Il signore delle cime

Gli odori delle officine sono inconfondibili. Olio, benzina, elementi base per far funzionare un’auto. Ma quando incontriamo Gian Marco Giacometti in via Flaminia, nel suo regno, c’è un odore che non si sente col naso, si sente col cuore: quello della passione.
Non è solo un lavoro quello di Gian Marco. Vederlo muoversi tra i suoi “pazienti” con quel modo di fare sempre ottimista e sorridente ti fa realizzare che qualcuno che fa della propria passione il proprio lavoro esiste veramente.

Scuola media e poi l’officina. Il giovane Giacometti inizia subito a lavorare tra carburatori e frizioni. Inizia come dipendente e lì cresce la passione per qualcosa di ancora più bello.
La passione per le corse – ci racconta Gian Marco – non è nata in officina, ma il giorno dopo la mia nascita”. Già, il DNA, l’arcano di avere nel sangue un indirizzo, un talento già nel momento in cui veniamo alla luce. Semplicemente il mistero più affascinante dell‘uomo.
Quando lavori in una officina e la tua passione sono i motori, pensare di salire dentro un bolide viene naturale. “La massima aspirazione, mia e di tanti miei colleghi, è quella di provare a gareggiare, perchè il fascino non è solo riparare la macchina, ma spesso anche portarla al limite”.

Quindi Gian Marco acquista quella che è la protagonista femminile di questo articolo: una Autobianchi A112 Abarth 1050 cc., classe 1978. “La pagai poco più di due milioni delle vecchie lire e la abbandonai nel cortile di casa”. Era il 1995 e il primogenito Daniele aveva due anni. Il secondo non era ancora nato, ma quando Emanuele vide la luce e fu portato a casa nella culla, con la coda dell’occhio si accorse di quella A112 tutta arrugginita.

Allora nessuno lo sapeva, ma il fascinoso meccanismo del DNA si rimise in moto nella famiglia Giacometti. Sì, perchè un bel giorno fu proprio Emanuele a sedersi vicino alla Autobianchi iniziando dapprima a togliere via la ruggine e poi dandoci sotto di chiavi inglesi e cacciaviti. Così, da quello che tutti noi avremmo chiamato rottame, venne fuori un bel bolide vincente.

C’è tutto Emanuele in questa auto – ci racconta un emozionato Gian Marco – Rientrava in casa nero come il carbone. Rapporti del cambio, il motore in generale, tutto è opera sua. Capita di correre contro auto più potenti, ma sulla mia ci lavora Emanuele. Gli altri non ce l’hanno”.

Il debutto della A112 grigia avviene nel Trofeo Fagioli del 2011. Poi la Coppa Chianti Classico a Castellina, in Toscana. Giacometti arriva tante volte primo nella categoria Auto Storiche. L’ultimo successo nella corsa in salita eugubina è dello scorso agosto con un tempo di 2’32”. In Toscana le cronache vittoriose sono dello scorso ottobre con il cronometro che segna 4’46”. Non male per una vecchietta di 41 anni salvata da morte certa grazie alla passione di un ragazzino e di suo padre, anche lui ragazzino. Perchè il segreto di un uomo felice sta sempre nel bambino che teniamo dentro.

Gian Marco con la A112 ci parla, la accarezza prima di ogni partenza e dopo ogni arrivo. E’ un emotivo e ci tiene a fare due nomi. Il primo è quello di Livio Cippicciani. “A Gualdo Tadino l’input nel mondo delle corse su 4 ruote lo diede lui. Ha fatto muovere a tanti i primi passi”. Poi c’è il nome che campeggia sul cofano grigio della A112: ‘Peppe sempre con noi’. “E’ Giuseppe Nuti di Gubbio, detto il Turco – spiega Gian Marco con gli occhi lucidi – La macchina era sua ed è a lui che penso quando sono al Trofeo Fagioli. Correre con questa macchina, che moltissimi eugubini ricordano, è una grande responsabilità e uno stimolo incredibile”.

Ha paura Gian Marco quando corre? “Certo, è normale e chi dice il contrario è falso. Ho paura per la mia famiglia e anche per la mia macchina, perchè va rispettata. La paura inizia dalla partenza. Poi però una volta in gara rimaniamo soli: io, la A112 e il pubblico. La corsa è fantastica, ma quando torni indietro e ti saluta gente che per te magari è stata ore sotto la pioggia è ancora più fantastico”.

Cos’è correre per un uomo di 53 anni? “Rigenerazione. La corsa mi rigenera. Dopo ogni gara sto bene per mesi. Poi mi riprende la nostalgia, ma per un po’ mi sento un leone. Sono un tipo emotivo e i tipi emotivi vivono di queste cose”.

Lo sguardo va verso una coppa del Trofeo Fagioli, sulla scrivania dell’officina. “Vedi questo trofeo? Ha un valore di poche decine di euro, ma c’è tutto. C’è il tempo di 2’32”, c’è quella curva presa in quarta, c’è la mia vita, ci sono i miei figli”.

Eccolo Gian Marco Giacometti, una persona con cui staresti a parlare per ore, uno che spiega i motori ai profani, ma non a parole. No. Mette semplicemente in moto la A112 che tiene davanti la porta dell’ufficio e ti fa sentire il rombo. Fa parlare lei. E allora capisci.

© Marco Gubbini – articolo pubblicato su “Gualdo Biancorossa”, dicembre 2019

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