SS 318, ma perchè ridono?

Schermata 2016-09-02 alle 10.34.55La strada è aperta. Perugia è più vicina, Ancona resta lì dov’è. Tutti siamo più contenti. Però resta difficile, ma veramente difficile, capire cosa avevano da ridere coloro che stamattina hanno inaugurato il tratto Schifanoia – Valfabbrica della Perugia – Ancona.
Parlare di vergogna assoluta vorrebbe dire sminuire lo stato d’animo che ogni singolo abitante di questa Regione, soprattutto di questa parte a nord-est, ha provato in oltre 30 anni di promesse rivelatesi sempre sullo stesso livello dei sogni, se non fossero stati incubi quelli dei tanti pendolari che dovevano ogni mattina raggiungere il capoluogo.

Quindici rinvii solo dal 2006, inaugurazioni annunciate, disdette e usate come “arma” pro campagna elettorale. Se vi siete dimenticati il tempo in cui questa strada è rimasta in un angolo dei nostri sogni, pensate a quando da bambini si andava in bicicletta lungo il tratto Branca–Schifanoia. Ve lo ricordate quel moncherino di strada che è giaciuto lì, come un piccolo serpente nero immobile in mezzo ad un campo? Quella strada finiva contro dei blocchi di cemento a ridosso della curva dopo la località Cerasa e tale è rimasta per anni ed anni, rimanendo preda dei ciclisti e fonte di imprecazioni per coloro che ogni mattina, andando a lavorare o all’università, ci passavano accanto.

Un po’ di tragica storia. Il progetto, quel progetto che comprendeva il serpentino da Branca a Schifanoia, riparte ufficialmente il 27 maggio 2004 quando viene approvato il Progetto infrastrutturale viario della ‘Quadrilatero’ da parte del Cipe. Il via vero e proprio sulla Statale 318 il 15 dicembre 2008. Ben 4 anni dopo. Il 16 febbraio 2009 vengono consegnati dei lavori, ma attenzione: sono quelli della Strada Statale 76 della Val d’Esino, nel tratto marchigiano. Questa zona dell’Umbria è e sarà ancora condannata a nausee lungo le anguste curve tra Casacastalda e Valfabbrica. Poi si complica tutto e inizia un’altra via crucis in mezzo ad altre via crucis. La data di consegna dei lavori finiti viene spostata infinite volte tra appalti, subappalti, commissariamenti e fallimenti con gli operai, unici veri eroi di questa vicenda, lasciati spesse volte senza stipendio.
La svolta finale nel 2015. Astaldi subentra a Dirpa Scarl, finita in amministrazione controllata, così come Impresa S.p.A., che, attenzione, era a sua volta subentrata nel 2011 all’originaria Btp, caduta in guai finanziari e anche giudiziari.

Non che pretendessimo una strada decente negli anni ’90, non sia mai, ma pensate che l’ideazione del progetto è del 1974! Nel frattempo che qui si ideava, le Marche avanzavano come truppe corazzate, “minacciando” i nostri confini. Fano–Pontericcioli, Ancona – Serra San Quirico, Civitanova –Muccia, San Benedetto del Tronto–Acquasanta. Tutte vie di comunicazione che, come eserciti in assetto da guerra hanno aspettato per decenni di fronte ai confini della povera Umbria in attesa che la burocrazia, che qui viaggia a velocità dimezzata rispetto a quella nazionale (quindi praticamente ferma), compisse il suo dovere. Insomma, quella di questo tratto della Perugia-Ancona è stata una delle storie più tragiche di tutta la viabilità italiana. Forse seconda solo alla Salerno–Reggio Calabria.

E loro ridono. Ridono, perché pensano che i meriti siano loro e invece hanno solo la fortuna di essere capitati al momento giusto con un paio di forbici in mano per tagliare il nastro. Ridono, perché se tanto gli fai presente la disumana vergogna di questa strada arrivata dopo decenni di bugie, di incapacità e fallimenti ti rispondono che mica è colpa loro. E’ colpa di coloro che erano lì al momento sbagliato e senza forbici in mano. “Colpa di chi non si sa”, purtroppo una caratteristica della nostra bella Penisola.

Addirittura, e questo è il colmo, c’è stato chi ha parlato con toni trionfalistici dell’anticipo dell’apertura, inizialmente prevista per la fine dell’anno!! E’ così che va la politica: invece di piangere per un ritardo di decenni, si ride per un anticipo di quattro mesi.

Il vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, ha dichiarato stamane: “Il lavoro che portiamo avanti ormai da tempo, almeno dall’inizio del Governo Renzi, con determinazione e non senza criticità, ha dato i suoi primi frutti. Stiamo portando a termine un progetto che molti non credevano che saremmo riusciti a sbloccare”. Capito?A sbloccare! Capito la politica come va? Capito la situazione attuale (mica tanto attuale) italiana? Le soddisfazioni, le capacità, si misurano con lo sbloccare qualcosa di bloccato a causa di fallimenti politici ed economici, più che con il realizzare qualcosa speditamente.
Siamo stati addirittura costretti ad ascoltare la presidente Marini ringraziare i suoi predecessori (leggi Maria Rita Lorenzetti & Co.). In pratica li ha ringraziati per i ritardi, i disagi causati e per il conseguente impoverimento di questa zona. Perlomeno il presidente Renzi ha parlato dell’esistenza di una “situazione gravissima delle strade”. Un briciolo di onestà, ma proprio un briciolo.

La consolazione, comunque non da poco conto, è che la nostra piccola Salerno – Reggio Calabria ha visto la luce. Con due generazioni di ritardo, per colpa di chi non si sa, ma l’ha fatto. Noi perlomeno ora potremo ridere, perchè cambierà molto.

Cambierà il nostro rapporto con Perugia, così come Perugia cambierà il suo rapporto con noi, anche se ci crediamo poco, dato che sarà dura abbattere quel concetto di “cugini di campagna” che i perugini, inspiegabilmente e in maniera anche un po’ tanto ridicola, hanno verso queste zone.
Cambierà anche il paesaggio che siamo stati costretti a vedere per tutta la nostra vita di studenti, lavoratori e viandanti. Cambierà tutto. Cambieranno le nostre vite e le nostre economie, perché le vie di comunicazione hanno da sempre caratterizzato in maniera proporzionale le fortune dei luoghi che attraversano. Addirittura, dall’essere quasi isolati, passiamo oggi ad essere crocevia, grazie anche alla nuova Flaminia che viaggia spedita (quasi) verso Roma.

Già, la nuova Flaminia. Sono passati sette anni dall’inaugurazione di questa vecchia strada. Vecchia sì, perché il tratto che collega Fossato di Vico a Nocera Umbra è nato vecchio, con due sole corsie già vittime di un degrado che neanche la mulattiera più sperduta. E questa è un’altra annosa questione. Nel 2009 ci promisero un veloce raddoppio e ce lo prometterà qualcuno nel prossimo futuro. E la storia non farà altro che ripetersi e scordarsi di se stessa, cioè del fatto che i Romani, quelli con la R maiuscola, impiegarono quattro anni a crearsi uno sbocco verso l’Adriatico, ideando e “stendendo a mano” la vecchia Flaminia.
Qui, a conti fatti, dopo due millenni e avendo a disposizione mezzi tali da permetterci di avanzare a passo di carica, ce ne abbiamo messi dieci volte di più per avanzare di quindici chilometri.

E allora cin cin, brindiamo e ridiamo.

© Marco Gubbini 2016 – gualdonews.it

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La storia finisce qui…

carlo_angelo_luzi25Tutto finisce, o quasi. Oggi termina ufficialmente un’avventura iniziata nel 1998, quando furono pubblicate le prime righe su gualdocalcio.it. Da lì a diventare addetto stampa di anni ne passarono altri sei. In mezzo, montagne di fotografie, articoli, pagelle, interviste, programmi televisivi e tanti tanti chilometri.

Oggi ho ufficialmente dato le dimissioni da un mondo che mi ha regalato tanto e a cui io ho dato una fetta importante della mia vita. Sia come addetto stampa, ma anche come dirigente accompagnatore. Panchine, fango, pioggia, chilometri, cabine stampa “simil pollai”, ma anche quelle di stadi importanti. Una fetta di vita le cui domeniche sono magicamente scomparse dal calendario prezioso della famiglia per seguire quello calcistico.

Non è la recente retrocessione, che mi ha fatto fare questo passo. Ci mancherebbe. O meglio: non nel senso che pensate. Nell’estate del 2006 passai d’incanto, in pochi giorni, dallo scattar foto allo stadio Del Conero di Ancona a un campo dell’hinterland perugino. Senza tribune, con sedie di plastica da picnic a funger da seggiolini e sovrastante un orto con tanto di galline. Senza batter ciglio, perché sono la maglia e i colori che contano, mica la scenografia.

Questo passo è la conseguenza di tante componenti.
In primis il campanello d’allarme del calo di entusiasmo. Un compito tanto impegnativo e per lo più fatto – sempre – gratis, ha bisogno del carburante dell’entusiasmo per mettersi in moto il fine settimana. A prescindere dai risultati questo è stato un campionato da me fatto col serbatoio sempre mezzo vuoto dall’inizio. E non va bene.

Poi c’è un fattore fondamentale: la perdita del senso di appartenenza.
Non sentire appartenenza nel calcio è come mangiare una carbonara senza uovo. Semplicemente il calcio non esiste più. E questo vale per tutti gli sport di squadra.
C’ero anch’io in quel gruppo di lavoro di 14 persone che creò una fusione di cui ero convinto, di cui tutti erano convinti, ma che alla lunga non si è dimostrata capace di rispettare l’intento iniziale: l’essere ambiziosi e migliorare sempre di più. Questa era la mission dichiarata al mondo. Questo non è stato rispettato. Di conseguenza, come componente di quel gruppo di lavoro, ma ovviamente a titolo strettamente personale, ho l’umiltà di dire: “Scusate, mi sono sbagliato”. E mi scuso anche per non essere riuscito a crearlo quel senso di appartenenza.
La vita è fatta di passi giusti e di inciampi. La vita è fatta di progetti che all’inizio sembrano vincenti, ma che alla fine non si dimostrano tali. E’ normale.
Una retrocessione in genere non conta nulla, perché il calcio è promozioni e retrocessioni, alti e bassi, ruote che girano.
Però in questo contesto conta molto. A soli tre anni da quella ‘mission’ conta moltissimo. E secondo il mio personalissimo parere significa che il progetto è quasi fallito. Non sto qui ora a enunciare i ‘perché’ e i ‘come’. Sarebbe comunque solo una mia insignificante opinione personale e non è neanche questa la sede giusta per parlarne.

Questa è la sede invece per augurare a tutta l’attuale società di rialzarsi presto e riprendersi quanto perso quest’anno. Glie lo auguro, perché all’interno c’è un mondo di volontari che merita tutto il bene. Però per me l’avventura “interna” termina qui. In maniera definitiva.

Tutto finisce. O quasi, perché continuerò a seguire il calcio gualdese come operatore dell’informazione per Gualdo News e quasi sicuramente, quando il tempo me lo concederà, finirò l’opera di restauro del sito gualdocalcio.it, uno dei più vecchi d’Italia, che rinascerà sotto forma di archivio storico.
La recente esperienza con il libro di Daniele Amoni sul calcio gualdese, quel teatro gremito il giorno della presentazione, mi ha convinto ancor di più di quanto conti la nostra storia e di quanto stolto sia chi dice che la dobbiamo dimenticare per guardare avanti. Ma che stupidaggine è questa? Bisogna avere l’intelligenza di guardare avanti con un occhio al passato! Ecco quel che bisogna fare. Per non incorrere negli stessi sbagli e seguire strade che si sono rivelate piene di successo.
Perciò tutto il materiale in mio possesso andrà a riempire quel sito a riposo, ma non impolverato, che giace nei magazzini di internet.

Alla fine, in questi casi, si deve esprimere riconoscenza.
Allora dico grazie a tutti coloro che mi hanno dato fiducia in questi anni. A tutti i colleghi che ho conosciuto in oltre dodici anni nei campi e nelle cabine stampa tra serie C, Promozione, Eccellenza e serie D. Grazie in particolar modo agli amici della redazione sportiva dell’ex Giornale dell’Umbria che per prima ha iniziato a pubblicare le mie foto e a volte anche qualche mia cronaca, come sempre fatta più di cuore che di tecnicismi calcistici. Grazie anche per la scuola di giornalismo che è stata.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dimostrato di sapere quanto conti e quanto lavoro ci sia dietro un ufficio stampa. Ringrazio anche coloro che ancora non sanno che cosa significhi fare l’addetto stampa, perché mi hanno dato la volontà di migliorarmi ancora di più: nell’accoglienza degli amici giornalisti ospiti, nel rappresentare la società nelle trasferte più lontane e nel gestire la stampa locale.

Non faccio nomi per paura di dimenticarne tanti, ma il direttore generale Giuseppe Ascani lo voglio citare. E’ solo per lui che la decisione di lasciare è arrivata con un anno di ritardo. Peppe mi ha detto: “Stai con me un altro anno e poi, se vuoi, lasci”. L’ho fatto, solo per lui, e spero con tutto il cuore di essere stato all’altezza di aver svolto il mio compito anche con entusiasmo dimezzato. L’ho fatto, perchè Peppe è un patrimonio gualdese.
Fare l’addetto stampa in serie D in questi tre anni, è stato ovviamente più difficile e impegnativo che farlo in Eccellenza, ma anche non ovviamente più difficile che farlo in serie C, quando non c’erano i social e la rete non era così esigente come lo è ora. Farlo con poco entusiasmo e con poca passione è dura, quindi è giusto che ora passi il testimone.

Lascio tutto con una convinzione suprema: che nonostante mi piaccia fare il birichino con la penna, mai mi sono permesso di scrivere, in tutti questi anni, mezza riga che andasse al di fuori del ruolo di addetto stampa. Se si fa una scelta, questa va sposata fino in fondo ed è quello che ho sempre fatto senza timore di essere smentito. Scrivere essendo al servizio di una società significa seguire un canovaccio già precostituito. Significa limitarsi a raccontare le cose senza commentarle. Significa tenersi dentro sentimenti che giornalisti senza vincoli possono esternare senza un pensiero. Significa scrivere comunicati di esonero freddi come la neve, anche se il cuore dentro ti spinge a scrivere una poesia. E’ dura, ma penso di aver resistito abbastanza bene.
C’è stato addirittura chi ha pensato che dietro certi articoli “cattivelli” della stampa locale – cattivelli si fa per dire, la cattiveria nel giornalismo sportivo è altro – ci sia stato sempre io. Tranquilli: non sono così potente da deviare le menti di colleghi “pensanti” per conto loro.

Grazie a tutti gli allenatori, i calciatori piccoli e grandi, i vari staff con cui ho condiviso questa avventura. Grazie ai tifosi. Portatori sani di gualdesità. Gente che ha cavalcato le soleggiate onde del successo, ma che ha saputo anche non affondare nelle tempeste che caratterizzano la storia, non solo sportiva, di questa nostra città. Gente che quando si è fatto leva sull’appartenenza non ha mai mancato gli appuntamenti. Gente che ha ingoiato bocconi amari e che ha sposato tutte le vicende degli ultimi anni, senza però mai perdere la propria identità.

Lascio con la speranza di aver lasciato un segno di professionalità. Perchè essere professionali è molto, ma molto più importante di essere professionisti.

Il disegno ha un’anima rock

Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 15 – aprile 2016

Giovanni Biscontini
foto Raw World

Il laboratorio è al terzo piano di una casa di Petroia, piccola frazione a sud di Gualdo Tadino. La stanza profuma dell’arcobaleno dei colori acrilici appoggiati su un tavolo dove spiccano decine di bozzetti. Siamo a casa di un’artista, che possiede uno dei talenti più affascinanti dell’essere umano: quello di saper creare con il pennello.

Giovanni Biscontini è un giovane illustratore gualdese, appassionato d’arte fin da piccolo, che dopo le scuole superiori prova a frequentare la facoltà di Lettere, ma che dopo si rende conto che il talento, quando ti chiama, ha un profumo irresistibile. Allora lascia Lettere e inizia a frequentare l’Accademia delle arti figurative e digitali “Scuola Internazionale di Comics” di Jesi, specializzandosi in illustrazione e grafica.
Vicino al tecnigrafo, Giovanni ci spiega cosa significa fare l’illustratore. “E un’arte particolare, perché sei sotto commissione e devi andare dietro ad una richiesta specifica. Certo, ogni illustratore ha il suo stile, ma devi entrare nelle storie che gli scrittori creano e spiegarle con un disegno”.

Diverso, molto diverso, dal pittore ‘anima sciolta‘ che può alzarsi la mattina e dipingere quel che gli passa per la mente. “Mi piace fare anche quello e ho fatto anche parecchie mostre, portando con me tavole illustrate, ma ho avuto sempre passione per gli illustratori”.

Giovanni ci fa vedere i libri di cui ha creato la copertina. “Mi sono avviato all’illustrazione grazie al mio amico Francesco Giubilei. Insieme abbiamo fatto una rappresentazione sulla Bastola nella Rocca Flea nel 2012. Sono state esposte una decina di mie tavole legate ad un suo libro, il mini concept “Bastola, la Signora del Fuoco” (editoriale ARPANet 2008 n.d.r.). Sempre lui mi ha presentato alla casa editrice Senso Inverso di Ravenna, che ora mi chiama uno o due volte al mese per illustrare pubblicazioni di artisti emergenti. Sono già arrivato a una quindicina di copertine”.

Anche se il lavoro dell’illustratore è diverso da quello del pittore, c’è un comune denominatore e non può essere che lo stesso di ogni artista: l’ispirazione.

“E’ fondamentale. Quando mi commissionano un lavoro, li avviso sempre che ci saranno tempi molto lunghi. Se non ho l’ispirazione non riesco a fare nulla e se mi mettono fretta è inutile iniziare. Loro lo sanno e sanno anche che faccio un altro lavoro (Giovanni è grafico di un’azienda locale – ndr) e mi lasciano fare. Poi nell’esecuzione sono abbastanza veloce e a volte lavoro anche di notte”.

L’illustratore è un camaleonte dell’arte, anzi, per dirla come uno degli insegnanti di Giovanni, è ‘un artigiano col buongusto’.
“Qualche volta gli autori vogliono uno stile definito, altre mi dicono ‘fai tu’. Siamo come falegnami a cui commissionano un mobile. Dobbiamo adattarci all’esigenza del cliente, cercando comunque di mettere noi stessi. Per questo non ho un artista particolare a cui mi ispiro. Ce ne sono tanti che fanno questo mestiere, ma se devo dirne uno che spicca non ce l’ho, anche perché a seconda del genere che mi chiedono di illustrare io vado ad attingere nel mio bagaglio culturale e personale, cercando di farla nel modo più personale possibile”.

Però forse un punto di riferimento c’è, ma non è un disegnatore. E’ uno scrittore. “Stephen King mi ispira un po’. Lui ha il talento e la facoltà di farmi immaginare certe sue scene. Uno non deve mica prendere ispirazione per forza da una cosa visiva. Può farlo anche da una lettura.”

“La soddisfazione più grande? Quando gli autori delle storie di cui illustro la copertina mi chiamano e mi dicono che non avrebbero mai saputo trovare una rappresentazione migliore per quello che hanno scritto. Il fascino di questo mestiere è che la prima cosa che vedi di un libro è la copertina. E’ quella che ti acchiappa, che ti chiama dallo scaffale della libreria. Ed è bello sapere che certi autori vivono di questo attimo magico”.

Ti sei mai cimentato con i fumetti?
“Sinceramente no. Lì devi essere come un regista. E devi essere bravo a disegnare i personaggi sempre uguali a se stessi, in ogni singola tavola. Io non ho fatto questa scuola. E poi non riesco a fare due cose uguali. A me piace spaziare”.

Giovanni Biscontini non è solo un illustratore. Si diverte anche con alter due nobili arti: il teatro e la musica. Suona con i Nova Celeste e con gli Essence Fall, gruppo rock con all’attivo tanti pezzi propri e un CD. Recita con la Filodrammatica Dialettale Gualdese, vero e proprio emblema della gualdesità.
“Teatro e musica sono due hobby che mi piace coltivare. Mi sento portato per entrambi e il contatto con il pubblico mi piace molto. Sembra un controsenso, dato che sono giudicato come timido e scontroso e chi mi conosce non se lo aspetta un Giovanni spigliato come lo è sul palco. L’incanto del palcoscenico però è proprio quello di poter interpretare un personaggio che non sei tu. A volte l’esatto contrario di chi sei nella realtà. E tutto ciò è affascinante”.

Ti senti più disegnatore, musicista o attore?
“Ti posso dire quello che mi piacerebbe fare: il disegnatore. Io sono comunque portato, di natura, ad un lavoro da libero professionista. Fare l’illustratore è la cosa che mi piace di più e che vorrei diventasse un lavoro. Per la mia formazione e per la scuola che ho fatto. So però che non è facile. C’è in giro gente bravissima e ci vuole tanta gavetta, tanto curriculum e ovviamente anche gli agganci giusti. Pensa che nella mia classe eravamo in sei e ora gli altri cinque fanno tutta un’altra cosa. Solo io ho continuato”.

Un artista completo Giovanni, un artista vero. Di quelli che magari ci sei in compagnia al bar e d’improvviso ti giri e non lo vedi più, perché è tornato nel laboratorio rapito da un’ispirazione improvvisa.
“Il bello di fare tutte queste cose è che ti alienano. Fai un disegno e diventi quel disegno. A teatro diventi chi interpreti. Sai, a me non piace essere timido e scontroso, ma mi hanno fatto così. Allora il disegno, ma anche la musica e il teatro sono una gran bella via d’uscita”.

‘Io non sono cattiva, è che mi disegnano così’ diceva Jessica Rabbit. Guarda caso un personaggio illustrato che vorrebbe essere quello che non è, così come Giovanni vorrebbe non essere scontroso. Però… pensateci un attimo. Non esistono artisti veri che non siano un po’ introversi, schivi, riservati. Orsi con un anima di peluche. Impacciati che poi esplodono nella libertà delle loro espressioni artistiche.
Ecco, perché in questa nostra piccola città possiamo annoverare Giovanni tra gli artisti più veri e freschi. Un artista con cui parlare è un piacere, perché in ogni sua parola si possono scorgere e riconoscere le mille aspirazioni e i mille sogni che tutti i giovani devono avere, ma che, grazie al suo talento, lui può esternare nelle sue opere.

Con Giovanni ci salutiamo con il proposito di correre in libreria: esce il nuovo libro del nostro scrittore preferito e parliamo un attimo di qualche sua opera. Beh… lui, negli occhi, ha la luce che uno come lui deve assolutamente avere: quella tipica di chi sogna, un giorno, di poter disegnare la copertina di uno Stephen King.

© Marco Gubbini 2016

My Scotland

“L’inverno stava tenendo la Scozia nella morsa delle sue ferree dita, rifiutandosi di allentare la presa. Per tutto aprile venti gelidi da nord-ovest avevano infuriato, strappando i primi fiori dai pruni selvatici e bruciando le trombette gialle delle giunchiglie precoci” (Rosamunde Pilcher)

Questa la nostra Scozia di gennaio.
Lontano dai turisti, perchè loro vanno in vacanza, mentre noi siamo viaggiatori che fanno qualcos’altro: viaggiano…

Lo stadio che cambiò l’Italia

12604678_10208446139169856_8496956991796643788_oIl primo Mondiale di tutti. L’ultimo lo avevamo vinto nel ’38, noi non c’eravamo e il calcio era un’altra cosa.
Il Mondiale dell’estasi collettiva, delle piazze tricolori, di Pertini e Bearzot che giocano a carte. Il Mondiale che cambiò l’Italia. Tutta. Che fece fiorire un orgoglio mai provato, che quello del 2006 non riuscì ad eguagliare. Il Mondiale dell’infinita maledizione delle maglie azzurre per i tedeschi, che dura ancora oggi.
Il Mondiale di una piazza Martiri traboccante di gualdesi che ballano fino all’alba con lo stereo di Pellicciotto appoggiato davanti la vetrina di Zuccarini. Il Mondiale di un bar Anastasi colmo di ragazzi in lacrime al terzo gol, quello del “non ci prendono più” che Pertini urlò ad un impassibile Re Juan Carlos, ma implicitamente rivolto ad un cinereo cancelliere Schmidt, seduto quattro poltrone più in là.
Il Mondiale dell’urlo di Tardelli: dalla porta fino alla panchina, immortalato da una foto che ora è nei libri di storia, perché tutto di quella partita è storia destinata a diventare leggenda.

Il Mondiale del Santiago Bernabeu. Non uno stadio, ma un luogo talmente sacro, che fa parte del percorso culturale e museale della città che lo ospita e venera.
Chi se lo scorda quel Bernabeu? Nessuno. E io non mi sono mai scordato neanche quel sogno di poter toccare l’erba che toccarono i ragazzi di Bearzot. Quelli che cambiarono l’Italia. 

Giovedì scorso quel sogno si è trasferito nel cassetto delle realtà. Entrare in campo, toccare l’erba e guardare verso quella rete dove Rossi, Tardelli e Altobelli fecero grande l’Italia.  Pensando alle parole del primo immenso poeta italiano del calcio, Gianni Brera: “Tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica. Non si vince un mondiale senza Storia; non si arriva senza nerbo e valore a una finale mondiale. Con nerbo e valore ci sono arrivati i tedeschi. Con bravura estrema li ha battuti l’Italia. Grazie a voi, benamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi.
II terzo titolo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri. Adios, intanto tia Espana, adios”.

La nota più bella

timemachineNon sono molto amante di ricorrenze come i compleanni o i cambi anno. Mi piace vedere la vita come un unico grande percorso, senza scadenze intermedie. Però se proprio c’è da fare un bilancio degli ultimi 365 giorni, dico solo che è stato un anno pieno di musica. E questo già lo eleva nell’olimpo dei migliori della mia vita. Un anno in cui il fare musica mi ha regalato tante di quelle emozioni, che scriverle sarebbe impossibile anche per me, che spesso le emozioni mi chiedono di raccontarle scrivendo.

Sì il lavoro, sì la salute, ma penso che si diventi veramente felici solo quando soddisfiamo le nostre passioni. Senza passioni saremmo fatti solo d’istinto e raziocinio, “una specie di cinghiale laureato in matematica pura”, diceva De André.

Quindi, se proprio vogliamo considerare terra di confine la mezzanotte, spero solo che quello che verrà domani sia semplicemente quello che è oggi: musica con i miei amici di palco, di prove, di cazzeggi, di cene, di scambi di idee, di brindisi, di selfies pre concerto, di abbracci dietro un sipario chiuso, di accordi su che accordi fare, di arrangiamenti, di jack, di cuffie e di microfoni. Amici più che adulti che diventano meno che fanciulli dentro un negozio di strumenti. Amici che si ritrovano contemporaneamente con gli occhi lucidi dentro la chat di WhatsApp, perchè qualcuno posta un pezzo che si sogna di fare… semplicemente perchè chi suona si emoziona al cubo. Sette amici che si conoscono chi da anni e chi da mesi, ma che sanno tutto di tutti, perché questa è una delle tante magie del condividere musica.

Auguro a voi e a me un 2016 la cui nota più bella sarà sempre quella che dovremo ancora suonare. Saremo così curiosi di ascoltarla, che non ci verrà mai la voglia di smettere…