A whiter shade of the… emotions

Gary BrookerMettete le cuffie, alzate il volume e non perdetevi neanche una nota di questa versione di un capolavoro immenso. Che poi, va bene l’intro con gli archi, va bene il pianoforte, va bene la voce di Gary Brooker che non conosce età, però… Però il miracolo della musica non è quando pensi: “quant’è bella”. No, il miracolo è il momento in cui ti viene la pelle d’oca. Lì ti accorgi che dalle orecchie è arrivata al cuore senza passare per il cervello.

Qui, è al minuto 3:02 che avviene questo piccolo, grande, fenomeno chimico. Quando arriva l’Hammond, che ha segnato questo pezzo e un pezzo di storia della musica, che ti massacra di brividi.
Mettete le cuffie, alzate il volume e chiudete gli occhi. Esattamente come fa Gary Brooker, che questa perla l’ha scritta quando aveva ventidue anni. L’avrà eseguita dieci milioni di volte. Una routine. Ma ancora adesso, a quasi settanta anni di età e quasi cinquanta anni dopo averla creata, la canta per sei minuti ad occhi chiusi. Perché si fa il callo a tutto, ma non ai brividi che ti procura una melodia immortale. Anche se è frutto del tuo stesso talento.
Gary Brooker è stato insignito dell’Ordine dell’Impero Britannico, tra le onorificenze più importanti del Regno Unito.
Anche sapere che c’è una Nazione che crede così fortemente nella cultura della musica, fa venire la pelle d’oca.

Vola Boncio!

Lorenzo Boncipubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 6 – dicembre 2013

Basta poco, un miliardesimo di secondo, e il flashback ti invade la mente. Due note, un odore, un angolo di città, un gesto. Un miliardesimo di secondo ed ecco apparire un’epoca vicina o lontana in cui hai vissuto quell’odore, quel gesto, quelle note. Un tuffo al cuore ed eccoti lì, a rivivere gioie, dolori. Nostalgie.
Possono bastare anche una strada di montagna, uno scooter e uno sbuffo di polvere per un flashback. Quel giorno, in una delle tante passeggiate in zona Capodacqua, sotto la montagna a nordest di Gualdo Tadino, questo bastò al mio miliardesimo di secondo.

Lo scooter mi passa accanto. E’ lo sbuffo di polvere prodotto dalle ruote lisce a smuovere la sinapsi che parte dall’occhio e arriva all’archivio del cervello, dove è raccolta la nostra vita. Un miliardesimo di secondo e la sinapsi mi riporta adolescente, bloccato da una barriera di spettatori che bloccano quel tratto di strada.
Quel punto incrociava la pista di motocross. A destra un muro di salita, a sinistra un muro di discesa. Per chi lo percorreva, solo un muro di discesa.
Un’impresa scendere a piedi, immaginiamoci con le moto da cross! Come facevano a non diventare nostri idoli, quei piloti che si lanciavano praticamente nel vuoto, incuranti della forza di gravità, confidando sull’attrito del tacco degli stivali, più che sulle ganasce incandescenti dei freni a tamburo delle moto degli anni ’70? Un casco a scodella e bardati di nulla in confronto al moderno abbigliamento da cross. La mitica pista “Edoardo Bartoloni Calai”. Quanti ricordi!
Ricordi di quando il motocross non si chiamava Mx1, Mx2 o 85BW, ma semplicemente 125, 250 e 500. Ricordi di una pista famosa in tutta Italia, che ha visto solchi scavati dalle ruote di campioni come Piron, Ostorero, Cavallero, Rustignoli o Gritti. Ricordi di moto dai serbatoti lunghi e affusolati i cui nomi andavano poi regolarmente a finire, scritti col pennarello, nei serbatoi dei nostri cinquantini: Bultaco, Montesa, Maico, SWM, Husquarna, Pouch, Beta.

Prima di arrivare in quel punto, quello dove la pista incrociava con la strada che portava alla partenza, già la salita di via Pennoni, alla vigilia delle gare motocross, aveva l’odore inconfondibile dell’olio Castrol.
La miscela col Castrol al Garelli-Tre-Marce mica la mettevi per le prestazioni. La mettevi, perché l’odore era lo stesso delle moto da cross dei tuoi idoli. Era il vestito della festa delle domeniche del nostro cinquantino. Specialmente quando si correva alla pista di Capodacqua. “Babbo, me le dai cinquecento lire? C’è il motocross oggi”.

Più che il motocross, però, c’era il Boncio che correva.
Al di là della spettacolarità della gara, della bellezza di migliaia di gualdesi – e non solo – seduti puntando i piedi sui ripidi costoni della montagna, del rumore maestoso della partenza che ti faceva venire la pelle d’oca, del fascino dei salti, dell’odore di Castrol, c’era quel ragazzo gualdese col numero 9 che correva come un matto, portando alto il nome della città in gare intrise di campioni famosi.

Il Boncio si lanciava giù per le discese, sù per le salite, consapevole che la paura era quel centimetro che mancava sempre alla meta. Nell’apparente incoscienza che lo faceva volare più in alto di tutti nei salti, era una persona ragionevolmente consapevole dei mezzi tecnici a sua disposizione e delle leggi della fisica che segnano il confine tra l’equilibrio e la follia. Il fatto è che le conosceva talmente bene, quelle leggi, da sfruttarle sempre al massimo.
E questo ti fa essere Campione.
Epica la vittoria nel Campionato Italiano Juniores classe 250cc del 15 luglio 1973. Tutti i gualdesi tornarono a casa bianchi della polvere alzata dai tacchetti della moto del Boncio, che sollevò la Coppa al cielo per poi dedicarla e regalarla alla figlia Alessandra, nata appena un mese prima.
Una vita al confine con la leggenda. Si dice che una volta abbia corso al posto di un suo amico talmente lento da essere senza speranza di qualifica. “Lorenzo, non ce la farò mai a correre ‘sta gara”. Non sia mai! Cambio di abiti, di casco e di numero. In lista un altro nome, in pista lui, che regalò una qualificazione record all’amico che poi, in gara, fu doppiato fin dai primi giri. Tanti, quel giorno si chiesero come mai quel pilota, che aveva fatto un tempo eccezionale nelle qualifiche, in gara aveva floppato clamorosamente. Boh! Saranno stati problemi alla moto.

Facile trovare persone talentuose che sanno districarsi in mille strade senza perdersi. Difficile trovare chi riesce a diventare protagonista in ogni via che percorre. Lorenzo Bonci, classe 1952, apparteneva alla seconda, rarissima, categoria. Infatti non era solo motocross.
Anche i deltaplani che vediamo volteggiare nei nostri cieli hanno avuto in Lorenzo un pioniere. Una volatina e via per gustare il panorama? Macché! Il Boncio si vide soffiare il campionato italiano del 1985 solo all’ultima gara. Era stato sempre in testa, arrivò terzo. Pur non avendo fatto studi di ingegneria, lui ti sapeva dire come mai quel “trabiccolo” galleggiava in aria. E quando te lo aveva raccontato, ti infondeva una tale sicurezza, che ti passava la paura e ti prendeva la voglia di andare a volare affrontando il vento in faccia. Probabilmente la cosa più bella che c’è.
Era talmente sicuro e serenamente consapevole dei limiti dei suoi mezzi, che fece fare il primo giro col deltaplano a sua figlia quando questa aveva soli quattro anni!

Pioniere gualdese anche del volo a motore, Lorenzo si era costruito un ultraleggero, un KR2S, da solo, acquistando i pezzi per corrispondenza. Quell’aereo ancora vola.
Lorenzo fu il primo a collaudare un idroplano, l’Air Dinghy della Polaris. Pesava poco e quindi era l’uomo ideale per quella scocca di lega leggera. Il Boncio gareggiò anche nel tiro a piattello e in quello con la pistola. Inutile dirlo: risultati eccezionali.
Anche poco prima della fine della sua breve vita, addirittura dopo un’operazione, partecipò ad una gara di decathlon a Ravenna. Gli sport erano motocross, deltaplano, tiro con l’arco, go kart e idroplano. Chi meglio di lui?
Praticamente Lorenzo non si fermò mai. Ci pensò solo l’unica cosa in grado di fermare tutto, anche se la memoria di uomini così, è destinata a conoscere l’immortalità.

Uno sbuffo di polvere sollevato dalla piccola ruota liscia di un moderno scooter. Bastò, per questo flashback fatto di ben altra polvere. Una polvere di stelle che ti si fermava nei capelli, negli abiti, ti entrava in bocca e ti faceva compagnia nel viaggio di ritorno a casa dopo ogni gara di quel fantastico motocross. E se eri arrivato col motorino, da Capodacqua a Gualdo era tutta un’impennata. Per quello spirito di emulazione che per qualche ora ti faceva sentire esattamente come i tuoi campioni. Come il Boncio.
Supero l’incrocio con la vecchia pista. Un rumore, forse il vento. Mi volto. Chiudo gli occhi, aprendo quelli della mente. Un Montesa numero 9. E lì, in aria, un attimo prima di infilare quel terribile discesone. L’aria e la moto, i suoi elementi naturali. Vola Boncio, vola, questa è casa tua.

Marco Gubbini © 2013