Strade blu

g_nol_auto_islanda_BIGNelle cartine stradali degli Stati Uniti le “strade blu” sono quelle secondarie. Piccole vie di comunicazione, che congiungono paesi e cittadine molto spesso sconosciute.
Molti anni fa comprai un libro per corrispondenza. Uno dei mille. Un autore sconosciuto, ma una di quelle recensioni di cinque righe che tocca subito i nervi giusti. Il libro si chiamava (si chiama ancora) Strade Blu. L’autore, un moderno pellerossa in blue jeans di nome William Least Heat-Moon. L’argomento, il suo viaggio di tre mesi nel cuore degli States percorrendo solo le strade secondarie di una Nazione solcata da autostrade ad 8 corsie che ti portano senza problemi da Est ad Ovest e da Nord a Sud. Un viaggio senza città, senza catene di fast food o motel, senza luci e senza gente abituata ad incontrare gente che viaggia. Quel libro mi colpì tanto.

Da allora, quando posso – purtroppo quasi mai – cerco le “strade blu” e le percorro lentamente. Quel lento che ti permette di girare un po’ la testa e acquisire quello che di un viaggio non cogli mai: che cosa c’è tra la partenza e l’arrivo.
L’ho fatto quest’estate, quando da Anagni ad Avezzano ho tagliato dritto. Un viaggio per larghi tratti in mezzo a quello che impropriamente chiamiamo nulla, ma che in realtà è più denso di una circonvallazione metropolitana. L’ho fatto oggi, quando da Montalcino ho tagliato dritto per le strade blu, fino al lago Trasimeno.

Lungo le strade blu anche un caffè può essere un viaggio a sé. Un colloquio con la gente incontrata nei bar non è mica come negli autogrill. C’è la vita nel labirinto delle strade secondarie. La vita quella vera. È negli sguardi che incrociano il tuo appena entri, appena suona il campanello della porta, perché nelle strade blu non passi da casello a casello. Passi da uomo a uomo.
Quando vi capitano giornate come questa, in cui un’ora o due in più di strada non vi uccidono, fatelo. Imboccate le strade blu e incontrate la vita. Non a caso, nelle rappresentazioni della circolazione sanguigna, il blu è il colore che rappresenta le vene. Che vanno diritte verso il cuore.

Ah, se vi capitasse di provarci, fatevi accompagnare dagli Eagles. Per una volta, però, non Life In The Fast Lane, ma Peaceful Easy Feeling.

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A dopo, Gabo

Gabriel-Garcia-MarquezL’immortalità esiste e va di pari passo col talento.
Chi ha talento lascia segni della propria esistenza, che vanno ben oltre la morte. Uno scrittore, un pittore o un musicista non muoiono mica.
Gabriel Garcia Marquez non è morto. È sul mio comodino insieme a tanti altri. Che siano ancora di questo mondo oppure no, non ha importanza.
Essi sono vivi dentro quelle pagine e lo saranno finché esisteranno occhi per leggere e cuori per capire.  Saranno sempre immortali prestigiatori di parole ed eterni burattinai delle nostre emozioni.

A dopo, Gabo.

Musica, poesia e calcio

p554639-620x350Appena visto Federico Buffa, su Sky, raccontare i Mondiali del 1950 in Brasile. Il primo di una serie di monologhi dedicati ai mondiali di calcio. Un concentrato di storia, letteratura, avventura, emozioni. Praticamente colleghi il cervello nel momento della sigla e lo scolleghi ai titoli di coda.

Questo è il giornalismo che mi piace. Ipnotizzante e puro. Quello che ti fa appassionare di un argomento che fino a ieri non credevi neanche esistesse. Lo consiglio a chi odia il calcio, a chi pensa che sia solo questione di soldi, di “ventidue deficienti che tirano calci”, che penso sia l’espressione più banale e deficiente per liquidare uno sport.

Ascoltate un grande giornalista come lo racconta, il calcio. Scoprirete risvolti storici, anche letterari, storie da pelle d’oca, drammi e gioie. Storie tutte tassativamente reali.
Come quella di Ary Barroso, radiocronista, ma anche musicista brasiliano – compositore fra l’altro di Aquarela do Brasil (Brazil) – che ad ogni gol del Brasile, invece di urlare “gooool”, suonava l’armonica al microfono! Ary Barroso è l’esatta fotografia dei brasiliani e della loro considerazione del calcio: musica e poesia che regalano emozioni.

Auguri Fenderina…

10317753_10203716377368767_5393140624932536121_oQuesta piccola ragazza americana, lunedì compirà 30 anni.
Tremavo, mentre mio padre in negozio staccava i tre assegni postdatati da 500.000 lire l’uno, perché la sfida era quella di ridarglieli facendola lavorare. 
Ci riuscii, a guadagnare quel milione e mezzo. Con un’estate e un inverno di palchi sparsi per l’Italia. Serate di liscio – sì, di liscio – indimenticabili, massacranti e divertentissime. Lui quei soldi, ovviamente, non li volle mai indietro.
Auguri, Fenderina