La storia finisce qui…

carlo_angelo_luzi25Tutto finisce, o quasi. Oggi termina ufficialmente un’avventura iniziata nel 1998, quando furono pubblicate le prime righe su gualdocalcio.it. Da lì a diventare addetto stampa di anni ne passarono altri sei. In mezzo, montagne di fotografie, articoli, pagelle, interviste, programmi televisivi e tanti tanti chilometri.

Oggi ho ufficialmente dato le dimissioni da un mondo che mi ha regalato tanto e a cui io ho dato una fetta importante della mia vita. Sia come addetto stampa, ma anche come dirigente accompagnatore. Panchine, fango, pioggia, chilometri, cabine stampa “simil pollai”, ma anche quelle di stadi importanti. Una fetta di vita le cui domeniche sono magicamente scomparse dal calendario prezioso della famiglia per seguire quello calcistico.

Non è la recente retrocessione, che mi ha fatto fare questo passo. Ci mancherebbe. O meglio: non nel senso che pensate. Nell’estate del 2006 passai d’incanto, in pochi giorni, dallo scattar foto allo stadio Del Conero di Ancona a un campo dell’hinterland perugino. Senza tribune, con sedie di plastica da picnic a funger da seggiolini e sovrastante un orto con tanto di galline. Senza batter ciglio, perché sono la maglia e i colori che contano, mica la scenografia.

Questo passo è la conseguenza di tante componenti.
In primis il campanello d’allarme del calo di entusiasmo. Un compito tanto impegnativo e per lo più fatto – sempre – gratis, ha bisogno del carburante dell’entusiasmo per mettersi in moto il fine settimana. A prescindere dai risultati questo è stato un campionato da me fatto col serbatoio sempre mezzo vuoto dall’inizio. E non va bene.

Poi c’è un fattore fondamentale: la perdita del senso di appartenenza.
Non sentire appartenenza nel calcio è come mangiare una carbonara senza uovo. Semplicemente il calcio non esiste più. E questo vale per tutti gli sport di squadra.
C’ero anch’io in quel gruppo di lavoro di 14 persone che creò una fusione di cui ero convinto, di cui tutti erano convinti, ma che alla lunga non si è dimostrata capace di rispettare l’intento iniziale: l’essere ambiziosi e migliorare sempre di più. Questa era la mission dichiarata al mondo. Questo non è stato rispettato. Di conseguenza, come componente di quel gruppo di lavoro, ma ovviamente a titolo strettamente personale, ho l’umiltà di dire: “Scusate, mi sono sbagliato”. E mi scuso anche per non essere riuscito a crearlo quel senso di appartenenza.
La vita è fatta di passi giusti e di inciampi. La vita è fatta di progetti che all’inizio sembrano vincenti, ma che alla fine non si dimostrano tali. E’ normale.
Una retrocessione in genere non conta nulla, perché il calcio è promozioni e retrocessioni, alti e bassi, ruote che girano.
Però in questo contesto conta molto. A soli tre anni da quella ‘mission’ conta moltissimo. E secondo il mio personalissimo parere significa che il progetto è quasi fallito. Non sto qui ora a enunciare i ‘perché’ e i ‘come’. Sarebbe comunque solo una mia insignificante opinione personale e non è neanche questa la sede giusta per parlarne.

Questa è la sede invece per augurare a tutta l’attuale società di rialzarsi presto e riprendersi quanto perso quest’anno. Glie lo auguro, perché all’interno c’è un mondo di volontari che merita tutto il bene. Però per me l’avventura “interna” termina qui. In maniera definitiva.

Tutto finisce. O quasi, perché continuerò a seguire il calcio gualdese come operatore dell’informazione per Gualdo News e quasi sicuramente, quando il tempo me lo concederà, finirò l’opera di restauro del sito gualdocalcio.it, uno dei più vecchi d’Italia, che rinascerà sotto forma di archivio storico.
La recente esperienza con il libro di Daniele Amoni sul calcio gualdese, quel teatro gremito il giorno della presentazione, mi ha convinto ancor di più di quanto conti la nostra storia e di quanto stolto sia chi dice che la dobbiamo dimenticare per guardare avanti. Ma che stupidaggine è questa? Bisogna avere l’intelligenza di guardare avanti con un occhio al passato! Ecco quel che bisogna fare. Per non incorrere negli stessi sbagli e seguire strade che si sono rivelate piene di successo.
Perciò tutto il materiale in mio possesso andrà a riempire quel sito a riposo, ma non impolverato, che giace nei magazzini di internet.

Alla fine, in questi casi, si deve esprimere riconoscenza.
Allora dico grazie a tutti coloro che mi hanno dato fiducia in questi anni. A tutti i colleghi che ho conosciuto in oltre dodici anni nei campi e nelle cabine stampa tra serie C, Promozione, Eccellenza e serie D. Grazie in particolar modo agli amici della redazione sportiva dell’ex Giornale dell’Umbria che per prima ha iniziato a pubblicare le mie foto e a volte anche qualche mia cronaca, come sempre fatta più di cuore che di tecnicismi calcistici. Grazie anche per la scuola di giornalismo che è stata.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dimostrato di sapere quanto conti e quanto lavoro ci sia dietro un ufficio stampa. Ringrazio anche coloro che ancora non sanno che cosa significhi fare l’addetto stampa, perché mi hanno dato la volontà di migliorarmi ancora di più: nell’accoglienza degli amici giornalisti ospiti, nel rappresentare la società nelle trasferte più lontane e nel gestire la stampa locale.

Non faccio nomi per paura di dimenticarne tanti, ma il direttore generale Giuseppe Ascani lo voglio citare. E’ solo per lui che la decisione di lasciare è arrivata con un anno di ritardo. Peppe mi ha detto: “Stai con me un altro anno e poi, se vuoi, lasci”. L’ho fatto, solo per lui, e spero con tutto il cuore di essere stato all’altezza di aver svolto il mio compito anche con entusiasmo dimezzato. L’ho fatto, perchè Peppe è un patrimonio gualdese.
Fare l’addetto stampa in serie D in questi tre anni, è stato ovviamente più difficile e impegnativo che farlo in Eccellenza, ma anche non ovviamente più difficile che farlo in serie C, quando non c’erano i social e la rete non era così esigente come lo è ora. Farlo con poco entusiasmo e con poca passione è dura, quindi è giusto che ora passi il testimone.

Lascio tutto con una convinzione suprema: che nonostante mi piaccia fare il birichino con la penna, mai mi sono permesso di scrivere, in tutti questi anni, mezza riga che andasse al di fuori del ruolo di addetto stampa. Se si fa una scelta, questa va sposata fino in fondo ed è quello che ho sempre fatto senza timore di essere smentito. Scrivere essendo al servizio di una società significa seguire un canovaccio già precostituito. Significa limitarsi a raccontare le cose senza commentarle. Significa tenersi dentro sentimenti che giornalisti senza vincoli possono esternare senza un pensiero. Significa scrivere comunicati di esonero freddi come la neve, anche se il cuore dentro ti spinge a scrivere una poesia. E’ dura, ma penso di aver resistito abbastanza bene.
C’è stato addirittura chi ha pensato che dietro certi articoli “cattivelli” della stampa locale – cattivelli si fa per dire, la cattiveria nel giornalismo sportivo è altro – ci sia stato sempre io. Tranquilli: non sono così potente da deviare le menti di colleghi “pensanti” per conto loro.

Grazie a tutti gli allenatori, i calciatori piccoli e grandi, i vari staff con cui ho condiviso questa avventura. Grazie ai tifosi. Portatori sani di gualdesità. Gente che ha cavalcato le soleggiate onde del successo, ma che ha saputo anche non affondare nelle tempeste che caratterizzano la storia, non solo sportiva, di questa nostra città. Gente che quando si è fatto leva sull’appartenenza non ha mai mancato gli appuntamenti. Gente che ha ingoiato bocconi amari e che ha sposato tutte le vicende degli ultimi anni, senza però mai perdere la propria identità.

Lascio con la speranza di aver lasciato un segno di professionalità. Perchè essere professionali è molto, ma molto più importante di essere professionisti.

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Lo stadio che cambiò l’Italia

12604678_10208446139169856_8496956991796643788_oIl primo Mondiale di tutti. L’ultimo lo avevamo vinto nel ’38, noi non c’eravamo e il calcio era un’altra cosa.
Il Mondiale dell’estasi collettiva, delle piazze tricolori, di Pertini e Bearzot che giocano a carte. Il Mondiale che cambiò l’Italia. Tutta. Che fece fiorire un orgoglio mai provato, che quello del 2006 non riuscì ad eguagliare. Il Mondiale dell’infinita maledizione delle maglie azzurre per i tedeschi, che dura ancora oggi.
Il Mondiale di una piazza Martiri traboccante di gualdesi che ballano fino all’alba con lo stereo di Pellicciotto appoggiato davanti la vetrina di Zuccarini. Il Mondiale di un bar Anastasi colmo di ragazzi in lacrime al terzo gol, quello del “non ci prendono più” che Pertini urlò ad un impassibile Re Juan Carlos, ma implicitamente rivolto ad un cinereo cancelliere Schmidt, seduto quattro poltrone più in là.
Il Mondiale dell’urlo di Tardelli: dalla porta fino alla panchina, immortalato da una foto che ora è nei libri di storia, perché tutto di quella partita è storia destinata a diventare leggenda.

Il Mondiale del Santiago Bernabeu. Non uno stadio, ma un luogo talmente sacro, che fa parte del percorso culturale e museale della città che lo ospita e venera.
Chi se lo scorda quel Bernabeu? Nessuno. E io non mi sono mai scordato neanche quel sogno di poter toccare l’erba che toccarono i ragazzi di Bearzot. Quelli che cambiarono l’Italia. 

Giovedì scorso quel sogno si è trasferito nel cassetto delle realtà. Entrare in campo, toccare l’erba e guardare verso quella rete dove Rossi, Tardelli e Altobelli fecero grande l’Italia.  Pensando alle parole del primo immenso poeta italiano del calcio, Gianni Brera: “Tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica. Non si vince un mondiale senza Storia; non si arriva senza nerbo e valore a una finale mondiale. Con nerbo e valore ci sono arrivati i tedeschi. Con bravura estrema li ha battuti l’Italia. Grazie a voi, benamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi.
II terzo titolo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri. Adios, intanto tia Espana, adios”.

Pescara venti anni dopo, la fortuna di esserci stati

pescara04Siete stati grandi lo stesso”. “Oggi tutta Fabriano vi ha guardato”. “Forza Gualdo”. E’ quasi mezzanotte quando una fiat Tipo, con un’esausta sciarpa biancorossa appesa al finestrino, si affaccia a passo d’uomo su una via centrale di Fabriano gremita di gente per il neonato Palio di San Giovanni Battista. Con quella sciarpa e con quell’auto targata PG ci avevano riconosciuto subito: eravamo quattro dei tremilacinquecento reduci di Pescara.

Sono passati venti anni esatti da quel 24 giugno 1995. Allora abitavo a Fabriano e credetemi quando vi dico che il lunedì nei bar, dai barbieri e in piazza si parlava del Milan, dell’Inter, della Juve… e del Gualdo.

Venti anni col ricordo di quella sciagurata, ma magica partita che segna tuttora il punto più alto della notorietà calcistica – e non solo – della nostra città. Quel giorno la serie B la conquistò l’Avellino, allenato dalla leggenda della Juve Zbigniew Boniek. Cedemmo ai rigori, solo ai rigori, e l’urlo di Marco Landucci quando parò il rigore del nostro immenso Massimo Costantini, ci causa ancora oggi uno stato d’animo esatto e contrario rispetto a quello che ci fece provare l’urlo di Marco Tardelli ai mondiali del 1982. Oggi Boniek è il presidente della Federcalcio polacca e Landucci il vice di Allegri alla Juventus.

I brutti ricordi tendono a cancellarsi. Infatti, fateci caso, quando si parla di quella giornata epica, si cita il più delle volte ”lo spareggio di Pescara” e non “lo spareggio con l’Avellino“. Ma non si può cancellare il fatto che cedemmo solo ai rigori di fronte a quel gigante bianco verde e ai suoi quindicimila tifosi. Cedemmo solo ai rigori e solo quando ormai tantissimi di quei supporters campani erano dentro il campo di gioco nel momento in cui Costantini si apprestava a scrivere la parola The End in quello che, scommetto, resta ancora il film più visto della sua vita.

Non si vuole però celebrare la ricorrenza con i soliti episodi i cui dubbi ancora si rincorrono a distanza di quattro lustri. La celebriamo perché vinse una città, la nostra, che una volta tanto si ritrovò unita, compatta e orgogliosa di ogni atomo di cui era composta. Potere del calcio.

La straordinaria voce di Maurizio Compagnoni, secondo me il migliore telecronista che l’Italia abbia mai avuto, in diretta su Tele+ non lesinò complimenti alla nostra tifoseria, alla nostra città e a quella squadra, perché in quel freddo e umido giorno di giugno, lì in riva all’Adriatico la notizia non era l’Avellino che voleva riconquistare la B, ma una cittadina che voleva non aprire gli occhi e continuare a sognare.

Di quella giornata ho quattro flash.
Il primo è l’ingresso in curva. Entrammo per ultimi e la vista di quello stadio da serie A già stracolmo mi fece pensare che forse noi, comunque sarebbe andata, avevamo già vinto, perché vedere quelle maglie in quel contesto odorava di irreale.
Il secondo è il gol di Tomassini, che quasi mi fece cadere dalla balaustra. Quella rete mandò in tilt tremilacinquecento cervelli, che passarono gli istanti successivi a fantasticare le sfide con il Bologna, il Verona o il derby col Perugia dell’anno successivo.
Il terzo è la fiumana di tifosi avellinesi, riversatesi in campo anche prima dell’ultimo rigore con un gruppetto che badò solo a tirarci di tutto.

Il quarto è il più bello ed è l’autogrill dalle parti di Giulianova dove ci fermammo a cena. Un televisore acceso sulla pagina del Televideo col risultato della partita, qualche tifoso con cui scambiammo veloci e mesti saluti e poi, all’improvviso e mentre stavamo già a tavola, la squadra col presidente Barberini.

Un applauso, quell’applauso che modificò per un istante i loro volti, scuri come la notte che stava facendo capolino in autostrada, partì da me non appena Arturo Di Napoli fece ingresso nella sala ristorante. Lo citò più volte, il Presidentissimo, quell’applauso dei tifosi. E chissà che non fu quello che gli ricaricò immediatamente le pile, in quel momento completamente scariche. Come quando, dopo lo spareggio (un altro) perso tre anni prima con l’Imolese a Fano, entrò negli spogliatoi in lacrime e abbracciò tutti i suoi ragazzi con un “Forzaaaaaa, che il prossimo saremo più forti di adesso”. Lo fummo, più forti, negli anni a venire anche se purtroppo mai fortunati.

Dopo venti anni la fortuna è di averla vissuta quella giornata, quel periodo che nessuno può cancellare e che bisogna sempre tenere stretto nella mente e nel cuore, perché la storia deve – o almeno dovrebbe – aiutare ad affrontare il presente ed il futuro in maniera più saggia e consapevole. La fortuna è di aver potuto ridere, esultare, imprecare, piangere, non per una partita di calcio, ma per una Città che stava vivendo una cosa grandissima. Forse più grande di lei.

Mai più vista una comunità unita come quel giorno e le ore che lo precedettero. Mai più. Non so se è uno dei poteri magici dello sport. Forse sì. Forse è stata una di quelle cose che durano giusto il tempo dell’evento e poi d’incanto scompaiono per lasciare di nuovo spazio all’egoismo e al disfattismo di tutti i giorni. Però se dedicassimo a quel senso di appartenenza anche solo un’oretta al giorno, come fosse un abbonamento in palestra, chissà, forse quelle emozioni, e non solo in ambito sportivo, potrebbero tornare a rivivere. E guardate che sono belle emozioni.

Heysel, un po’ di vergogna è anche la mia

TargaHeyselMe la ricordo bene quella maledetta sera dell’Heysel. A casa di amici per assistere a quella che per la Juve era diventata una maledizione: una Coppa mai vinta, due finali perse con lo stesso identico risultato ed entrambi con un gol prima che l’orologio avesse scoccato dieci minuti di gioco.
Non sapevamo che la maledizione doveva ancora venire. Ben più tragica di una finale persa.

Non voglio pulirmi la coscienza, ma soltanto spiegare a me come mai dopo il fischio finale accennammo, io e i miei amici, festeggiamenti per le vie di Gualdo Tadino. Lo faccio spesso, perché ogni tanto ci penso a quella maledetta notte che da magica diventò funesta. Penso a quando, tornando a casa, sventolammo sciarpe e bandiere.

Quella che sto per scrivere non è una scusante o un’attenuante, ma semplicemente la situazione a metà degli anni ottanta, periodo in cui non solo eravamo ragazzetti spensierati, ma anche ragazzetti senza internet, cellulari e tv via satellite. In pratica: non sapevamo quel che stava veramente succedendo nel resto del mondo se non eravamo con la radio o la tv accesa. E la tv non ci aiutò quella sera.
Rai due iniziò la diretta con il video oscurato volontariamente. Bruno Pizzul, che aveva il compito di commentare la gara, tentava di attribuire l’imprevisto a cause tecniche. Quando arrivarono le prime immagini di gente che fuggiva verso il terreno di gioco, rimanemmo ipnotizzati, ma nessuno di noi poteva lontanamente immaginare l’entità della tragedia. Moti di rabbia verso i tifosi inglesi, le classiche frasi da tifoso rivolte alla tv e ai tifosi avversari. Punto. Le immagini, quelle vere, quelle con i morti portati via sopra transenne-barelle, le vedemmo dopo. A fine gara.

In un’intervista andata in onda questa sera, Mario Sconcerti, allora inviato per un giornale, ha raccontato che telefonò in redazione per raccontare le poche cose che sapeva e vedeva dalla tribuna, ma la redazione rispose: “Stai esagerando, la televisione non sta dicendo niente”. Neanche i tifosi juventini che erano nella curva opposta si resero conto della reale gravità. Assistettero alla partita quasi come se fossero incredibilmente lontani anni luce da dove stavano. Già, la partita. Un dilemma che da trenta anni ci portiamo dietro: era meglio non giocare lasciando sessantamila persone rendersi conto di quanto successo? Oppure lasciarla disputare dando l’impressione di “normalità” per organizzare al meglio il deflusso dallo stadio?

Non lo so. Non lo sa nessuno. I trentanove morti ormai c’erano stati e quelli non li poteva evitare più nessuno. Come ha detto il padre di una vittima: “Lì per lì pensai ‘questi son pazzi’, ma ora dopo tanti anni penso sia stata la soluzione migliore, che portò ad evitare altre vittime”.

Non fu reale quella gara. Anche se poteva avere, e lo ebbe, un effetto di un quasi ritorno alla normalità per noi che eravamo a chilometri di distanza, isolati da tutto tranne che dalla voce di un Pizzul anche lui non propriamente consapevole e lucido. Nell’era del ‘no internet’, anche se parliamo del 1985 e non del 1925, un commentatore televisivo poteva rimanere isolato nella propria cabina stampa senza sapere quel che realmente stava succedendo in curva.

Però quella gara non poteva essere reale per i giocatori in campo, questo no. Hanno detto e dicono ancora oggi di essere stati costretti a farlo (e questo è vero) e di non essersi resi conto della gravità della cosa, ma quel giro di campo col sorriso in bocca e la Coppa in mano rimane un’immagine vergognosa. Paolo Rossi ha detto stasera in tv di non aver saputo niente fino alla fine della gara. Michel Platini di aver saputo invece nell’intervallo che c’era stato un morto, anche se qualcuno urlava “no, sono sette”. Come se uno, sette o trentanove cambiasse qualcosa.
Comunque sia, quel giro di campo rimane imperdonabile, così come l’averla alzata, quella Coppa, il giorno dopo appena scesi dall’aereo a Torino. Questo è un punto fermo su cui tutti devono concordare. Sono un tifoso della Juventus praticamente dalla nascita, ma prego Dio di non farmi mai accecare in modo tale da ragionare in un’ottica diversa da questa. La Coppa dei Campioni 1985 non esiste. Alla pari del rigore concesso a Boniek, con cui si fece vincere la non gara ai bianconeri per ‘ammorbidire’ la situazione.

Qualcuno di quei giocatori chiese scusa, qualcun altro no. Stasera la chiedo io, perchè a distanza di 30 anni quando sento parlare di Coppa dei Campioni o Champions League ancora ci penso. Penso a quell’automobile che mi riportava a casa. Non mi ricordo neanche chi la guidava, ma ricordo distintamente quella sciarpa che sventolava al vento. Scoprii solo dopo, dai telegiornali della notte e non da facebook con il suo real time, che era sporca di sangue, ma la mia vergogna rimane. Anche se è nulla in confronto a quella che dovrebbero provare coloro i quali, ancora oggi, invocano beceri cori celebrando l’Heysel al contrario di come si dovrebbe celebrare.

Penso anche che a distanza di trenta anni noi, le vittime di quella sera, ancora non siamo in grado di fronteggiare in maniera definitiva la violenza negli stadi. Al contrario di quello che hanno fatto i carnefici, gli inglesi, che hanno ormai abbattuto, stavolta in senso positivo, le barriere dei loro stadi.
E questa, forse, è la vergogna più grande.

La storia è un grande presente

sangiooldnewÈ bello avere dei conti in sospeso col calcio, perché il bello del calcio è che, prima o poi, ti da l’occasione per riportarli in pareggio quei conti. Non è detto che tu ci riesca, ma l’occasione, stai tranquillo, te la concede. Potranno passare mesi, anni. A dirlo alla Venditti si possono fare giri immensi, ma poi si ritorna.

Undici anni fa si usciva dallo stadio di San Giovanni Valdarno frustrati, delusi, mortificati e avviliti. Non tanto per il risultato, ma per l’ennesimo maledetto modo con cui era venuto. Con lo stesso maledetto furto con cui ci avevano soffiato la serie B un po’ di anni prima.

Stavolta ci avevano scippato la C1. La squalifica del loro uomo “più”, Baiano, annullata. La curva già in costruzione per la serie superiore. Un rigore, forse il più inesistente della storia del calcio, decretato guarda caso per un non fallo su Baiano. Penalty ed espulsione. Modi diversi, ma stessa sostanza di Pescara ’95.

Oggi, undici anni dopo, entrare in quello stadio mi ha fatto un certo effetto. Così come ha fatto un certo effetto, nella gara di andata, rientrare al Carlo Angelo Luzi al collega di San Giovanni Valdarno che oggi me l’ha proprio detto: “Ci sono stadi e città che non dimentichi mai”. Lui aveva bei ricordi, io un po’ meno. Mi ha anche detto “Mica era rigore quello!”. E lo so che non era rigore. Lo so che era tutto scritto. E se lo dico io, che credo poco o niente ai complotti, che non penso mai male, vi dovete fidare: era già tutto scritto.

Quest’anno abbiamo preso quattro punti su sei alla Sangio. Dopo undici anni ci siamo ritrovati e la nostra piccola rivincita – minuscola se si pensa alla differenza della posta in palio – ce la siamo presa. Oggi passava una delle tante occasioni che il calcio concede e ce la siamo messa in tasca sorridendo.

Non date retta a chi dice che conta sempre e solo il futuro.
Bisogna lavorare sempre per l’oggi e il domani, ci mancherebbe. Proprio com’è nella vita. Ma il calcio, proprio come la vita, è nulla senza il senso di appartenenza, senza il ricordo di città, stadi, persone che ci sono sfilati davanti e ci hanno regalato emozioni. Belle, brutte, ma pur sempre emozioni. Il calcio sarebbe totalmente insipido senza il sale che ti regalano certi ricordi, senza desideri di rivincite uguali alla sensazione che ho provato oggi. Non vendette. Rivincite.

La storia spesso è un grande presente e mai solamente un passato. La storia è il motivo per cui siamo come siamo. Non conta solo oggi e domani. Il calcio, per chi lo vive come me, non è solo un gol, un’azione, una vittoria. Il calcio è stadi, città, dialetti, bandiere, colori, orgoglio. E capisci che la passione che ci metti è quella buona, quando entri, come oggi, in luoghi che ti fanno accelerare il cuore quel tanto che basta a farti pensare “Cavolo, ho beccato una di quelle occasioni di rivincita che ti regala lo sport”. Un’emozione che ha fatto un giro immenso di undici anni. E poi è tornata.

Sul pullman, tornando da San Giovanni Valdarno ho letto una bella frase su Facebook: “Non stancarti mai di aspettare, perché il giorno più bello potrebbe arrivare domani”.
Ecco, in mezzo a tutti i mille problemi che ci sono oggi so che questo è un atomo, ma Pescara e l’Avellino sono sempre stadi e città vivi nelle mente di chi crede nella storia e nella poesia del calcio. Non sarà oggi, forse non sarà neanche tra altri undici o ventidue anni. Forse la durata della nostra vita non ci permetterà di assaporarla mai questa occasione. Ma teniamo la storia sempre in vita e qualche volta ubriachiamoci di ricordi. Affinché questi rimangano non solo vivi, ma anche belli caldi. Affinché una partita di pallone, da stupida, diventi un motivo di orgoglio e di rivincita. Affinché possa essere onorata la storia di chi ci aveva provato, ma non c’era riuscito.

Sotto un cielo di pietra

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Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 11 – aprile 2015

Per i gualdesi degli anni ’80 il Brico non era il megastore del fai da te, ma qualcosa di molto più ‘romantico’. Brico, abbreviazione di Lombrico, era un pulmino. Quando lo incrociavi lungo la strada per la Valsorda, rossiccio e con una dozzina di bracci fuori dai finestrini, sapevi già che quei ragazzotti lì non andavano in montagna. Andavano dentro la montagna.

Non c’è più Brico, sostituito da Brico2, un Volkswagen bianco più moderno, ma pur sempre dall’aspetto vintage. Ci sono invece ancora quei ragazzotti. Più attempati, ma mica tanto, perché quando porti avanti la tua passione non invecchi praticamente mai.
Brico era il pulmino del GSGT, acronimo di Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, una delle associazioni più longeve, affascinanti e soprattutto più solide della nostra città, luogo in cui spesso i gruppi nascono e poi subiscono mitosi pressoché costanti.

Ci prendevano da matti. Eravamo sempre in movimento, in giro per i monti. Fuori e soprattutto dentro“ ci racconta Giuseppe Venarucci, uno dei soci fondatori.
Non è corretto coniugare i verbi al passato, perché il Gruppo Speleo c’è ancora e compirà 40 anni nel 2016. Ancora solido come le rocce che ha scavato fin dal lontano 1976, quando la riscoperta della grotta della Miniera sul monte Penna fece di fatto nascere il gruppo, inserito subito nell’ambito delle associazioni speleologiche umbre.
Nel 1982 il regalo più bello dalle montagne più amate: le nostre. Dall’esplorazione di Buco Bucone sul Serrasanta, a seguito di una ciclopica disostruzione, si scopre una prosecuzione di oltre 200 metri. Nel frattempo il gruppo cresce, sia come numero di praticanti, sia come bagaglio tecnico. Un’altra soddisfazione arriva con la scoperta della grotta del Narciso, proprio sotto l’ex albergo della Valsorda. Un pozzo largo 2 metri e profondo 28, creato dal vecchio proprietario, aiutò a far venire alla luce ambienti sotterranei interessanti.
Escursioni, calate negli abissi rocciosi, ma anche scoperte come quelle della grotta delle Balze, dove sono stati rinvenute ossa di animali di diecimila anni fa. Ricerca e studio quindi, non solo gusto dell’avventura che già sarebbe sufficiente a rendere attrattivo un gruppo del genere.

Il Gruppo Speleo però non si è mai solo “nascosto” dentro la montagna. Oltre agli innumerevoli trekking organizzati – quando non c’era il CAI c’era il GSGT – è stato il primo ad iniziare un’attività costante sulla neve, con sci da fondo, sci escursionismo e sci alpinismo. Quei ragazzotti furono i primi a battere le piste da fondo del nostro Appennino. E se non soffri di claustrofobia, non ti fanno paura neanche le vertigini. Quindi ecco l’impegno sui 4000: Gran Paradiso, monte Rosa, monte Bianco, Cervino, Bernina.

Tanti i primati del gruppo quindi. Anche quello di essere stato precursore dell’arrampicata sulle nostre splendide pareti di roccia. E chi volete che c’era in prima linea, quando ancora non esisteva una locale sezione della Protezione Civile e bisognava dare una mano in occasione di quelle piccole o grandi calamità naturali che non ci siamo fatti mai mancare? Loro. Col Brico e tanta voglia di aiutare il prossimo. Nel 1996 il GSGT era iscritto nei registri della organizzazioni di volontariato ed era già stato a Canelli per l’alluvione piemontese di due anni prima. Poi nel ’97 il ‘nostro’ sisma, ma anche fuori le mura gli speleologi non si sono risparmiati. A Sarno, per esempio, nella tremenda alluvione del 1998. O a Valona, in Albania, dove i nostri arrivarono nel 1999 in un campo profughi per portare conforto materiale e umano.

La sensibilità per i problemi dell’ambiente e la competenza acquisita nel territorio montano hanno portato il GSGT ad impegnarsi spesso per la salvaguardia del nostro immenso patrimonio naturalistico, cercando di inculcare nei giovani una coscienza ambientale.
Già, i giovani. Oggi il Gruppo Speleo conta un buon numero di iscritti, ma quello che manca è il ricambio generazionale, il più giovane ha 35 anni. Nota dolente di molte associazioni in un’epoca in cui il più grande contenitore di risorse umane si chiama Facebook.

Il glorioso GSGT cerca di rimediare lavorando alacremente. “Per il 2015 abbiamo in programma un corso di introduzione alla speleologia – ci spiega Peppe Venarucci – Un bel serbatoio per noi potrebbe essere il mondo degli scout, dove non mancano giovani appassionati all’avventura”.

L’impegno è pesante, si prende un mucchio di freddo, ci si bagna, si fa spesso una fatica veramente bestiale, ma se è vero che il gusto dell’avventura è insito nella natura umana, c’è da sperare che l’attività del Gruppo Speleo continui ad occuparsi delle nostre montagne e del nostro misterioso sottosuolo ancora per molto tempo.
L’esplorazione della Grotta dei Tre Rospi alle pendici di monte Maggio, dove siamo attualmente impegnati, sta attirando parecchi curiosi. Qualcuno a volte si rimbocca le maniche e ci aiuta. Speriamo che qualcuno si appassioni e rimanga con noi. Da poco abbiamo in gestione il rifugio Monte Penna, dove abbiamo fatto lavori di manutenzione per riportarlo in piena efficienza. Organizziamo eventi, escursioni notturne ed esplorazioni della miniera e della cava del ferro. La voglia non ci è mai mancata in 40 anni e non ci verrà a mancare adesso”.

Il GSGT non ha più un posto fisso dove riunirsi. L’attuale amministrazione, alla luce del fatto che il Commissario recentemente alla guida della città ha tolto loro la sede, si sta dando da fare per cercare una sistemazione doverosa per un’associazione che tanto ha fatto e sta facendo per la città.

“Siamo sempre stati e saremo sempre degli spiriti liberi. Questo è uno dei nostri vanti.” – conclude Giuseppe.
E come fai a non essere quanto di più vicino al concetto di libertà, quando ti trovi da solo in pertugi così stretti che senti la ruvidità della roccia sfiorarti le guance? Come fai a non assaporarla, la libertà, quando fai una fatica bestiale per raggiungere una meta in un luogo che della libertà è quasi sinonimo come la montagna? Come fanno a non essere spiriti liberi quei ragazzotti che la montagna la vivono fuori e dentro?
E poi scavare in montagna è un po’ come scavare nell’anima. E per esplorare l’anima, liberi bisogna esserlo per forza.

© Marco Gubbini 2015

La favola della Vis

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Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 10 – dicembre 2014

“Ma che caz….!!” Attimi di silenzio da parte del radiocronista. In sottofondo per qualche attimo solo il fragore di un palasport ribollente. “Scusate l’interruzione! Nell’esultare, il tecnico mi ha portato via tutto. Cuffie dalla testa, microfono dalle mani. Tutto”.
Era fine maggio del 1986. Il radiocronista era Mauro Mancinelli, che della squadra di cui stava raccontando le gesta era anche ds. Il tecnico ero io, giovane collaboratore di Radio Tadino e alla sua prima trasferta importante. Il palasport era quello di Reggio Calabria, ad esser precisi Pellaro, dove la squadra di una piccola grande città, contendeva la serie A femminile di basket ad una grande grande città.
Eravamo decollati la mattina da Roma. Pullman fino all’aeroporto con tappa a Perugia dove avevamo caricato anche due/tre giocatrici che non erano partite il giorno prima con il resto della squadra. Con noi il presidente Sergio Morbidelli, ma soprattutto il carico di speranze di un’intera città.

Quella gara di spareggio la perdemmo. Vincemmo poi in casa, ma qualche giorno dopo nello stesso luogo dove avevo interrotto la diretta strappando tutto di dosso al povero radiocronista/ds, un luogo diventato nel frattempo ancora più incandescente, in serie A2 ci andò Reggio Calabria. Seguita tre mesi dopo… da noi. Sì, perché la massima serie ce la dettero comunque, grazie ad un ripescaggio più che meritato, dato che pensiamo fosse stato più che sufficiente aver vinto il campionato, la poule promozione e aver perso solo ai playoff con Reggio Calabria. Le regole del basket non sono sempre splendide come la stessa disciplina, ma nell’Anno di Grazia 1986 lo sport, a Gualdo Tadino, ottenne giustizia.

Molti la conosceranno questa storia che vi vogliamo raccontare, i più giovani forse no. Prima ancora del Gualdo che nel calcio si fece e ci fece conoscere in tutta la penisola, c’era una piccola società che raggiunse l’olimpo del basket femminile sul finire degli anni ‘80. L’inizio di quell’escalation assomiglia a una delle tante favole che lo sport ci regala e che a Gualdo Tadino ogni tanto trovano il terreno giusto per crescere prosperose.
Ve la raccontiamo in breve senza fare molti nomi, perché tantissimi furono gli eroi che misero sul parquet passione, sudore, tempo e soldi per far vivere alla città un’avventura incredibile. Quando si parla di passione, motore vero di queste storie in posti piccoli come il nostro, si pensi solo al Mauro Mancinelli di prima, che per anni e anni scrisse rigorosamente a penna (!) gli articoli delle partite per il giornale radio!
Tutto nacque all’interno dell’Istituto Bambin Gesù, come momento ricreativo delle ragazze che frequentavano la scuola. Poi un campo all’aperto, quello dell’oratorio Salesiano, in cui le giocatrici, con il caldo e con il freddo, correvano e sudavano con la forza di quando ti spinge lo slancio e l’impeto della gioventù.
Nel 1980 si decise di crescere. Nasce l’Unione Sportiva Vis, che partecipa al campionato di Promozione. L’anno successivo è già secondo posto, grazie anche agli innesti di giovanissime gualdesi come Piccarelli, Boldorini e Passeri. L’anno dopo ecco la serie C: totale dominio del campionato – 14 partite vinte su 14 giocate – e vittoria dei playoff su Osimo. Un campionato di rodaggio e poi, nel torneo 1983/84 arriva la serie B, conquistata sul parquet del Sadat Pesaro. Il naturale seguito di una stagione dominata dall’inizio alla fine. Il settore giovanile, anche quello è ai vertici del basket regionale e interregionale. Una fucina di talenti talmente grande che se in Umbria dicevi “basket” dovevi dire Gualdo. E quando metti in campo tanta capacità, tanta voglia di fare e tanto sentimento, succede che i sogni diventano realtà. La Vis, col nome di Skippers, raggiunge la serie A nel 1986, esaltando un mare di tifosi e facendo sembrare piccolo da morire l’allora ‘nuovo’ palazzetto Carlo Angelo Luzi. In una partita col Bari i gualdesi stiparono uno scatolone che sembrava scoppiare. Difficile andare a vincere lì, dove hai mille e più gole che ti urlano a pochi centimetri, quando sembra quasi di sentirli i mille e più cuori pulsare all’unisono. Infatti non ce la faceva nessuno. Vincevamo sempre noi.

Non finisce mica qui. La notizia del ripescaggio in A arrivò, pensate, la settimana stessa dell’inizio del campionato. Il telegramma si congratulava con la società e ricordava anche che da lì a poche ore le avversarie sarebbero state le venete del Quarto D’Altino! Allora che si fa? Si inizia con la frase più in voga tra i neopromossi: “L’obiettivo è un campionato tranquillo”. Detto, fatto. Infatti, la serie A2 fu una cavalcata tranquilla verso la conquista della poule A1 grazie ad una squadra fantastica, trascinata letteralmente da un pubblico incredibilmente caloroso che si fece conoscere in tutta Italia.
L’inizio dei playoff fu da urlo: una vittoria a Palermo. Poi il sogno rimase tale con tre sconfitte consecutive. Seguirono altri due anni di A2 e poi ecco arrivare un declino che portò retrocessioni consecutive, ma non fece morire l’apporto degli appassionati. La squadra collezionò ben 42 sconfitte consecutive tra B e C; un record, ma non fu mai abbandonata. Tanto che all’inizio degli anni ’90 altri uomini di buona volontà ricominciarono a lustrare il motore dell’auto e a ripartire. Ora si sta ridando onore con risultati prestigiosi e lanciando diverse ragazze.

Nel frattempo lo sport è cambiato. La pay tv? Internet? Non si sa. Chissà, se dovessero succedere questi eventi ora, se ci sarebbe lo stesso entusiasmo, perlomeno dal lato numerico? Chissà il Gualdo Calcio, dovesse ripetere oggi lo spareggio di Pescara, se sarebbe seguito da quelle 4000 persone? Chissà a rigiocare quella poule A1 che incendiava il palazzetto, se l’intensità del tifo sarebbe lo stesso di quei magnifici anni ’80? La perdita di entusiasmo nello sport è una strana involuzione, che va di pari passo con la perdita del valore che diamo alle radici da cui prendiamo linfa. E pochi ne sono immuni.
Resta comunque il ricordo di un periodo magico e di uno sport che univa una comunità intera, che nell’ora e mezzo della gara lasciava fuori i problemi individuali, dedicava il cuore a spingere quella palla a spicchi verso il canestro e per farlo usava un’arma micidiale: il senso di appartenenza.
Alla fine di quest’avventura che vi abbiamo raccontato, il miraggio della serie A rimase tale, ma resta comunque una bella storia che la città terrà per sempre nello scrigno delle cose belle. E forse alla fine è andata anche bene com’è andata. Perché è meglio che ci sia sempre, qualcosa da sognare.

© Marco Gubbini 2014
(thanks to Sergio Morbidelli, Mauro Mancinelli, Rossana Piccarelli e Mauro Monsignori)