La favola della Vis

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Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 10 – dicembre 2014

“Ma che caz….!!” Attimi di silenzio da parte del radiocronista. In sottofondo per qualche attimo solo il fragore di un palasport ribollente. “Scusate l’interruzione! Nell’esultare, il tecnico mi ha portato via tutto. Cuffie dalla testa, microfono dalle mani. Tutto”.
Era fine maggio del 1986. Il radiocronista era Mauro Mancinelli, che della squadra di cui stava raccontando le gesta era anche ds. Il tecnico ero io, giovane collaboratore di Radio Tadino e alla sua prima trasferta importante. Il palasport era quello di Reggio Calabria, ad esser precisi Pellaro, dove la squadra di una piccola grande città, contendeva la serie A femminile di basket ad una grande grande città.
Eravamo decollati la mattina da Roma. Pullman fino all’aeroporto con tappa a Perugia dove avevamo caricato anche due/tre giocatrici che non erano partite il giorno prima con il resto della squadra. Con noi il presidente Sergio Morbidelli, ma soprattutto il carico di speranze di un’intera città.

Quella gara di spareggio la perdemmo. Vincemmo poi in casa, ma qualche giorno dopo nello stesso luogo dove avevo interrotto la diretta strappando tutto di dosso al povero radiocronista/ds, un luogo diventato nel frattempo ancora più incandescente, in serie A2 ci andò Reggio Calabria. Seguita tre mesi dopo… da noi. Sì, perché la massima serie ce la dettero comunque, grazie ad un ripescaggio più che meritato, dato che pensiamo fosse stato più che sufficiente aver vinto il campionato, la poule promozione e aver perso solo ai playoff con Reggio Calabria. Le regole del basket non sono sempre splendide come la stessa disciplina, ma nell’Anno di Grazia 1986 lo sport, a Gualdo Tadino, ottenne giustizia.

Molti la conosceranno questa storia che vi vogliamo raccontare, i più giovani forse no. Prima ancora del Gualdo che nel calcio si fece e ci fece conoscere in tutta la penisola, c’era una piccola società che raggiunse l’olimpo del basket femminile sul finire degli anni ‘80. L’inizio di quell’escalation assomiglia a una delle tante favole che lo sport ci regala e che a Gualdo Tadino ogni tanto trovano il terreno giusto per crescere prosperose.
Ve la raccontiamo in breve senza fare molti nomi, perché tantissimi furono gli eroi che misero sul parquet passione, sudore, tempo e soldi per far vivere alla città un’avventura incredibile. Quando si parla di passione, motore vero di queste storie in posti piccoli come il nostro, si pensi solo al Mauro Mancinelli di prima, che per anni e anni scrisse rigorosamente a penna (!) gli articoli delle partite per il giornale radio!
Tutto nacque all’interno dell’Istituto Bambin Gesù, come momento ricreativo delle ragazze che frequentavano la scuola. Poi un campo all’aperto, quello dell’oratorio Salesiano, in cui le giocatrici, con il caldo e con il freddo, correvano e sudavano con la forza di quando ti spinge lo slancio e l’impeto della gioventù.
Nel 1980 si decise di crescere. Nasce l’Unione Sportiva Vis, che partecipa al campionato di Promozione. L’anno successivo è già secondo posto, grazie anche agli innesti di giovanissime gualdesi come Piccarelli, Boldorini e Passeri. L’anno dopo ecco la serie C: totale dominio del campionato – 14 partite vinte su 14 giocate – e vittoria dei playoff su Osimo. Un campionato di rodaggio e poi, nel torneo 1983/84 arriva la serie B, conquistata sul parquet del Sadat Pesaro. Il naturale seguito di una stagione dominata dall’inizio alla fine. Il settore giovanile, anche quello è ai vertici del basket regionale e interregionale. Una fucina di talenti talmente grande che se in Umbria dicevi “basket” dovevi dire Gualdo. E quando metti in campo tanta capacità, tanta voglia di fare e tanto sentimento, succede che i sogni diventano realtà. La Vis, col nome di Skippers, raggiunge la serie A nel 1986, esaltando un mare di tifosi e facendo sembrare piccolo da morire l’allora ‘nuovo’ palazzetto Carlo Angelo Luzi. In una partita col Bari i gualdesi stiparono uno scatolone che sembrava scoppiare. Difficile andare a vincere lì, dove hai mille e più gole che ti urlano a pochi centimetri, quando sembra quasi di sentirli i mille e più cuori pulsare all’unisono. Infatti non ce la faceva nessuno. Vincevamo sempre noi.

Non finisce mica qui. La notizia del ripescaggio in A arrivò, pensate, la settimana stessa dell’inizio del campionato. Il telegramma si congratulava con la società e ricordava anche che da lì a poche ore le avversarie sarebbero state le venete del Quarto D’Altino! Allora che si fa? Si inizia con la frase più in voga tra i neopromossi: “L’obiettivo è un campionato tranquillo”. Detto, fatto. Infatti, la serie A2 fu una cavalcata tranquilla verso la conquista della poule A1 grazie ad una squadra fantastica, trascinata letteralmente da un pubblico incredibilmente caloroso che si fece conoscere in tutta Italia.
L’inizio dei playoff fu da urlo: una vittoria a Palermo. Poi il sogno rimase tale con tre sconfitte consecutive. Seguirono altri due anni di A2 e poi ecco arrivare un declino che portò retrocessioni consecutive, ma non fece morire l’apporto degli appassionati. La squadra collezionò ben 42 sconfitte consecutive tra B e C; un record, ma non fu mai abbandonata. Tanto che all’inizio degli anni ’90 altri uomini di buona volontà ricominciarono a lustrare il motore dell’auto e a ripartire. Ora si sta ridando onore con risultati prestigiosi e lanciando diverse ragazze.

Nel frattempo lo sport è cambiato. La pay tv? Internet? Non si sa. Chissà, se dovessero succedere questi eventi ora, se ci sarebbe lo stesso entusiasmo, perlomeno dal lato numerico? Chissà il Gualdo Calcio, dovesse ripetere oggi lo spareggio di Pescara, se sarebbe seguito da quelle 4000 persone? Chissà a rigiocare quella poule A1 che incendiava il palazzetto, se l’intensità del tifo sarebbe lo stesso di quei magnifici anni ’80? La perdita di entusiasmo nello sport è una strana involuzione, che va di pari passo con la perdita del valore che diamo alle radici da cui prendiamo linfa. E pochi ne sono immuni.
Resta comunque il ricordo di un periodo magico e di uno sport che univa una comunità intera, che nell’ora e mezzo della gara lasciava fuori i problemi individuali, dedicava il cuore a spingere quella palla a spicchi verso il canestro e per farlo usava un’arma micidiale: il senso di appartenenza.
Alla fine di quest’avventura che vi abbiamo raccontato, il miraggio della serie A rimase tale, ma resta comunque una bella storia che la città terrà per sempre nello scrigno delle cose belle. E forse alla fine è andata anche bene com’è andata. Perché è meglio che ci sia sempre, qualcosa da sognare.

© Marco Gubbini 2014
(thanks to Sergio Morbidelli, Mauro Mancinelli, Rossana Piccarelli e Mauro Monsignori)