London Calling

zampettiPubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 7 – marzo 2014

Un passo fuori la stazione della metro di Farringdon e sembra di essere in un romanzo di Charles Dickens. Giri la testa verso sinistra ed ecco Cowcross Street. E’ una piccola strada in leggera salita nel cuore della City londinese. Quando arrivi alla fine, dopo la curva a destra, ti appare davanti lo Smithfield Market, il vecchio mercato del bestiame. E allora ti rendi conto di esserci proprio, insieme a Dickens. Oliver Twist attraversa infatti quel mercato, mentre va a derubare la casa dei Brownlow. E a questo punto, capisci anche perché Cowcross Street si chiama così.

Sono a Londra alla ricerca di gualdesi. Un innocuo Jack the Ripper, anche lui ‘attivo’ in queste vie alla fine del XIX secolo. Le mie vittime però sono solo concittadini lontani da intervistare. Quelli con il cuore a Gualdo, ma fisicamente all’estero in cerca di successo. 

Uno è qui, dove Cowcross Street finisce lasciando il posto al vecchio mercato di Oliver Twist. Il successo, lui lo ha trovato e se lo sta tenendo stretto.
L’insegna del ristorante italiano recita “Attilio”, ma il proprietario si chiama Mauro Zampetti e mi aspetta dentro il suo locale. Un posto in cui, appena varchi la soglia, Londra la lasci fuori e ti ritrovi a casa tua, con i profumi e i colori della cucina di casa. Compreso l’aroma di quel caffè di cui, anche dopo soli due giorni di Inghilterra, inizi a soffrire l’astinenza.

Ci accomodiamo ad uno dei tavoli. Sulle pareti troneggiano dipinti che richiamano l’Italia, specialmente Napoli. Capirete perché.
Le tovaglie sono quelle a quadri bianchi e rossi, quelle tipiche delle trattorie nostrane. Bianchi e rossi. Come i colori della città da cui Mauro manca da trentasette anni.
Inizia subito, senza l’imbeccata delle domande, il racconto della sua vita. Passato, presente e futuro. “Con due miei amici, Luciano Tittarelli e Corrado Ciarretti conoscemmo tre ragazze irlandesi a Rimini. Le portammo a Gualdo dove, per mantenersi, lavorarono per un periodo nella bottega di Nedo Frillici. Poi venimmo noi in vacanza in Irlanda. Era il 1977. I miei amici tornarono a casa in due. Io rimasi qui”.
La trafila di Mauro è quella classica. Quella più facile a dirsi che a farsi. Lavapiatti, lavatutto, cameriere. Poi il salto. “Presi questo ristorante nel 1983. Cinque anni fa, ne ho aperto un altro poco lontano da qui. Si chiama Il Boteglio, dal cognome di mia moglie, italobrasiliana di origini napoletane”. Eccoli, i disegni partenopei.
Perché questo si chiama Attilio? “Il vecchio proprietario si chiamava così. La moglie ci pregò di lasciare il nome”.
Due clienti si alzano e  si avviano verso l’uscita. Mauro si alza anche lui, apre la porta accompagnandoli con un sorriso e un ‘ciao e grazie’. A prescindere dalla nazionalità dei suoi avventori, lui è sempre ‘ciao e grazie’. Bella ‘sta cosa.

La domanda sulla crisi è inevitabile. “Ce n’è anche nel Regno Unito. A Londra un po’ meno. Se esci dalla città, però la vedi. La City è difficile che cambi, è da sempre zona di uffici e banche. I miei clienti sono più che altro impiegati e uomini d’affari. Questo non è un quartiere propriamente turistico, però anche qui c’è competizione. Devi essere bravo non solo a crearteli i clienti, ma anche a far sì che ritornino. Cerchiamo di far mangiare bene tutti, di mantenere lo standard. E la gente ritorna. Pensa che abbiamo spesso ospiti i figli dei primi clienti, quelli che venivano trentuno anni fa!”.
Mauro si ferma e chiama la cameriera. “Paoletta, porta due caffè come li fanno a Gualdo Tadino”. Sa che alle 2 di un pomeriggio londinese se offri un caffè vero ad un italiano, vuol dire farlo star bene.
Si continua a parlare dei ristoranti. “La clientela dei nostri due locali è variegata. Non mancano personaggi illustri, come un paio di attori del film Harry Potter. Cercano discrezione e riservatezza e noi glie le diamo. Anche il sindaco di Londra è stato ospite del Boteglio”.

La chiacchierata si sposta su Gualdo. Scopro che Mauro sta investendo nella nostra città. “Abbiamo comprato ora una casa in viale Don Bosco. E’ piaciuta molto a mia moglie. Ci sono parecchi lavori da fare, ma la posizione è favolosa. Poi stiamo pensando ad un bed & breakfast a Pastina, con tredici camere e una sala ristorante”.
Ecco il caffè. “Paoletta è di Deruta, nostra vicina”, ride Mauro. Rido anch’io, assaporando un vero caffè ad un paio d’ore di distanza da quello plastificato di Starbucks. Grazie Paoletta di Deruta.

“Torno a Gualdo ogni due, tre mesi. Lì c’è mia madre e mio fratello Paolo, oltre a tanti amici con cui sono rimasto in contatto. So che l’economia non va bene, con imprese che chiudono”. Il suo giudizio è chiaro: “Secondo me manca quello spirito civico che ti fa dire ‘tiriamola su insieme ‘sta benedetta città’. La gente pensa a se stessa. Stop. Bisogna avere vedute più aperte, cooperare guardando il mondo nella sua interezza”.

L’unione che fa la forza è un concetto universale e può essere un antidoto efficace per l’azione venefica della crisi. Nel 1977 non era facile fare la scelta che lui ha fatto. Non era facile neanche arrivarci a Londra. Adesso bastano cinquanta euro, il costo di una serata in discoteca, per volare fin qui. “Il problema non è il viaggio – continua Mauro – i problemi sono due. Il primo è che secondo me, come territorio in cui cercare lavoro, i giovani dovrebbero considerare il mondo intero. Non solo la loro città, non solo le mura di Gualdo. Il secondo è che nessuno emigra per fare il cameriere. Qui ce n’è tanto di lavoro così, ma adesso non si è predisposti a lavare i piatti come abbiamo fatto noi”.
Il giudizio di Mauro Zampetti è schietto, quasi come il famoso appello ai giovani di Oriana Fallaci in ‘Se il Sole Muore’. ”C’è stato un falso benessere, che ora si è dissolto. Io ho un diploma da geometra e mi sono iscritto ad un paio di università. Nonostante questo, quando arrivai qui, ero pronto a fare il cameriere, a lavare i piatti e anche i bagni. Adesso no. Non si ha la minima intenzione di iniziare dalle basi. A me capitano tanti giovani in cerca di lavoro. La prima domanda che mi fanno è ‘quanto mi paghi?’. A Londra di soldi ne girano tanti, è vero. E’ una città carissima, con affitti da capogiro e la vita non è facile. Bisogna starci con la testa e chi ha un’attività, anche come la mia, spesso cerca gente flessibile. I giovani che vogliono iniziare a lavorare, a crescere, a vivere, dovrebbero adattarsi a tutto. E anche essere un po’ meno mammoni”.

Londra, come tutte le metropoli, ha un ritmo frenetico e le mode viaggiano alla velocità della luce. I locali aprono e chiudono in un batter di ciglia. Perciò i  trentuno anni di ‘Attilio”, ma anche i cinque del ‘Boteglio’ devono considerarsi un successo per questo gualdese, che mantiene un rapporto molto stretto con Gualdo.
“Ciao e grazie”. Altri due clienti, inglesi che più inglesi non si può, escono dal ristorante.
“Gualdo? E’ bellissima – sorride Mauro –  I londinesi cercano posti come il nostro in Umbria. Cercano tranquillità e tutto quello che possono offrire le nostre magnifiche montagne. Sai, sto pensando che nella villa che abbiamo preso, quella in viale Don Bosco, se la mettiamo a posto ci possiamo mandare gli inglesi!”. Stavolta sono io che rido. Rido pensando a questo londinese di origini gualdesi che consiglia Gualdo Tadino agli inglesi, mentre tanti miei concittadini, se un turista li ferma, sono prodighi di consigli che riguardano altri luoghi. Ma questa è un’altra storia.
“Gualdo è bellissima – ripete – ma tutte le volte che torno, noto l’assenza di iniziativa. Di coraggio”.

Usciamo dal ristorante. Dickens è più lontano ora, nonostante l’imponente ex mercato del bestiame ci guardi lì, da pochi metri. E’ più lontano, perché c’è un sole che stiepidisce leggermente il freddo pungente di queste strette vie della city londinese.
Se vi capita di andare a Londra, prendete la metro gialla, la Circle, e scendete a Farringdon. Dopo cento metri a sinistra troverete un pezzo vero d’Italia e di Gualdo, stretto nella metropoli più grande d’Europa.
Tanto è matematico, vi conosco, siete italiani: dopo un po’ sarete stanchi dei ristoranti orientali, ormai numerosi quanto le formiche di un formicaio, sarete stanchi dei fast food e degli Starbucks. Prima o poi avrete bisogno di un buon piatto di spaghetti, di un vero caffè e soprattutto di un bel ciao-e-grazie detto alla gualdese. Eccome, se ne avrete bisogno!

© Marco Gubbini 2014