Che mancanza di rispetto!

Schermata 2016-09-02 alle 10.46.18Al di là di tutti i colori politici ritengo che presentarsi come consigliere regionale (puntualizzo “regionale”) in una città dove si sono ricevuti quasi 500 voti (puntualizzo “cinquecento”), per assistere ad un derby con la sciarpa della rivale più acerrima della suddetta città e sedercisi in tribuna sia stato inopportuno, antipatico e irrispettoso. E’ vero: è calcio, ma, non lo dico io, il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti. Il calcio è appartenenza.

Al di là di tutti i colori politici sarebbe stato più intelligente, quale rappresentante di questo territorio, arrivare in maniera “neutrale” all’appuntamento al quale si era stati invitati. Anche se tutti sanno da quale parte pende la fede calcistica del consigliere Smacchi.

Al di là di tutti i colori politici la cosa meriterebbe altre sedi di amplificazione, ma lasciamo perdere e limitiamoci a questo pensiero personale che non ho resistito a non scrivere.
Lasciamo perdere per rispetto dei gualdesi che lo hanno votato, perchè credono in lui. Decidete voi se questa chiusa è seria oppure sarcastica…

Un rocker puro

Ivan GrazianiCi sono artisti che hanno dato alla musica più di quello che la musica ha dato loro. Ivan Graziani è uno di questi.
Ivan ha vissuto un periodo in cui, in questa Nazione e solo in questa Nazione, i cantautori o si inquadravano politicamente oppure si rimaneva come disorientati, perché ci si aspettavano testi rivoluzionari e non l’essenza, cioè la musica. Si sa, noi italiani siamo sempre stati molto rivoluzionari nelle canzoni e pochissimo nei fatti, ma questa è un’altra storia…

Come ben descritto dal critico musicale Paolo Talanca in un articolo di qualche tempo fa, Ivan è stato un cantautore sghembo, non usuale, perché grandissimo musicista. Sembrerà strano, ma il fatto di saper suonare molto bene la chitarra ha rappresentato per Graziani una specie di colpa grave da espiare, perché non piegava le sue canzoni a Sua Maestà il testo.
Come forse dovrebbe essere naturale nella musica, che proprio per questo non si chiama “letteratura”, dovrebbe essere il testo a doversi piegare alla melodia. Non il contrario.
Ecco perché non ascolto molto (quasi per nulla) i vari Guccini, Capossela & Co. e preferisco un Fuoco sulla Collina rispetto ad una Avvelenata. Mi arriva prima la comunicatività del suono, che quella della parola.
Ecco perché ho una leggera propensione a “leggere scrittori” e ”ascoltare musicisti”. Ce ne sono pochissimi che sono riusciti a fondere le due arti insieme, penso a Faber, o a Dylan, ma parliamo di talenti di natura divina.

Forte Ivan Graziani! In un periodo di musica politicizzata, in cui se non eri smaccatamente di sinistra ti classavano automaticamente di destra, andava dicendo: “A me della politica non me ne può fregare di meno. Mi interessa, invece, raccontare storie che toccano il sociale. C’è una bella differenza”.
E sì, c’è proprio una gran bella differenza.

Avrebbe compiuto 70 anni tra cinque giorni Ivan, se una malattia vigliacca non lo avesse cercato e trovato presto, a 51 anni.
Un rocker. forse il più grande rocker italiano, perché puro. Non mi dispiace il rock italiano attuale – anche se siamo e rimarremo per l’eternità anni luce lontani da Gran Bretagna e America – ma Ivan era altra roba. Era sudore, ma sudore impolverato. Era palco, ma un palco di legno. Era luci, ma di quelle che ti bruciavano addosso a pochi centimetri. Era rock, ma non di serie. Era un pezzo speciale, uno di quelli che, se fosse ancora in vita, non si sarebbe genuflesso di fronte al volere delle case discografiche.

Attenzione: Ivan, come tutti i rocker, era anche dolcissimo. Ma di quella dolcezza fatta di parole semplici.
Si dice che la più bella canzone d’amore di tutti i tempi sia Wonderful Tonight, che ha un testo che sembra scritto da un ragazzino di seconda elementare.
“Mi sento magnificamente, perché vedo la luce dell’amore nei tuoi occhi”, canta Clapton.
“E sei così bella che più bella non c’è e sei così dolce che più dolce non c’è”, canta Graziani.
Non proprio da Pulitzer, insomma. Ma vestite queste parole con le loro note e il risultato sarà un ricettacolo di emozioni al pari della Divina Commedia. Potenza della musica, ma anche la dimostrazione che la bellezza è sempre nelle cose semplici.

Un vero chitarrista deve morire sul palco” diceva Ivan. Non c’è riuscito, perché una malattia a cui le massime non interessano, lo ha spento piano piano. Una candela che non ha avuto il privilegio – perchè a volte è un privilegio – di un soffio improvviso, ma che si è consumata lentamente. Però si è fatto seppellire con una Gibson, che chiamava “mamma chitarra” e il gilet di pelle con un gancio per appenderla quella chitarra. Non si sa mai!

Rocker vero Ivan. Diceva “la chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda. Te la porti al mare, in montagna, in macchina. Prova a rimorchiare al mare con un pianoforte, portatelo sulla spiaggia. Voglio vedere come cazzo fai!”

Forte Ivan. Ci manchi.