Lo stadio che cambiò l’Italia

12604678_10208446139169856_8496956991796643788_oIl primo Mondiale di tutti. L’ultimo lo avevamo vinto nel ’38, noi non c’eravamo e il calcio era un’altra cosa.
Il Mondiale dell’estasi collettiva, delle piazze tricolori, di Pertini e Bearzot che giocano a carte. Il Mondiale che cambiò l’Italia. Tutta. Che fece fiorire un orgoglio mai provato, che quello del 2006 non riuscì ad eguagliare. Il Mondiale dell’infinita maledizione delle maglie azzurre per i tedeschi, che dura ancora oggi.
Il Mondiale di una piazza Martiri traboccante di gualdesi che ballano fino all’alba con lo stereo di Pellicciotto appoggiato davanti la vetrina di Zuccarini. Il Mondiale di un bar Anastasi colmo di ragazzi in lacrime al terzo gol, quello del “non ci prendono più” che Pertini urlò ad un impassibile Re Juan Carlos, ma implicitamente rivolto ad un cinereo cancelliere Schmidt, seduto quattro poltrone più in là.
Il Mondiale dell’urlo di Tardelli: dalla porta fino alla panchina, immortalato da una foto che ora è nei libri di storia, perché tutto di quella partita è storia destinata a diventare leggenda.

Il Mondiale del Santiago Bernabeu. Non uno stadio, ma un luogo talmente sacro, che fa parte del percorso culturale e museale della città che lo ospita e venera.
Chi se lo scorda quel Bernabeu? Nessuno. E io non mi sono mai scordato neanche quel sogno di poter toccare l’erba che toccarono i ragazzi di Bearzot. Quelli che cambiarono l’Italia. 

Giovedì scorso quel sogno si è trasferito nel cassetto delle realtà. Entrare in campo, toccare l’erba e guardare verso quella rete dove Rossi, Tardelli e Altobelli fecero grande l’Italia.  Pensando alle parole del primo immenso poeta italiano del calcio, Gianni Brera: “Tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica. Non si vince un mondiale senza Storia; non si arriva senza nerbo e valore a una finale mondiale. Con nerbo e valore ci sono arrivati i tedeschi. Con bravura estrema li ha battuti l’Italia. Grazie a voi, benamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi.
II terzo titolo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri. Adios, intanto tia Espana, adios”.

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