Pescara venti anni dopo, la fortuna di esserci stati

pescara04Siete stati grandi lo stesso”. “Oggi tutta Fabriano vi ha guardato”. “Forza Gualdo”. E’ quasi mezzanotte quando una fiat Tipo, con un’esausta sciarpa biancorossa appesa al finestrino, si affaccia a passo d’uomo su una via centrale di Fabriano gremita di gente per il neonato Palio di San Giovanni Battista. Con quella sciarpa e con quell’auto targata PG ci avevano riconosciuto subito: eravamo quattro dei tremilacinquecento reduci di Pescara.

Sono passati venti anni esatti da quel 24 giugno 1995. Allora abitavo a Fabriano e credetemi quando vi dico che il lunedì nei bar, dai barbieri e in piazza si parlava del Milan, dell’Inter, della Juve… e del Gualdo.

Venti anni col ricordo di quella sciagurata, ma magica partita che segna tuttora il punto più alto della notorietà calcistica – e non solo – della nostra città. Quel giorno la serie B la conquistò l’Avellino, allenato dalla leggenda della Juve Zbigniew Boniek. Cedemmo ai rigori, solo ai rigori, e l’urlo di Marco Landucci quando parò il rigore del nostro immenso Massimo Costantini, ci causa ancora oggi uno stato d’animo esatto e contrario rispetto a quello che ci fece provare l’urlo di Marco Tardelli ai mondiali del 1982. Oggi Boniek è il presidente della Federcalcio polacca e Landucci il vice di Allegri alla Juventus.

I brutti ricordi tendono a cancellarsi. Infatti, fateci caso, quando si parla di quella giornata epica, si cita il più delle volte ”lo spareggio di Pescara” e non “lo spareggio con l’Avellino“. Ma non si può cancellare il fatto che cedemmo solo ai rigori di fronte a quel gigante bianco verde e ai suoi quindicimila tifosi. Cedemmo solo ai rigori e solo quando ormai tantissimi di quei supporters campani erano dentro il campo di gioco nel momento in cui Costantini si apprestava a scrivere la parola The End in quello che, scommetto, resta ancora il film più visto della sua vita.

Non si vuole però celebrare la ricorrenza con i soliti episodi i cui dubbi ancora si rincorrono a distanza di quattro lustri. La celebriamo perché vinse una città, la nostra, che una volta tanto si ritrovò unita, compatta e orgogliosa di ogni atomo di cui era composta. Potere del calcio.

La straordinaria voce di Maurizio Compagnoni, secondo me il migliore telecronista che l’Italia abbia mai avuto, in diretta su Tele+ non lesinò complimenti alla nostra tifoseria, alla nostra città e a quella squadra, perché in quel freddo e umido giorno di giugno, lì in riva all’Adriatico la notizia non era l’Avellino che voleva riconquistare la B, ma una cittadina che voleva non aprire gli occhi e continuare a sognare.

Di quella giornata ho quattro flash.
Il primo è l’ingresso in curva. Entrammo per ultimi e la vista di quello stadio da serie A già stracolmo mi fece pensare che forse noi, comunque sarebbe andata, avevamo già vinto, perché vedere quelle maglie in quel contesto odorava di irreale.
Il secondo è il gol di Tomassini, che quasi mi fece cadere dalla balaustra. Quella rete mandò in tilt tremilacinquecento cervelli, che passarono gli istanti successivi a fantasticare le sfide con il Bologna, il Verona o il derby col Perugia dell’anno successivo.
Il terzo è la fiumana di tifosi avellinesi, riversatesi in campo anche prima dell’ultimo rigore con un gruppetto che badò solo a tirarci di tutto.

Il quarto è il più bello ed è l’autogrill dalle parti di Giulianova dove ci fermammo a cena. Un televisore acceso sulla pagina del Televideo col risultato della partita, qualche tifoso con cui scambiammo veloci e mesti saluti e poi, all’improvviso e mentre stavamo già a tavola, la squadra col presidente Barberini.

Un applauso, quell’applauso che modificò per un istante i loro volti, scuri come la notte che stava facendo capolino in autostrada, partì da me non appena Arturo Di Napoli fece ingresso nella sala ristorante. Lo citò più volte, il Presidentissimo, quell’applauso dei tifosi. E chissà che non fu quello che gli ricaricò immediatamente le pile, in quel momento completamente scariche. Come quando, dopo lo spareggio (un altro) perso tre anni prima con l’Imolese a Fano, entrò negli spogliatoi in lacrime e abbracciò tutti i suoi ragazzi con un “Forzaaaaaa, che il prossimo saremo più forti di adesso”. Lo fummo, più forti, negli anni a venire anche se purtroppo mai fortunati.

Dopo venti anni la fortuna è di averla vissuta quella giornata, quel periodo che nessuno può cancellare e che bisogna sempre tenere stretto nella mente e nel cuore, perché la storia deve – o almeno dovrebbe – aiutare ad affrontare il presente ed il futuro in maniera più saggia e consapevole. La fortuna è di aver potuto ridere, esultare, imprecare, piangere, non per una partita di calcio, ma per una Città che stava vivendo una cosa grandissima. Forse più grande di lei.

Mai più vista una comunità unita come quel giorno e le ore che lo precedettero. Mai più. Non so se è uno dei poteri magici dello sport. Forse sì. Forse è stata una di quelle cose che durano giusto il tempo dell’evento e poi d’incanto scompaiono per lasciare di nuovo spazio all’egoismo e al disfattismo di tutti i giorni. Però se dedicassimo a quel senso di appartenenza anche solo un’oretta al giorno, come fosse un abbonamento in palestra, chissà, forse quelle emozioni, e non solo in ambito sportivo, potrebbero tornare a rivivere. E guardate che sono belle emozioni.