Renato Sellani, il “gualdese”

Renato Sellani

Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 9 – settembre 2014

Buongiorno maestro”. Il viso, scavato dalle tante rughe che ha scritto la vita, deve sollevarsi per guardarci. Il maestro è curvo, sotto il peso dei quasi novanta anni, ma l’espressione è quella di chi non ha perso un grammo della lucidità che gli ha permesso di produrre milioni di note. Tra le più belle. “Andiamo dentro per l’intervista. C’è una bella saletta con un divano. Voglio raccontarvi della mia vita e della mia Gualdo”.

La saletta della Bottega del Vino sono pochi metri quadrati. Un tavolo con seggiole, dove ci sediamo noi. Un divano dove si siede lui, Renato Sellani. Leggenda vivente del jazz. Il grande artista è illuminato dalla luce che proviene da una piccola finestra che dà su Corso Vannucci, il cuore di Perugia. Il maestro inizia a parlare. Da solo. Non aspetta la domanda. La voce è ferma, decisa, musicale. Da questa distanza si capisce che quelle rughe non glie le ha disegnate solo la vita. Glie le ha disegnate anche la musica. “Gualdo Tadino? E’ la mia vita e la mia spensieratezza. Quando sei giovane contano solo queste due cose. Non c’è nulla di altro. Non hai pensieri, i ricordi sono solo belli. Gualdo sono i miei Natali, le mie Pasque, ma non solo. Mio padre, gualdese, ci portava spesso a trovare i nonni. Avevano un’osteria lungo il viale che dalla stazione porta al centro”.

Ci racconta di Renato Sellani?
I miei genitori da Gualdo si trasferirono a Senigallia e io nacqui lì. Ero esile, i medici dicevano che dovevo irrobustirmi. Allora mi mandarono a Venezia, per frequentare il collegio navale. Finita la guerra andai a Roma all’università. Ma facevo finta”.

Faceva finta?
Si, perché in verità seguivo la musica. Mi interessava molto di più. Andavo ad ascoltare i pianisti di quell’epoca, come Armando Trovajoli e Bruno Martino. Iniziai a suonare con i primi gruppi e dopo otto anni di Roma, Franco Cerri (il più chitarrista più autorevole del jazz italiano – ndr) mi sentì suonare e mi portò a Milano. Sono ancora lì, ma lo sa che non mi piace Milano? Non è la città giusta per il mio carattere. Non c’è tranquillità e ormai è un agglomerato di persone che parlano tutte le lingue del mondo tranne l’italiano”.

Quanti anni è che viene ad Umbria Jazz?
Dall’inizio! Su 41 edizioni ne ho fatte 34. E non solo come musicista. Ho presentato anche concerti. Del resto la mia vita è così: ho fatto di tutto”.

Lo sappiamo. Sappiamo anche che è un grande appassionato di sport e si è inventato una trasmissione che poi divenne, col tempo, la Domenica Sportiva. Lui e Maurizio Barendson ebbero l’idea e in Rai la portarono avanti. Sorride il maestro, perché abbiamo toccato il suo punto debole, la sua passione più forte dopo la musica. Anzi, da come ne parla sembra sia allo stesso piano.

Lo sport per me è una droga. Letteralmente mi drogo di sport. Ero molto amico di Sandro Ciotti e Bruno Pizzul, ma non seguo solo il calcio. Gli sport mi piacciono tutti, soprattutto quelli individuali. Adoro tutto ciò che è agonismo. Ho tolto tanto alla musica per seguire lo sport, ma sono pigro e a sedermi ore al pianoforte, mi viene l’angoscia. Perciò dopo dieci minuti mi alzo, scrivo delle cose, ne leggo altre e poi vado a vedermi lo sport in tv, o, se posso, vado allo stadio. In qualsiasi parte d’Italia mi trovi”.

 Inutile chiedere per quale squadra fa il tifo.
Guardi, ho frequentato tutti gli stadi d’Italia e ho imparato una cosa: il tifoso non è mai un uomo che ama il calcio, il tifoso è un uomo che ama undici giocatori. Invece per amare il calcio, nelle partite, bisogna amarne ventidue”.

Renato Sellani ha fatto anche l’attore teatrale. E’ nella musica, però, che è leggenda. Per l’immenso talento, per il suo essere originale, per i nomi con cui ha suonato e per le tante storie che ha da raccontare. Piace molto parlare a Sellani e a noi piace la lucidità di chi ricorda ogni particolare della sua lunga e fantastica vita. La leggenda sta nell’aver insegnato a cantare “Volare” ad Ella Fitzgerald. Ma sarà vero? “Certo che è vero. Bussola anno 1963. Lei fu incuriosita da questo brano e disse che era molto bello, lo trascrissi per lei, che si portò via tutto e lo incise”.

La leggenda sta nell’essere amico di Mina “Sì, anche se in questo periodo fa la nonna e quindi dedica poco tempo alla musica. Se la vedrei bene ad Umbria Jazz? La vedrei bene in tutti i posti del mondo, solamente che oramai lei ha deciso così ed è giusto che sia così. La migliore voce italiana? Non vedo ancora chi possa superarla. Una volta mi disse che non sarebbe mai andata negli Stati Uniti a cantare. Le chiesi perché e lei rispose ‘Ci sono mille e mille cantanti più brave di me!’ Devo dire che è vero. Specialmente le cantanti di colore sono bravissime”.

Lo strumento voce può essere unico e restarci. Un pianoforte è uguale per tutti, anche se poi conta il tocco.
E’ vero, ma guardi che oggi si è abbassato il livello di chi riesce a guardare in profondità la musica. Si rimane spesso in superficie. E’ l’andamento tecnologico del mondo. Oggi va più il mezzo elettronico rispetto a quello umano. Il pianoforte è un mezzo umano e io cerco di eliminare qualsiasi interferenza ‘elettronica’ tra me e il pubblico. La nostra non è una musica da stadio, ma a volte si suona all’aperto e bisogna amplificare. Io cerco di evitarlo, perché mi distraggo. Al chiuso siamo più concentrati. Io e il suono”.

Lei è considerato il padre del jazz italiano. Quali potrebbero essere i suoi eredi, pensando ai vari Rea, Bollani e gli altri? “Casomai sono il nonno, non il padre – ride il maestro. Diciamo che sono epoche diverse. Io ho suonato nell’epoca dei grandi nomi come Charlie Parker e altri americani. Loro sono entrati dopo, ereditando quanto fatto da noi e mescolando la nostra esperienza con la loro abilità musicale”.

Si dice che il jazz sia musica tecnica, si fanno spesso paragoni col blues dove il cuore è importante. Quanto conta il cuore nel jazz?
E’ sbagliato dire che nel blues c’è il cuore e nel jazz no. Certo, se uno guarda com’è nato il blues, si rende conto che è un inno al dolore. E’ nato in un periodo di sofferenza, ma con l’integrazione razziale questo è mitigato. Il blues è diventato più ‘bianco’ e anche noi italiani abbiamo dato tanto, nonostante io insista a dire che l’Italia è un paese non musicale”.

Non musicale l’Italia? “Ecco, lo dico da sempre e tutti mi danno addosso. Anche lei si sta scandalizzando. Tutti mi tirano fuori Puccini, Verdi. Ok, ma le primule e in generale i fiori bellissimi, non riempiono le aiuole. Se ne vede uno ogni tanto. La massa, mi dispiace, ma non è musicale. Oggi sento solo e soltanto ritmi in battere – inizia a tenere un tempo con le mani – non c’è il levare. Non c’è più lo swing, non c’è mai stato da noi. Noi viviamo di importazione musicale. Dalla Spagna, dalla Grecia, hanno influenzato tante regioni d’Italia. Non c’è un folclore tutto italiano”.

La vedremo a Gualdo Tadino? “A dir la verità l’ho sempre sperato. Speravo che qualche sindaco si ricordasse di questa ’sellaniana’ stirpe. Siccome sono ancora vivo… non dispero

Il maestro tra due ore suona qui, dove è protagonista di piccoli spettacoli giornalieri. Al chiuso, come piace a lui. A questa età può decidere quello che vuole, senza subire management incalzanti o pressioni discografiche particolari. Forse, uno come lui, non li ha mai subìti. Uno come lui non può essere pilotato dalla musica, perché lui stesso è musica da ottantotto anni. Ci alziamo e arriva un sorriso e una frase: “Forza Gualdo, spero che ci sia una squadra degna della Città”.
Lo avevamo visto, in un’altra intervista. “Guardate che le mie origini sono di Gualdo Tadino!” e nel dirlo aveva mosso la mano vicino all’orecchio. Come Luca Toni dopo un gol. Il tifoso non è uomo che ama il calcio, aveva detto poco prima, ma sicuramente Renato Sellani ama Gualdo Tadino.

© Marco Gubbini 2014

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Un connubio indissolubile…

Giochi de le Porte

foto Elisa Fratini

Gualdo Tadino e i Giochi de le Porte. Un connubio indissolubile. Certo – direte – i Giochi sono nati a Gualdo! Vero, ma è incredibile come in questo caso il detto “Dio li fa e poi li accoppia” assume un significato assoluto.

La storia narra di una Città più volte distrutta e ricostruita? Perfetto (si fa per dire): la storia degli ultimi trentasei anni racconta di edizioni dei Giochi costellate di difficoltà ai limiti dell’immaginabile. Non proprio distrutti e ricostruiti, ma ci siamo andati molto, molto vicini. Un terremoto che ha pensato bene di far capolino un ultimo venerdì di settembre, condizioni meteorologiche spesso al limite del paranormale, persino un blackout nazionale di proporzioni epiche.
Non so quante volte, anche dopo episodi spiacevoli, ho sentito dire “questa è la fine dei Giochi”. La prima volta nell’82 quando il palio non fu assegnato in mezzo ad un caos totale. Non so quante volte, l’edizione successiva ho sentito il popolo urlare “questa è stata l’edizione più bella”.

 Però, a pensarci bene, è bello pensare che i Giochi siano lo specchio delle vicende storiche, perché un decorso così irto di difficoltà rende gli uomini forti ai limiti dell’invincibilità. E’ la nostra storia.

E’ quella che ci ha forgiati duri come la roccia della balza di mezzogiorno, tignosi e splendidi come il sole che, inevitabilmente, ogni mattina si alza da Monte Penna, insistenti e tenaci nel ripartire dopo un ostacolo, come la tramontana che soffia dalla Rocchetta. Noi non potevamo ideare ed ereditare una festa ripetitiva. No. Nella nostra ci doveva essere per forza competitività, confusione, caos, difficoltà, cadute, risalite. E’ la storia di Gualdo. E’ la nostra.
Ora siamo anche pronti e idonei a pronunciare a testa alta una parola grande, importante, romantica, una parola che per usarla ci vogliono i titoli: Tradizione. Non si può parlare di tradizione dopo che celebri una festa da dieci anni. Dopo oltre trentacinque il discorso cambia. Non solo per un fatto temporale, ma soprattutto perché i protagonisti della Festa sono ormai coloro che sono cresciuti con essa.

Chi i Giochi li ha visti nascere e crescere prova sensazioni diverse da chi è cresciuto con loro. Non c’è nulla da fare. Esistono ormai persone che hanno i Giochi incollati al dna. Quindi ora abbiamo il mix giusto: “anziani” preparati e giovani maturi. Maturi e affidabili. Chi ha dato il via ai Giochi trentasei anni fa, mai si sarebbe immaginato che si sarebbe arrivati a un evento di tale portata. Mai avrebbe immaginato che un giorno, avrebbe visto i propri figli e nipoti disperarsi per una sconfitta o gioire fino alle lacrime per una vittoria della propria Porta. E quando arrivi a questo, quando arrivi ad emozionarti per dei semplici colori, per un’appartenenza, vuol dire che è fatta. E’ il campanilismo innocuo, quello bello, quello che ti fa sentire orgoglioso e strenuo difensore di una semplice bandiera.

Teniamoceli stretti. Se ce li teniamo stretti stretti, sono sicuro che fra cinquemila anni li avremo ancora qui i nostri Giochi. Ne avranno da raccontare tante, le nostre future generazioni, ma ce li avranno ancora. Perché noi mica molliamo mai! Abbiamo avuto una maestra formidabile che è la nostra storia. Io ho solo un desiderio: che la sollevazione popolare, l’unità di intenti che vedo quando si tratta di Giochi resti dentro di noi per sempre. Quando si tratterà di difenderli, ma anche quando si tratterà di difendere e sostenere una qualsiasi molecola di questa nostra splendida Città.

La storia non si cambia e il futuro per noi gualdesi sarà probabilmente ancora lo specchio e la conseguenza di quello che abbiamo passato nei secoli della nostra esistenza. Ma è la nostra storia. E’ quello che ci ha regalato il destino. Bisogna esserne orgogliosi. Sempre. Buoni Giochi, gualdesi!

© Marco Gubbini per Il Bussolo edizione 2014

Solo un ribelle

scrivere_0Sono arrivato al punto in cui, se scrivo (vedi articolo sotto), pontifico. Dicono.
Bene! Le soddisfazioni più grandi arrivano proprio quando, annientando l’interlocutore, a questo rimane un’unica arma: dirti che sei un pontificatore.
Presuntuoso? No. Mi sento più un ribelle. Perché essere se stessi forse è la mossa più rivoluzionaria che un uomo può fare all’inizio di ogni giornata.

Quando l’idiozia da una diventa trina

Possible-link-Sep.-04-15.48Vandali-ladri che durante la notte tagliano e asportano la grande vela che pubblicizza un evento della nostra città: la mostra Possible Links di Cosimo Epicoco, artista autore anche del Palio dell’edizione 2014 dei Giochi de le Porte. Quando accadono queste cose, di solito si condanna il gesto.

Stavolta c’è da condannare il gesto e i commenti ‘stucchevoli’ (uso questo termine per restare nei confini della civiltà), che si sono letti nei socials da parte dei soliti ‘anonimi’ (uso questo termine e di fatto li relego fuori dai confini della civiltà).
“Forse avevano finito la flebo”, “Spero che qualcuno faccia un pensierino al Cristo che piange” (riferito all’installazione di Gabriele Maquignaz presente all’interno della chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino). Questi alcuni dei delicati commenti che ironizzano e giustificano, di fatto, il reato.
Il taglio e il furto della vela pubblicitaria, oltre che un danno economico considerevole, è un gesto che va ad offendere innanzitutto l’artista. Di riflesso offende l’intera città, dato che il personaggio in questione è l’autore del Palio dei Giochi de le Porte 2014. Autore che ha dimostrato più volte in questi giorni di apprezzare la nostra città e spero continui a farlo nonostante l’incontro ravvicinato con l’inciviltà.

Però, invece di scusarsi con l’artista e con l’organizzatore della mostra, molti sono stati solo capaci di ironizzare sul gesto.
Che poi… ironizzare. L’ironia è un’arte, mica tutti sono capaci di utilizzarla. Sicuramente ironia non è fare battute sulla sciocchezza del progetto, sulla non gravità dell’accaduto, sulle flebo o altro. Ironia non è dibattere sui social network – come nel caso del Cristo di Maquignaz – esortando a colpire fisicamente il direttore del Polo, a ribellarsi alla “continua merda che il Polo propina”, a tirare uova marce all’opera e addirittura ad usare “olio di ricino in supposte”.

Senza il Polo Museale e le sue iniziative, la cultura gualdese non si reggerebbe certo con i dibattiti di certe persone che si sono elevate (da sole) ad esponenti massimi dell’arte.
Come è stato scritto recentemente in questo blog, l’arte non è tutta bella come un prato fiorito e, inoltre, non è tutta comprensibile. Io spesso non la comprendo, ma non offendo, né spargo ironia e sarcasmo gratuiti. A me non piace il ‘Cristo che piange’ di Maquignaz, ma rispetto l’opera, l’artista e le recensioni che ho letto. Non mi permetterei mai di esortare a urinarci sopra, com’è stato fatto.

A proposito, questo è l’incipit della nota critica d’arte Maurizia Tazartes nell’analisi dell’opera di Maquignaz: “… chi arriva a Gualdo Tadino per la prima volta rimane colpito dalla grande Rocca Flea, i vicoli, le fontane antiche, le chiese. Strade, stradine con l’odore del tempo e un’atmosfera cordiale, dove ci si trova subito a proprio agio. Nella piazza la cattedrale di San Benedetto accoglie il visitatore con la sua facciata romanico-gotica e il rosone finemente lavorato. Si sa che la storia di questa città, romana e longobarda, è lunga e complessa e lo si percepisce attraverso i suoi abitanti, aperti al nuovo proprio perché ricchi di antichità e di arte…”.

Non male. Chissà cosa scriverebbe adesso, dopo aver letto che il massimo della condanna di un atto vandalico è stato “speriamo che qualcuno faccia un pensierino anche al Cristo che piange”. Dopo che all’idiozia degli autori del gesto si è aggiunta quella di chi c’ha ironizzato sopra e l’altra dei nuovi detentori della cOltura. Da parte mia, anche come segretario dell’Ente Giochi de le Porte, massima solidarietà, per le offese verbali e materiali subite, al Polo Museale e ai due artisti. Uno dei quali è l’autore del Palio 2014.