“Il pallone e la miniera”. Emigrazione, calcio e… Gualdo Tadino

Tonio Attino è un giornalista tarantino autore di “Generazione Ilva”, la storia della più grande industrializzazione siderurgica d’Italia. Proprio questo è stato il particolare che l’ha portato, invitato a parlare di Ilva, in quello che è stato l’altro immenso polo siderurgico europeo: Esch sur Alzette, in Lussemburgo.
Attino torna dal viaggio non solo arricchito di amicizie nuove, ma anche di storie di emigrazione che rassomigliano alle favole. E le favole vanno raccontate.

Dopo un po’ riprende l’aereo, torna ad Esch, anche dopo aver letto gli articoli del nostro viaggio in Lussemburgo, e decide di scrivere un libro sull’emigrazione e sulla Jeunesse, la squadra dei minatori che ha reso grande il sud del Granducato.

Attenzione però. “Il Pallone e la Miniera – storie di calcio e di emigranti” non è un libro sul calcio e neanche una delle tante pubblicazioni sull’emigrazione. È un libro che fonde le due cose e ce le fa vivere come un romanzo struggente, commovente, bello e nostalgico. Perché a Esch “il calcio era il prolungamento della fabbrica e la fabbrica il prolungamento della miniera”.
C’è anche tanta Gualdo nel libro di Attino. Ci sono Nazzareno e Nello Saltutti, Giampiero Barboni e René Pascucci “il capitano dolce, gentile e prodigo di consigli per tutti i giovani”. Lo stesso René che con Made in Gualdo incontrammo nel 2013.

E’ anche la storia di Michel Platini, nato in Francia a pochi chilometri da Esch. Della macchina per scrivere partigiana di Gigi Peruzzi, che viaggia clandestinamente per redigere bollettini di propaganda antifascista. È la storia di Remo Ceccarelli il cui desiderio è quello di tornare in Italia, pur sapendo che poi sarà eroso dalla stessa nostalgia che ancora adesso sta erodendo Nazzareno Saltutti a Gualdo Tadino.
È la tragedia dell’Heysel vista da Giampiero Barboni, già capitano della Jeunesse, che si trovò a rispondere alle telefonate dei gualdesi che chiamavano il suo bar Conti per sapere se loro, che stavano a due ore da Bruxelles, avevano più notizie della Rai sulla tragedia che stava avvenendo.
È il romanticismo della Moto Guzzi Airone 250 rossa del papà di Ceccarelli.

E il libro ha un indirizzo preciso: Rue de la Hoehl, la Ulla come la chiamano ancora oggi i gualdesi, da dove venivano praticamente tutti i giocatori bianconeri. “Se avessero chiuso stabilmente il passaggio a livello, la Jeunesse avrebbe giocato comunque, perché i giocatori erano tutti qui, nella Hoehl” – diceva René Pascucci, il gualdese capitan gentile che fu uno dei condottieri dei bianconeri al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid.

Il Pallone e la Miniera è il racconto della Esch passata, ma anche di quella presente con un occhio al futuro. Il sindaco Vera Spautz, che ha sposato un gualdese, spera di ridare un’identità a questa zona ormai non più industrializzata e confida nel nuovo progetto universitario e nel futuro Ospedale del Sud. E sapete che esempio si prende? Semplice: la Jeunesse e l’operazione tentata dal gualdese Barboni per ricostruire “un club operaio senza gli operai, senza dimenticare il passato”.

Se la cosa riuscirà – siamo convinti di sì – si farà con la forza delle centoundici nazionalità presenti oggi a Esch (più di quelle rappresentate all’Onu!), perché “l’integrazione di fine ‘800 e della prima metà del ‘900, difficile, complessa, problematica, ora è normalità”.

Insomma un libro da avere e da leggere tutto di un fiato. Per la bravura dell’autore, perché c’è tanta Gualdo dentro, ma anche perché è sacrosanto quello che ci ricorda Attino: “le miniere resteranno nel corredo genetico di tutti”. Figuriamoci in quello di noi gualdesi.

Qui il link del libro su Amazon.

© Marco Gubbini 2018 
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Abituiamoci all’abitudine

C’era la RAI con Pino Scaccia, quel 5 aprile di 20 anni fa, fuori lo stadio Carlo Angelo Luzi di Gualdo Tadino.
Nonostante le forti scosse del 26 marzo e quelle di 48 ore prima, la città aveva deciso di non mollare di un centimetro di fronte al “mostro” e non rinviare la partita Gualdo-Ascoli di serie C1. Importante in chiave campionato, dato che i biancorossi del presidentissimo Barberini stavano dando l’assalto alla serie B, ma soprattutto importantissima dal punto di vista morale, perché avrebbe regalato a tutti un’ora e mezzo di aria nella prigione del terremoto.

Pino Scaccia era “l’inviato delle tragedie”. Lo so è brutto dirlo, ma così lo chiamammo io e il mio amico Enzo appena vedemmo che si dirigeva verso di noi col microfono in mano e l’operatore dietro. Scaccia era quello che compariva nel piccolo schermo in occasione di guerre, alluvioni, incidenti, sequestri di persona e catastrofi naturali di tutti i tipi, compreso il nostro “mostro”.
Ci ridemmo su e rispondemmo alle sue domande, poi prendemmo posto allo stadio, parlando del fatto che la sera ci saremmo rivisti su Rai Uno a dire che “andare allo stadio oggi è un calcio alla paura e la dimostrazione che, nonostante tutto, qui si può vivere una vita normale”. Non sapevamo ancora che quell’intervista sarebbe andata a finire in chissà quale archivio Rai, ma mai in nessun telegiornale. Perché quel giorno fu tutto meno che normale.

A non andare per il verso giusto iniziò la partita: l’Ascoli passò in vantaggio alla fine del primo tempo e quel gol di Frati restò l’unico. Così come fu unica e tale resterà per sempre la paura all’88° della gara. Mancavano due minuti alla fine, erano le 17.52 e tutto iniziò a tremare.

Una scossa è già terribile di per sé, ma se la condite con il rumore diventa devastante per una psiche già sgretolata. La copertura della tribuna dello stadio “Luzi” è di lamiera, la gradinata ovest è di ferro, la gradinata est – che quel giorno ospitava cinquecento ascolani – è di ferro.
Ecco, prendete due spranghe di ferro e sbattetele forte fra di loro. Moltiplicate per mille quel rumore, aggiungeteci la terra che trema e, forse, avrete l’idea di quello che successe quando mancavano otto minuti alle ore 18 del 5 aprile 1998.

Erano passati quasi sette mesi dal terremoto del 26 settembre, quello con epicentro a Colfiorito. La città era piena di tendopoli e campi container. Il centro operativo della Protezione Civile era a dieci metri dallo stadio, nei locali del Centro Promozionale della Ceramica che 5 anni dopo sarebbe stato intitolato proprio al presidente di quel Gualdo.
Sette mesi in cui si era cercato di tornare ad un minimo di normalità, ma quel giorno ripartirono le sirene, i camion dei Vigili del Fuoco, le ambulanze. Quel giorno ripartì tutto daccapo.

Pino Scaccia lo rividi fuori lo stadio, durante il fuggi fuggi generale. Era stato il primo reporter occidentale ad entrare nella centrale di Černobyl dopo il disastro; il primo a scoprire i resti di Che Guevara in Bolivia. Insomma, ne aveva viste di cose, ma giuro, era pallido come un lenzuolo.

Tutti telegiornali della sera, compreso la CNN, aprirono con le immagini del nostro stadio che tremava e la gente in fuga. Ma nessun servizio riuscì mai a rendere l’idea di quello che fu trovarsi lì alle 17.52 del 5 aprile 1998.

Sono passati venti anni da quel giorno ed ora i social ci ricordano che il mostro esiste anche quando non lo sentiamo, anche quando non vogliamo sentirlo, perché nel frattempo siamo diventati tutti sismologi e qualcuno anche sismografo vivente, dato che, usando il naso, ci dice la magnitudo ignorando i calcoli non soggettivi che ci sono dietro. Ma questo è un altro discorso.

Il problema è che i sismologi e i sismografi del web ci agitano, perché siamo ancora fragili come venti anni fa. Ogni volta che leggiamo su Facebook un “Rieccolo!” (figuriamoci quando sentiamo l’armadio fare un impercettibile rumore) ci viene in mente lo stadio, la chiesa di Grello e le notti passate in roulotte, quando i terremoti che sentivamo ci toccavano forte forte il culo e non c’era neanche lo smartphone per condividere la paura.

Bisogna allora avere (non è facile), la consapevolezza che ne passeranno altri venti di anni, poi altri duecento e poi altri ventimila, ma il “mostro” sarà sempre qui, destinato a convivere con noi.
È dura, ma se ci abituiamo all’abitudine, sarà più facile.

Il terremoto è un mostro immortale e spavaldo, ma non tale da mettere in ginocchio noi e la nostra magnifica terra, che da quel 5 aprile 1998 ha guardato avanti, è andata avanti e continuerà a farlo nonostante tutto. E il “tutto” che tanti gualdesi stanno passando in questo periodo non è solo il terremoto. Forse è anche peggio.

© Marco Gubbini 2018 – Gualdo News

N.B. Pino Scaccia mi ha contattato. Per segnalarmi che nel suo blog, dopo aver letto questo mio articolo, ha scritto anche lui un ricordo di quella scossa. Grazie Pino

Via Fani. Ragazzini di ieri, ragazzini di oggi

40 anni fa. L’ingresso di un bidello a metà mattinata che annuncia il termine delle lezioni, poi ci portano tutti in piazza Martiri a manifestare non sappiamo bene per cosa. A casa i telegiornali – ce n’erano solo due – parlano di un rapimento importante, ma in quel periodo i sequestri, i gambizzati e i morti ammazzati erano quasi prassi nelle aperture dei tg.

Qualche giorno dopo la partenza per la gita scolastica. Al casello di Roma Nord una marea di cecchini, poliziotti e carabinieri appostati tutti intorno, ma eravamo solo ragazzini curiosi per quello che stava succedendo intorno al pullman, con in testa solo la vacanza attesa per un anno.

Non lo sapevamo, ma eravamo dentro i 55 giorni più difficili e bui della storia della Repubblica Italiana. Una storia che addirittura cambiò in quel momento, dall’ingresso del bidello. Noi ce ne rendemmo conto solo da adulti e siamo stati adulti fortunati, perchè ci siamo stati dentro, abbiamo vissuto il durante e il dopo in prima persona e ci siamo fatti un’idea ascoltando chi indagava e i sopravvissuti, i familiari delle vittime.

I ragazzini di adesso invece hanno la possibilità di essere informati in tv e nei social, addirittura dagli stessi brigatisti che spararono quella mattina in via Fani.
Se è fortuna o sfortuna, decidetelo voi. Sono punti di vista e tutti legittimi.
In ogni caso spero che oggi nelle scuole italiane, non sui social, non in tv, ma nelle SCUOLE ITALIANE, docenti illuminati illuminino i ragazzini del ’18 su cosa successe nel ’78. Magari senza l’aiuto di Mario Moretti e Barbara Balzerani.

In memoria di AldoMoro, ma anche – e forse soprattutto – di Domenico Ricci 43 anni, Oreste Leonardi 51 anni, Raffaele Iozzino 25 anni, Francesco Zizzi 30 anni, Giulio Rivera 24 anni.

© Marco Gubbini

Vorrei entrare dentro i fili di una radio…

Lucio Dalla aveva ben chiaro quale fosse il segreto dell’esistenza: la Curiosità.
L’essere curiosi, sempre. Osservare, stupirsi e cercare di capire, con tutti gli stimoli che tutto ciò porta. E’ sicuramente questa la chiave della giovinezza, a tutte le età.

Nei suoi concerti diceva sempre che, da morto (e si toccava le parti basse), sarebbe voluto diventare un angelo. Ma non uno qualsiasi, non un cherubino, non un serafino, non uno di quelli dipinti nelle chiese. Voleva diventare un angelo Custode, forse il più “laico” di tutti, perché è quello che ci protegge da bambini, ma anche quello che è lì con noi da vecchi, ci osserva per tutta la vita, in tutti gli istanti. “Mi piacerebbe tornare qui come Angelo Custode, per stare insieme ai bambini, insieme ai vecchi. Osservarli, proteggerli. Capire come è la vita“.

Per me la più bella canzone, ops… poesia, di Lucio è Le Rondini. Poco conosciuta fino a quando è stata sottofondo del minuto di raccoglimento in memoria del povero Davide Astori. Questo è il pezzo che più rappresenta la curiosità, la voglia immensa di vivere e la capacità di trasformare la semplicità in capolavori assoluti.

Vorrei entrare dentro i fili di una radio e volare sopra i tetti delle città. Incontrare le espressioni dialettali, mescolarmi con l’odore del caffè e fermarmi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali“.
Non a caso Lucio aveva espresso il desiderio, detto sottovoce, molto sottovoce, agli amici (quando si trattava di morte… si toccava) che al suo funerale venisse suonata questa canzone.

Per Lucio, la curiosità, l’osservare la vita della gente comune, era l’unica chiave per cercare di capire il significato profondo della vita, capire da dove viene il dolore. “Capire insomma che cos’è l’amore”. Verità assoluta.
E nel mondo di oggi, pieno ormai solo di poeti del vaffanculo e delle risse, tu non ti rendi conto di quanto manchi, caro Lucio.

© Marco Gubbini

I giorni dei Giochi de le Porte

Prima avvertenza: non fate l’errore di arrivare domenica, quello che voi pensate sia il giorno della Festa. Non fatelo. Quando si parla di Giochi de le Porte non esiste IL giorno. Esistono I giorni.

Allora prendetevela comoda e imbarcatevi in auto il venerdì mattina. Arriverete in tempo per iniziare a godervi i Giochi proprio come i gualdesi doc. Sì, perché qui a Gualdo Tadino da sempre si dice che “il venerdì è dei gualdesi”, ma non preoccupatevi: non sarete certamente di intralcio. Anzi. Verrete semplicemente travolti dalla sana follia che avvolge questo giorno che segna l’inizio di tutto.
Venite con noi.

È venerdì e ogni cosa prende il via. O meglio, ogni cosa finisce. Finisce l’ansia di un anno, finiscono i preparativi, le prove, le paure. Tutto. Avete presente lo stato d’animo di una sposa che sta per uscire di casa per andare all’altare dopo mesi e mesi di attesa? Ecco, è così che si sente la nostra Città. Ansiosa, si mira allo specchio con la speranza che tutto sia a posto e che sia più bella che mai.

Arrivati? Parcheggiato? Bene! Fatevi trovare alle ore 18 in piazza Martiri e sistematevi in modo tale da gustarvi lo scambio di doni tra i tavernieri, quello che segna l’avvio ufficiale dei Giochi de le Porte. Soffermatevi sullo sguardo dei portaioli. Vedrete voglia di rivincita per chi lo scorso anno ha perso e voglia di ripetersi per chi tiene il Palio ben custodito in taverna. Però attenzione: il venerdì non esiste la Porta di San Benedetto, di San Donato, di San Martino e di San Facondino. Il venerdì esiste solo la Porta di Gualdo, perché tutti sono uniti nel festeggiare l’avvio di una tre giorni che, nonostante le rivalità, in primo piano metterà sempre e comunque la Comunità.
Poi assisterete alla consegna delle chiavi. Quali chiavi? Quelle della Città, perché qui, da oggi a domenica, non sarà il Sindaco a guidare il popolo, ma il popolo dei Giochi a guidare la Città.
Se al “Viva Gualdo, viva i Giochi de le Porte” urlato alla folla avete sentito un brivido sulla pelle, accertatevi che non sia il freddo. Se non lo è stato, vuol dire che siete pronti per il resto di questa avventura.

Seguiteci, perché da adesso si aprono gli usci delle taverne e allora i colori e gli odori che avete appena visto e sentito in Piazza, li ritroverete fra le mura di queste splendide e romantiche dimore medioevali pronte a conquistare i vostri occhi e il vostro palato.
In tre giorni avrete tempo per visitarle tutte. Anzi, mettiamola così: dovete farlo, perché solo in questo modo il tuffo nel Medioevo sarà completo e soddisfacente.

Mangiato? Allora tornate in Piazza, perché alle 21 verrete avvolti dal ritmo e dalle coreografie mozzafiato dei Tamburini delle quattro Porte. Poi ecco i giochi con i vessilli di uno dei gruppi più antichi dell’Umbria, quello degli Sbandieratori e Musici della Città di Gualdo Tadino. Ok, ora potete andare e dormire, magari dopo un salto in taverna per un buon bicchiere di vino e per fare amicizia con i tanti gualdesi che troverete lì, ma anche sparsi per le vie di un centro storico che stasera è più vivo che mai.

È sabato, il giorno del Corteo Storico. Di mattina la città dorme e speriamo la perdonerete. Anche perché la sorpresa che vi regalerà all’imbrunire, si rivelerà sicuramente uno degli spettacoli più belli, affascinanti e commoventi che possiate mai aver visto.

Sapete allora che dovete fare stamattina? Un giro per i nostri fantastici musei. Sì, perché Gualdo Tadino, che conta quindicimila abitanti, ha la bellezza di sei musei bellissimi. Ma non sono “bellissimi” perché chi scrive è di parte. Lo sono veramente!! Molti vi racconteranno la ceramica, il nostro orgoglio. Un altro vi racconterà l’emigrazione, quella nostra, quella che ha piantato il seme gualdese e italiano praticamente in tutto il mondo. È in questi luoghi che capirete da dove viene la nostra tenacia e perché Gualdo Tadino è la città dai Lustri d’Oro.

Il pomeriggio la piazza, la stessa che avete vissuto ieri, si riempirà di gente in costume. Chi sono, cosa fanno e quanto sono bravi lo scoprirete domani, ma volendo potete assistere alle loro prove, al loro “assaggio” di quella Piazza che domani vedranno dall’alto del loro palchetto, piena di migliaia e migliaia di visi rivolti verso l’alto, verso loro e verso i bersagli. Parliamo di fionda e arco, parliamo di bilie e frecce. Parliamo di strumenti vecchi di secoli, riportati in vita dai nostri bravissimi Giocolieri.
Non vi muovete, state lì, perché alle 18 arrivano i balestrieri della compagnia Waldum. La balestra è un’arma antichissima, inventata subito dopo l’arco, per aumentarne la potenza e la gittata. Dovete sapere che la gara a cui state per assistere ha un nobile scopo, perché colui che vincerà avrà l’onore di sfilare nel corteo storico di stasera con il drappo che domani si aggiudicherà il vincitore dei Giochi de le Porte. Con il Palio! Una bella responsabilità!

Adesso avete due possibilità: andare a cena o prendere posizione in Piazza per scovare un posticino utile per gustarvi uno dei Cortei Storici più belli d’Italia. Un suggerimento? Se siete in una buona posizione, tipo la scalinata della Basilica di San Benedetto, andate a mangiare dopo. Le taverne sono aperte fino a tardi e il cibo è sempre freschissimo. Se invece magari avete acquistato un biglietto per un posto in tribuna, mangiate con calma e tornate in piazza alle 21.
È a quest’ora che gli oltre mille figuranti delle quattro Porte, in costume d’epoca del XV secolo compariranno annunciati dal suono dei tamburi e sfileranno davanti ai vostri occhi, dando vita ad allegorie e scenografie fantastiche, che vi lasceranno senza parole. Magari non dimenticatevi di scattare tante tante foto!

Al termine del Corteo, vi diamo un altro consiglio: contornatevi di gualdesi, state loro vicino, così da farvi tradurre qualche parola in dialetto che inevitabilmente uscirà fuori dalla lettura dei Bandi. I quattro Priori saliranno infatti sul palco per sfidare le Porte rivali. Sfottò, battute, aneddoti. Qualcuno lo capirete, qualcun altro no. Provate a farvelo spiegare e se non ci riuscite nessuna paura. Tutto renderà più trepidante l’attesa per le gare di domani.

Adesso è il momento di andare a letto ma, se non lo avete già fatto, scegliete una Porta per cui tifare. Sceglietela in base ai colori, alle simpatie, a quello che volete. Però fatelo, perché non esiste domenica dei Giochi senza una Porta per cui tifare. E poi è bello parlare al plurale, dire “vinciamo noi”, urlare, incitare. È bello regalarsi un po’ di gualdesità.
Allora buonanotte. E nel sonno abbracciate il fazzolettone della Porta che vi siete appena regalati.

Siamo arrivati a domenica e ancora non vi abbiamo raccontato di un animale, che sicuramente in queste due giornate passate a Gualdo Tadino avrete visto decine di volte.

Il somaro è un animale addomesticato ormai da millenni, che ha rappresentato, anni e anni fa, il mezzo di sostentamento di tante famiglie. Bene, noi il somaro lo veneriamo. Esagerati? No, se andate a visitare le stalle dove le quattro Porte custodiscono questi animali, vi accorgerete che l’amore e la cura che i portaioli hanno per i somari è incredibile e a tratti commovente. Tant’è che abbiamo affidato a loro il compito di conquistare il Palio tanto ambito. A loro e ai giocolieri che avete visto all’opera ieri.

Pronti per i Giochi de le Porte?
Premessa: dovete sapere che la storia di Gualdo Tadino è una storia dura, intrisa di difficoltà, di cadute anche pesanti, ma Lei, la città, è rimasta sempre in equilibrio, quasi danzando sopra alle tante, tantissime avversità.
I Giochi de le Porte non possono che rispecchiare tutto ciò. Competitività, confusione, caos, difficoltà, cadute, risalite. È la storia di Gualdo e quindi è la storia dei Giochi.
Non aspettatevi nulla di normale, non sarebbero i Giochi de le Porte. Questa è una festa dove niente è ripetitivo, come nelle cento altre rievocazioni. Qui abbiamo una montagna con rocce dure come le nostre teste e una tramontana che ogni inverno tenta di tagliarci in due, senza mai riuscirci. Potevamo avere un Palio normale? No, non ce l’abbiamo.

Se ieri vi siete persi gli Sbandieratori e il corteo storico, o se avete voglia di rivederli, alle 14 e alle 14.30 arriveranno di nuovo in piazza Martiri. Poi, alle 15.30, trattenete il respiro e tuffatevi nel più grande spettacolo.

Se siete stati mattinieri avrete visto alle 10.30 pesare dei carretti di legno. Bene, saranno i protagonisti della prima delle quattro prove. Insieme ai nostri cari somari.
Ogni Porta si presenterà nell’Arengo Maggiore – ci siamo dimenticati di dirvi che la Piazza oggi si chiama così – con un carretto trainato dal somaro. A bordo un auriga e un frenatore, che tenteranno di compiere il giro dell’anello del centro storico nel più breve tempo possibile.
La seconda gara è quella con la fionda. Quattro tiratori, uno per Porta. Ognuno, con cinque biglie a disposizione, deve colpire un piatto bianco con un cuore al centro. Quel cuore sapete cos’è? La nostra città. Sì, perché Gualdo Tadino è l’unico luogo al mondo ad avere un centro storico a forma di cuore e un pezzo di cuore scolpito nella montagna. E, oggi, anche tanti cuori che battono all’unisono.
Per la terza prova, sullo stesso palchetto, salgono gli arcieri. Stessa modalità: cinque tiri ognuno, cercando di portare a casa più punti possibile.

Ora date un’occhiata al punteggio. È difficile che, a questo punto, una Porta abbia già vinto il Palio. Può succedere, certo, ma è più facile che a decidere chi porterà a casa il drappo dedicato al nostro San Michele Arcangelo, sia la quarta prova. Quella più bella, quella unica, la gara che quel cuore di prima ve lo farà saltare nel petto: la corsa a Pelo.
Stavolta i quattro somari partono insieme, senza carretto, cavalcati da altrettanti fantini. La corsa è avvincente, caotica, veloce, fatta di sorpassi, contro sorpassi, imprecazioni, sudore, urla dei portaioli. Tutto questo in due minuti, attimi in cui non ce la farete mica a stare fermi, a non esultare, a non disperarvi, a non essere trasportati dallo speaker che la corsa ve la racconta metro dopo metro. Una curva, il rettilineo, un’altra curva, la salita.
Nell’Arengo Maggiore compare il primo somaro. Magari è un testa a testa. La piazza esplode all’improvviso, appena gli zoccoli del somaro iniziano ad affrontare l’ultima curva prima del traguardo. Un boato, che il clamore di prima vi sembrerà un sussurro.

Poi è l’apoteosi.
Poi è il rogo…. Un rogo? Calmi, adesso ve lo spieghiamo.

Abbiamo una nemica. Si chiama Bastola ed è una strega, la reincarnazione del demonio, capace di assumere sembianze animalesche e di compiere rituali macabri nei nostri boschi. L’avrete sicuramente vista lungo il corteo storico: incatenata e imprigionata. Pensate che in una fredda notte del marzo del 1237 bruciò la nostra città. Come si fa a non odiarla? Non si fa e infatti da quaranta anni noi bruciamo lei.
La Porta vincitrice non si aggiudica solo il drappo del Palio dedicato a San Michele Arcangelo, ma avrà anche il diritto, l’onore e il piacere di bruciare la Bastola.
Così ecco un pupazzo, con le sembianze della nostra cara nemica, comparire nell’Arengo per essere oggetto di scherno da parte dei portaioli. Poi il rogo, in cui i vincitori partecipano con un girotondo di festa.

I Giochi finiscono con le rovine fumanti della Bastola e con i portaioli che, al ritmo dei tamburi, si tingono di nero con la fuliggine del rogo.
Se la Porta che avete ‘adottato’ ha vinto, fatelo anche voi. Sporcatevi le dita e segnatevi il viso. Se non ha vinto, fatelo lo stesso. Tanto sarete comunque segnati da questi tre giorni trascorsi nella città murata. Nella città dai Lustri d’Oro.

Buon rientro a casa, ma un ultimo avvertimento: qui assistiamo ancora ad un mezzo miracolo. Chi arriva in questo luogo bello, ma strano, in questo luogo che sembra rude, ma è cortese, sotto queste montagne aspre, ma bellissime…. beh, questo luogo lo sente come casa propria fin dal primo passo, fin dal primo giorno.
Gualdo è così. Ti obbliga a viverla, non vuole essere semplicemente visitata. Con una semplice visita non la capirete. Vuole rendervi parte della sua anima, del suo apparato sanguigno. Vuole stupirvi, nel bene e nel male. E con i Giochi de le Porte lo farà.

Quindi potranno passare anni, potete anche andare lontano, pensando di averla dimenticata. Ma state tranquilli: Gualdo vi rimane. I suoi Giochi vi rimangono.

© Marco Gubbini 2017
Articolo realizzato per Ente Giochi de le Porte.
Pubblicato su: Il festival del MedioEvo e Umbria Touring

Contributi per le rievocazioni, i Robin Hood alla rovescia

158mila euro per le rievocazioni storiche. E’ quanto erogato nel 2016 dalla Regione Umbria in favore di manifestazioni di cui il nostro territorio è pieno e per cui masse di turisti si riversano qui, cullati dai nostri stupendi paesaggi, dalla nostra cucina sublime e dalle nostre tradizioni.

La crisi però è una mannaia che ha colpito tutto e tutti. In primis, purtroppo, questo genere di contributi e ovviamente il paragone con gli anni passati è perdente. Dal 2013 al 2016 il denaro versato in favore di questi eventi è calato di circa il 20%.
Per tutti? Certamente no.

Nel lontano 2012 scrissi un articolo, che riassumo, riguardante una proposta di legge regionale presentata dal consigliere Andrea Smacchi, che prevedeva una normativa specifica per la festa dei Ceri. La motivazione era che i Ceri non potevano rischiare di essere “svalutati dall’accostamento ad altre manifestazioni che rievocano vicende del passato, ma non sono una tradizione che continuativamente e senza interruzioni trasmette di generazione in generazione valori che rappresentano l’identità regionale, come la festa dei Ceri“. Una distinzione quindi tra tradizione (i Ceri) e rievocazione (tutto il resto).

Nelle motivazioni della proposta di legge anche una perla, quella che definisce “momenti di incontro per evidenziare prodotti tipici e attrattive turistiche“, tutte le altre manifestazioni.
Dalla Giostra della Quintana alla Corsa dell’Anello, dai Giochi de le Porte al Maggio di San Pellegrino (che con i suoi 1013 anni è la manifestazione ininterrotta più antica dell’Umbria e tra le più antiche d’Italia), dal Mercato delle Gaite al Calendimaggio di Assisi. Per la proposta sono in pratica tutte sagre finalizzate alla vendita di bruschette col tartufo e tortellini con panna e salsiccia. Nessuna tradizione, ma solo vile marketing.

L’allora consigliere regionale Goracci, nel 2013 definì gli eugubini “orgogliosi delle proprie radici. Hanno con i Ceri un legame che altri non possono capire e sentire e non hanno fatto mai del ‘vil denaro’ il riferimento principale”.
Salvo poi, una riga dopo, dichiarare: “E’ evidente che la Regione deve impegnarsi con finanziamenti adeguati per tutto quanto può riguardare o ruotare intorno ad essa. Pur nelle ristrettezze, l’unicità e la rappresentatività vanno premiate e finanziate in maniera adeguata”.

Da una parte, quindi, il denaro è vile. Dall’altra è fondamentale per premiare l’unicità dell’evento (come se della Quintana o del Calendimaggio esistesse una copia cinese).

Tutto ciò per raccontarvi che ieri, lo stesso consigliere regionale autore di quella legge, Andrea Smacchi, ha annunciato di aver chiesto alla III Commissione di aumentare le risorse erogate dalla Regione per eventi di rievocazione storica. Fin qui siamo tutti d’accordo. Anche con la motivazione addotta dal consigliere. “Nella fase post sisma, bisogna ridare slancio ad un intero settore riportando i turisti nella nostra regione” – ha detto. Sacrosanto.

Poi però eccola. La tabella dei finanziamenti erogati negli ultimi quattro anni. Quella che pubblichiamo qui sotto. Non solo la Festa dei Ceri è definita nel post “rievocazione storica” in contraddizione con la distinzione fatta nella proposta di legge nel 2012. Ma si scopre, che è stata l’unica manifestazione che ha visto aumentare il contributo di oltre il 30% (!!!) passando dai 30mila euro del 2013 ai 40mila dello scorso anno.

Nel 2012 chiudevo l’articolo con questa frase: “Ora c’è da vedere se i soldi che arriveranno a Gubbio saranno soldi ex novo, oppure verranno tolti ai fondi destinati alle ‘altre’ manifestazioni storiche”.

Vediamo se dalla tabella qui sotto riuscite a capire che cosa è successo…

© Gualdo News – Marco Gubbini

No a Roma 2024, la sconfitta della legalità

roma-2024-logo-300x225Dire NO alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2024 è la sconfitta della legalità.

Le motivazioni che leggo sul blog di Grillo, che sembra aver deciso per tutta la Nazione, sono allucinanti. Non perché non possano essere potenzialmente vere, ma perché date a priori.  Timori di corruzione, illegalità, speculazioni private. Addirittura le Olimpiadi definite “armi di distrazioni di massa”. Addirittura esempi di post Olimpiade catastrofici riferiti ad altre città. Come se fosse matematico fare la stessa fine.

Una resa incredibile quella dei grillini. Una resa verso tutto quello che combattono dal momento della loro nascita.
Non dare a Roma e all’Italia un’opportunità universalmente riconosciuta come tale per quanto riguarda posti di lavoro e progresso come quella di organizzare un’Olimpiade e una Para Olimpiade, cioè le espressioni più alte e nobili dello sport universale, perché si ha paura di palazzinari, bancarottieri, perché si teme l’illegalità, il marcio politico e le speculazioni private è darsi per vinti a prescindere e abbandonare la lotta per cui il Movimento è nato!

Mi sembra pacifico che rinunciare per il timore dei poteri forti e del “magna magna” per cui siamo, è vero, tristemente famosi nel mondo, è comunque palesare che anche tu sei incapace dal punto di vista politico, dirigenziale e di governo di gestire ed evitare tutto ciò. Il paradosso è che sono andati al governo della città più importante e problematica d’Italia – anche con l’appoggio del mio sguardo interessato e speranzoso, lo ammetto – promettendo una lotta proprio contro tutto quello che temono possa impossessarsi dell’affare Olimpiade.

E l’arma sarebbe quella passiva della rinuncia?

Se la soluzione per evitare la concussione è quella di rinunziare a lavorare per un ente pubblico. Se la soluzione per evitare lo stallo assassino della burocrazia italiana è quella di non aprire un’attività. Beh, per tutto questo sarebbe stato sufficiente un discendente di Don Abbondio a governare Roma e l’Italia. Non un Movimento che promette battaglie da sempre.

Rimboccatevi le maniche, voi del Movimento. E dimostrate che è possibile fare qualcosa di universale, come un Olimpiade, prendendo il meglio che resta dell’Italia. Quel meglio che voi dite di rappresentare. Vigilate sul prima e vigilate sul dopo.
E ricordatevi che l’eventuale Olimpiade apparterrebbe non solo a Roma, ma all’intero Paese. E ricordatevi che la vittoria di un SI tignoso e non del solito e tatuato NO, potrebbe portare questa Nazione a rovesciare in una volta sola tutti i luoghi comuni di cui è pregna. Siete nati per questo.