione che i monumenti più giovani di duecento anni quasi neanche li considera.

La cosa gigantesca, magica, visibile è stata la riconnessione con il proprio passato. Avete presente una spina che viene inserita nella presa e un circuito comincia a funzionare? Uguale. E’ stato come se nella sua vita tutte le connessioni siano state ricollegate. E le risposte sono arrivate. A fiumi. E’ stato a Serrasanta, seduto nel prato sotto l’eremo, che Steve ha capito da dove viene tutto l’amore e la passione che nutre per la storia. “Sono passati i romani laggiù, vero?”. “Si, Steve. Sono passati i romani. Proprio laggiù, nella vallata”. “I don’t believe to be here. I don’t believe”.

Steve si è specchiato nel riflesso delle nostre ceramiche, ha assaporato la barbozza, si è lasciato rapire dall’atmosfera della Rocca Flea e si è riconosciuto nei tanti nonni le cui storie sono raccontate dal museo dell’Emigrazione. Ha visto la casa natìa di nonno Alfonso, quel nonno che li faceva salire sulle gambe raccontandogli le storie vissute in quella casa, di quel paese così bello e lontano.

Il viaggio è costato tanto, ma Steve è tornato in Kansas ricchissimo e ha raccontato agli italiani di Pittsburg che le loro radici esistono veramente e non sono solo nei racconti dei loro genitori. Vere e proprie favole reali e vissute.

A Frontenac, periferia nord di Pittsburg, c’è una grande festa italiana. Si chiama semplicemente “Festa Italiana” e si svolge la fine di settembre. Si, proprio così: l’ultima settimana di settembre, perché spesso il caso gioca e si diverte. Questo evento potrebbe essere l’occasione per farne un terzo di viaggio, quello che riavvicinerebbe l’Italia, Gualdo Tadino a questa terra quasi dimenticata dove pian piano i ricordi e le favole vere di quei nonni stanno cadendo nell’oblìo. Sarebbe un peccato cancellare definitivamente un pezzo della nostra storia che è importante come quella del Lussemburgo, della Germania, del Belgio e della Pennsylvania, quando gli emigranti eravamo noi. Quando i viaggi si facevano solo al diritto, perché di farli a rovescio non ce n’erano le possibilità.

© Marco Gubbini 2015

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Thought I write a short letter before I go back to work.
Wanted to say, after I bought the airline tickets yesterday, I was in a daze…walking around thinking ‘I’m going to Italy’ and feeling very lucky.
Lucky to live during a time when such a thing is possible, lucky to have a beautiful daughter & sister to share the trip with.
Lucky to have made such a wonderful friend as Marco Gubbini. For my sister and I, this is a chance to see our homeland, reconnect with our origins.
For my daughter, this will forever change her, as she will learn just how amazing and diverse the world can be, and that we share the things that are important.
This will be a memory that will shape the rest of her life.
(mercoledì 11 aprile 2012 – mail da Steve Passeri a me)

I nostri primi 40 anni

radiotadinostoryPubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 12 – luglio 2015

Matteo ha 17 anni ed è innamorato pazzo di Chiara. E’ in camera sua, steso sul letto ad ascoltare Radio Tadino. Un brano fantastico cattura la sua attenzione. Prende lo smartphone, cerca il pezzo su YouTube, ne copia il link sulla chat di WhatsApp aperta con Chiara. Scrive “ti dedico questo brano con tutto il cuore” e poi sfiora col dito “Invia”. Dopo un viaggio di un millisecondo, un altro smartphone cinguetta. E’ quello di Chiara, che di lì a poco ascolterà la canzone col cuore a mille dopo aver letto la dedica del suo Matteo.
Questo è l’amore nell’anno 2015.

Ora saliamo su una macchina del tempo e digitiamo sulla tastiera l’anno 1976.
Matteo ha 17 anni ed è innamorato pazzo di Chiara. E’ in camera sua, steso sul letto ad ascoltare Radio Tadino circondato dai poster di Hendrix e Led Zeppelin. Un brano fantastico cattura la sua attenzione. Strappa un foglio dal quaderno di scuola e ci scrive sopra “Da Matteo a Chiara”, poi il titolo del brano. Piega il foglietto e lo nasconde nella tasca dei jeans. Infila le scarpe ed esce. Piove, ma nulla può fermarlo. Il viaggio a piedi, da casa fino a piazza Martiri, dura quindici minuti. Un’infinità sotto la pioggia battente. In cima al vicolo gira a sinistra e cerca con l’occhio la cassetta della posta a fianco del bar Appennino, quella con l’adesivo di Radio Tadino. Ci infila il foglietto con la dedica e il titolo della canzone e poi torna a casa bagnato fradicio, ma chi se ne importa.
Questo era l’amore nell’anno 1976.

Quella cassetta era svuotata ogni mattina dal dj di Radio Tadino, che poi aveva il compito di prendere quel disco, farlo girare sul piatto, appoggiarci la puntina del Lenco e introdurlo con “Questo brano è dedicato da Matteo a Chiara” facendo battere a mille il cuore di Chiara.
In mezzo a questo vortice infinito di cambiamenti, una cosa in comune, oltre all’amore: Radio Tadino, che nell’anno del Signore 1976 aveva dodici mesi di vita, ma non ancora il telefono.

Quaranta anni sono passati, in cui è cambiato il nostro modo di vivere, di agire; sono cambiati i nostri ritmi, il modo di gestire le passioni, di ascoltare musica. Quaranta anni in cui è cambiato il mondo, quasi più di quanto non era cambiato nei quaranta anni prima del 1975. Quaranta anni. Interamente vissuti da Radio Tadino con il piglio di chi affronta la vita pronto a combattere tutte le avversità. Li ripercorriamo con l’aiuto di Giancarlo Pascolini, che della radio è il macchinista con più anni di esperienza, avendo vissuto all’ombra dei ripetitori in pratica tutta la vita. La sua e della radio.

Lo sapete, nel mondo moderno, qual è la maggiore fonte di creatività? Il posto in cui dove sono nate tutte le idee più belle e pazze? Il garage. Fu un garage per Steve Jobs e un garage fu anche per Domenico Garofoli il quale, intorno al 1974, costruì un trasmettitore da 1,5 watt che racchiuse dentro un elegantissimo involucro di legno. Lui ancora non lo sapeva, ma da quella piccola cassetta sarebbe uscita la voce narrante della storia moderna della nostra città.

Fu circa un anno dopo che, in una capanna in lamiera nel quartiere di San Rocco di proprietà di Giuseppe Marcacci, Radio Tadino vide la luce grazie a quel trasmettitore e a una fonovaligia acquistata con tanti sacrifici. Nelle case arrivava la musica, ma anche la pioggia e la grandine che spesso percuotevano rumorosamente la lamiera a un metro dal microfono.

Poco dopo, il trasferimento nella sede storica di viale Don Bosco, nei locali della lavanderia esterna dell’Istituto Salesiano. E lì fu radio vera.
Un mixerino, due giradischi Lenco dalla partenza a dir poco lenta e un registratore amatoriale con un nastro fisso: quello di Fantasy Girl di Steven Schlaks, cioè il sottofondo di tutti gli spot pubblicitari che erano letti sul momento dal dj di turno!
Le trasmissioni erano solo pomeridiane, garantite dal trasmettitore sul Serrasanta che copriva fino ad Orvieto, perché allora erano poche le frequenze che disturbavano il tranquillo viaggio dell’onda modulata della voce di Gualdo.

L’assenza del telefono non fermò la creatività dei nostri dj che si inventarono i giochi a quiz… a distanza. Unici al mondo. Le chiamate erano dirottate al bar Appennino, dove c’era un uomo della radio che portava le risposte di corsa in radio. Affatto rari i momenti in cui, assente il fattorino, rispondeva al telefono Fernando, il proprietario del bar, che sollevata la cornetta, al “Pronto chi parla” sentiva rispondere le cose più insensate tipo “Alberto Sordi” o “il mostro di Loch Ness”!

La linea telefonica fu una svolta. Le dediche e i giochi decollarono e la cornetta divenne incandescente, con i dj che iniziarono a diventare dei veri e propri miti. In Umbria erano poche le radio “libere”, come venivano chiamate. Le umbre Radio Aut, Radio Trimmer St. Andrews, Radio Onda Libera e la marchigiana Radio Stereo Uno erano le uniche emittenti che i gualdesi captavano dalle loro radioline, ma tutta Gualdo era sintonizzata sulle frequenze di RT. C’era anche mamma Rai, certo, ma volete mettere la musica? Volete paragonare la musica classica della radio di Stato con quella alternativa, spregiudicata e libera di RT? Senza internet, il punto di riferimento per la scelta dei dischi giusti erano le onde medie di Radio Luxembourg e le recensioni di Ciao2001, la rivista per eccellenza in un periodo che forse rimane ancora il più fertile dal punto di vista musicale.

I dischi si compravano sconto pubblicità in un negozio di Gualdo, ma sovente si prendeva il treno per andare a Roma da un amico che importava direttamente dall’America. Si tornava con una valigia piena di vinili, ora diventati cimeli custoditi gelosamente nell’immenso patrimonio che la radio possiede ancora.

Nel frattempo, siamo a cavallo degli anni ‘70/’80, si iniziò a trasmettere anche di mattina. Poi arrivò la notte, il momento forse più bello per fare radio.
Ecco i primi notturni, dove era più lecito proporre musica di nicchia, ma anche cazzeggiare e cavalcare la satira più irriverente. Era appena finita l’epoca di Alto Gradimento, che aveva impazzato in Italia, e i nostri, se possibile, fecero di meglio. Non esageriamo se diciamo che la gente non usciva di casa quando c’era “Il volo della nottola”, dove si prendevano in giro bonariamente – anche se il direttore Serroni non dormiva sonni tranquilli – i personaggi più caratteristici di Gualdo, con rubriche come Qui, Quo, Quark o collegamenti irreali come quello con il rally di Monte… camera. In pratica i precursori dell’attuale Magabald, che spopola oggi nella radio degli anni 2000.

Intanto era cambiata sede e i nuovi studi di via del Biancospino furono una svolta importante per la maturità della radio e anche per la tecnologia. Le trasmissioni passarono da mono a stereo e finalmente la lucina delle radio, quella che segnalava la stereofonia, si accendeva anche sui 101.100! Arriva il picco degli ascolti. Secondo la Doxa a metà degli anni ’80 Erreti era la quinta radio in Umbria per ascolti. E badate bene: alle emittenti citate sopra se ne erano aggiunte decine. Il ripetitore locale fu spostato a Morano, perché a Serrasanta i troppi fulmini ne compromettevano il funzionamento. Poi c’era quello di monte Villano che copriva la parte nord di Perugia, mentre Monte Cucco serviva le zone di Fabriano e Jesi.

Radio Tadino viaggiò per dieci anni col vento in poppa, sospinta anche dai tanti collaboratori che premevano all’ingresso per coltivare una passione che se ti prende non ti lascia più.
Il terremoto di fine ‘97 fu uno spartiacque per tante attività e lo fu anche per la nostra radio. Per due anni non si vendette pubblicità e oculata e provvidenziale risultò la vendita della frequenza di monte Villano a Radio Maria e quella di Monte Cucco a Radio Deejay, cosa che non permise alla crisi di annientare l’emittente.

Paradossalmente quello del sisma fu anche il periodo in cui la comunità riabbracciò Erreti, dato che questa fu un punto di riferimento straordinario per la città. La gente era continuamente incollata alla radio, che trasmetteva 24 ore su 24 informazioni utili riguardante lo stato di emergenza anche per i comuni limitrofi.

Poi il mondo, quasi all’improvviso, iniziò a galoppare. Il vinile diventò un anziano signore che, girando tristemente la testa mentre entrava all’ospizio, vide il giovane e aitante Compact Disc salutarlo in maniera sfrontata con la manina. Mossa avventata, dato che, pochissimo tempo dopo, l’arrivo di internet spedì il CD nella stanza accanto al vinile.
Arrivarono i network, macchine gigantesche, ma fredde, pilotate non dal cuore, ma dalle case discografiche che decidono le playlist con rigorose logiche di mercato, che poi tradotto in soldoni significa gli stessi dieci pezzi che devono girano dalla mattina alla sera. In pratica la morte delle piccole radio locali, ma Erreti non muore.
Erreti si adegua, ma solo alle tecnologie, non ai network. Erreti rimane libera, senza perdere il carattere romantico e vintage della piccola radio di provincia.

Adesso trasmette anche in streaming e, ve lo diciamo in anteprima assoluta, tra poco si avvarrà della qualità del DAB+ (Digital Audio Broadcasting), che, fidatevi, è la più importante innovazione nel campo della radio dopo l’introduzione della stereofonia in FM. Però il cuore è rimasto e rimarrà sempre quello. Quello romantico delle dediche scritte a mano, quello vintage del vinile che fruscia, quello rivoluzionario di chi non si accosta alle mode, quello tenace alla Hiroo Onoda, quello di tutti noi che l’abbiamo vissuta, amata, aiutata.

Tornando alle storie (vere) dell’inizio, voi quale preferite? Quella del cuore che batte dopo un cinguettìo dello smartphone? O l’altra, quella del biglietto infilato dentro la cassetta della posta? Se la vostra risposta è la seconda, non potrete non unirvi a noi nell’augurare buon compleanno alla nostra emittente, perché non potrete non amare una delle storie più romantiche che la radio abbia mai scritto.

© Marco Gubbini 2015