Abituiamoci all’abitudine

C’era la RAI con Pino Scaccia, quel 5 aprile di 20 anni fa, fuori lo stadio Carlo Angelo Luzi di Gualdo Tadino.
Nonostante le forti scosse del 26 marzo e quelle di 48 ore prima, la città aveva deciso di non mollare di un centimetro di fronte al “mostro” e non rinviare la partita Gualdo-Ascoli di serie C1. Importante in chiave campionato, dato che i biancorossi del presidentissimo Barberini stavano dando l’assalto alla serie B, ma soprattutto importantissima dal punto di vista morale, perché avrebbe regalato a tutti un’ora e mezzo di aria nella prigione del terremoto.

Pino Scaccia era “l’inviato delle tragedie”. Lo so è brutto dirlo, ma così lo chiamammo io e il mio amico Enzo appena vedemmo che si dirigeva verso di noi col microfono in mano e l’operatore dietro. Scaccia era quello che compariva nel piccolo schermo in occasione di guerre, alluvioni, incidenti, sequestri di persona e catastrofi naturali di tutti i tipi, compreso il nostro “mostro”.
Ci ridemmo su e rispondemmo alle sue domande, poi prendemmo posto allo stadio, parlando del fatto che la sera ci saremmo rivisti su Rai Uno a dire che “andare allo stadio oggi è un calcio alla paura e la dimostrazione che, nonostante tutto, qui si può vivere una vita normale”. Non sapevamo ancora che quell’intervista sarebbe andata a finire in chissà quale archivio Rai, ma mai in nessun telegiornale. Perché quel giorno fu tutto meno che normale.

A non andare per il verso giusto iniziò la partita: l’Ascoli passò in vantaggio alla fine del primo tempo e quel gol di Frati restò l’unico. Così come fu unica e tale resterà per sempre la paura all’88° della gara. Mancavano due minuti alla fine, erano le 17.52 e tutto iniziò a tremare.

Una scossa è già terribile di per sé, ma se la condite con il rumore diventa devastante per una psiche già sgretolata. La copertura della tribuna dello stadio “Luzi” è di lamiera, la gradinata ovest è di ferro, la gradinata est – che quel giorno ospitava cinquecento ascolani – è di ferro.
Ecco, prendete due spranghe di ferro e sbattetele forte fra di loro. Moltiplicate per mille quel rumore, aggiungeteci la terra che trema e, forse, avrete l’idea di quello che successe quando mancavano otto minuti alle ore 18 del 5 aprile 1998.

Erano passati quasi sette mesi dal terremoto del 26 settembre, quello con epicentro a Colfiorito. La città era piena di tendopoli e campi container. Il centro operativo della Protezione Civile era a dieci metri dallo stadio, nei locali del Centro Promozionale della Ceramica che 5 anni dopo sarebbe stato intitolato proprio al presidente di quel Gualdo.
Sette mesi in cui si era cercato di tornare ad un minimo di normalità, ma quel giorno ripartirono le sirene, i camion dei Vigili del Fuoco, le ambulanze. Quel giorno ripartì tutto daccapo.

Pino Scaccia lo rividi fuori lo stadio, durante il fuggi fuggi generale. Era stato il primo reporter occidentale ad entrare nella centrale di Černobyl dopo il disastro; il primo a scoprire i resti di Che Guevara in Bolivia. Insomma, ne aveva viste di cose, ma giuro, era pallido come un lenzuolo.

Tutti telegiornali della sera, compreso la CNN, aprirono con le immagini del nostro stadio che tremava e la gente in fuga. Ma nessun servizio riuscì mai a rendere l’idea di quello che fu trovarsi lì alle 17.52 del 5 aprile 1998.

Sono passati venti anni da quel giorno ed ora i social ci ricordano che il mostro esiste anche quando non lo sentiamo, anche quando non vogliamo sentirlo, perché nel frattempo siamo diventati tutti sismologi e qualcuno anche sismografo vivente, dato che, usando il naso, ci dice la magnitudo ignorando i calcoli non soggettivi che ci sono dietro. Ma questo è un altro discorso.

Il problema è che i sismologi e i sismografi del web ci agitano, perché siamo ancora fragili come venti anni fa. Ogni volta che leggiamo su Facebook un “Rieccolo!” (figuriamoci quando sentiamo l’armadio fare un impercettibile rumore) ci viene in mente lo stadio, la chiesa di Grello e le notti passate in roulotte, quando i terremoti che sentivamo ci toccavano forte forte il culo e non c’era neanche lo smartphone per condividere la paura.

Bisogna allora avere (non è facile), la consapevolezza che ne passeranno altri venti di anni, poi altri duecento e poi altri ventimila, ma il “mostro” sarà sempre qui, destinato a convivere con noi.
È dura, ma se ci abituiamo all’abitudine, sarà più facile.

Il terremoto è un mostro immortale e spavaldo, ma non tale da mettere in ginocchio noi e la nostra magnifica terra, che da quel 5 aprile 1998 ha guardato avanti, è andata avanti e continuerà a farlo nonostante tutto. E il “tutto” che tanti gualdesi stanno passando in questo periodo non è solo il terremoto. Forse è anche peggio.

© Marco Gubbini 2018 – Gualdo News

N.B. Pino Scaccia mi ha contattato. Per segnalarmi che nel suo blog, dopo aver letto questo mio articolo, ha scritto anche lui un ricordo di quella scossa. Grazie Pino

Annunci