Semplice!

Ronnie Wood - Steve CropperUno dei motivi per cui vale la pena pagare la pay-tv è il “Ronnie Wood Show” che Sky Arte mi regala incastonato in una misera pausa pranzo. La storia del Soul, del Rock e del Blues raccontata dal chitarrista degli Stones e dai suoi ospiti, che questa storia l’hanno fatta, in una sorta di trasmissione radiofonica con perle di jam sessions live inedite e preziose. Si commenta un brano, Ronnie lo insaporisce con qualche grammo di Telecaster, a volte un pugno di armonica e la sua voce. Roca come tutte quelle che provengono da un apparato respiratorio, che se potesse raccontare tutto quello che ha visto passare davanti…

Oggi c’era Steve Cropper, che non è solo il chitarrista di celluloide dei Blues Brothers, ma anche quello che ha scritto brani che hanno segnato la musica. Vi dicono niente Sittin’ On The Dock Of The Bay oppure Midnight Hour? E Knock On Wood? Respect? Ecco, c’è il suo zampino.

Oggi Ronnie Wood era in adorazione. “Steve, ma come hai fatto a scrivere Midnight Hour?” gli fa. “Semplice. Ho seguito i pallini?”. “I pallini?”. “Si, i pallini”. “Ma quali pallini hai seguito?”. Steve guarda Ronnie come fosse un ingenuo bambino piccolo. Cioè… la leggenda dei Rolling Stones curioso come un bambino piccolo. Forse il segreto dei geni è proprio questo: rimanere curiosi a vita.
“Ronnie, quelli della tastiera della chitarra. Sono partito dal basso e… sù, accordi fino in cima. Però solo quelli nei tasti dove ci sono segnato i pallini. Ed ecco nato il riff. Mica la sapevo suonare bene la chitarra”.
E Knock On Wood? “Beh, ho fatto la stessa cosa, ma al contrario. Ho seguito i pallini dall’alto della tastiera verso il basso. Semplice no?”.

E come no? Semplicissimo. Si sa, anche nella musica tutto è meno complicato di quel che sembra. E’ anche semplicemente snervante vedere quell’omone di settantadue anni e centoventi chili, descrivere come un gioco da ragazzi la nascita di pietre miliari della musica.

Lo giustifico solo pensando che chi nasce con il dono della musica dentro, mica si rende conto! Tutto è semplice. Come un poeta, che in tre minuti gioca con una ventina di lettere e ne fa un capolavoro.
Come disse qualcuno (sorry, non ricordo il nome), laboriosità e virtù non servono a nulla. Niente può sostituire il talento.
Semplice no?

Paolino ed Ivan

Bellucci gol FiorentinaArticolo per il sito ufficiale del Gualdo Casacastalda alla vigilia della gara interna contro il Fiesole Caldine (serie D 2013/2014)

Lui mi ripeteva che quando avesse avuto un giocatore bravo, sarebbe stato mio. Nel periodo in cui ero dirigente del Toro, mi chiamò: ‘Domenica debutta un ragazzo di 17 anni, lo mandi a vedere, perché è molto bravo. Se vuole è suo’. Giocò nel secondo tempo. La squadra perse 3-2, ma il ragazzo segnò un gol partendo da metà da campo, roba da grande giocatore“.
Personaggi ed interpreti. ‘Lui’ era Angelo Barberini, il ‘dirigente del Toro’ Sandro Mazzola e il ‘ragazzo di 17 anni’ Paolo Bellucci, che di anni però ne aveva ancora sedici.

Il calcio non è nient’altro che la vita. In una partita di novanta minuti si cade e ci si rialza decine di volte. Esattamente come nella vita. Nel calcio è sufficiente essere quell’attimo nel posto giusto al momento giusto per buttare la palla in rete. Come nella vita, in cui a volte basta una piccola, banale e fortuita coincidenza per far accadere una svolta, che quella vita te la cambierà.

La storia che avete letto sopra, Sandro Mazzola l’ha descritta nel suo recente libro “Ho scelto di stare davanti alla porta”, però ve la voglio raccontare io, che c’ero. Non per farlo meglio, ma per farlo di più.

Avete presente le tessere di un puzzle? Ecco, immaginatele prendere vita tutte insieme e incastrarsi da sole per formare una combinazione perfetta. Per Paolo Bellucci l’unico fastidio di quella giornata fu il risultato e la pioggia battente. Il resto fu sola magia.

La scatola del puzzle si apre in una piovosissima domenica di settembre del 2002, ma le tessere, alle ore quindici, sono tutte ancora in ordine sparso nella scatola.
L’osservatore inviato da Mazzola è sugli spalti del Carlo Angelo Luzi. Lui non lo sa, ma a distanza di qualche metro ci sono due colleghi. Uno l’ha mandato la Juve e l’altro il Milan. Difficile per loro, oggi, aspettarsi qualcosa di diverso dalle altre domeniche. Il solito ragazzino da visionare e il solito rapporto da mandare in sede. “Velocità: 8. Possesso di palla: 7. Senso tattico: 7”. Un fax e via, in attesa del prossimo stadio. Oggi è diverso, ma ancora nessuno lo sa.

Si gioca Gualdo – Fiorentina, campionato di C2. E’ la quarta giornata. Un torneo ancora neonato, ma di cui tutti conoscono il colore che avrà da adulto: viola. La Fiorentina reduce da un fallimento devastante, deve subito tornare nei piani alti del calcio italiano. Così vuole il neo presidente Della Valle e così vuole una città abituata a ben altri palcoscenici. La gara è in diretta nazionale sui canali Rai. Praticamente, oggi, al Carlo Angelo Luzi c’è tutta Italia.
Alle ore sedici e undici minuti le tessere del puzzle iniziano ad animarsi. Il Gualdo è sotto di tre gol, grazie (mica tanto) ad una doppietta di Riganò e al primo gol nel calcio professionistico di un giovane Fabio Quagliarella, cercato anche dai biancorossi in estate.

Il mister del Gualdo Ettore Donati, bagnato come un pulcino, si gira verso la panchina. “Paolino scaldati”. Per Paolo Bellucci, ragazzino di sedici anni, doversi scaldare pensando di entrare in campo in una partita simile è un eufemismo.  È già bollente.
L’inviato del Torino prepara il taccuino e la penna. Fin lì aveva visto un copione scontato e forse anche monotono. Tutto si sarebbe aspettato meno che un colpo di scena.

Noi, a questo punto, possiamo anche dimenticare l’evento, il pubblico, le urla dei tifosi, la Rai e dirigere l’attenzione verso due persone. Uno è Paolino, l’altro è un giocatore che ha il compito di difendere la porta della Fiorentina. Si chiama Andrea di nome e Ivan di cognome, ha una folta chioma bionda e fino ad ora si stava quasi annoiando, anche maledicendo tutta quella pioggia e quel freddo inatteso di fine settembre. Si sa, i portieri quando è freddo sentono freddo. A differenza di quelli lì davanti, che corrono per novanta minuti.

Paolino prende posizione nel terreno di gioco.
Dieci minuti. Il tempo di realizzare che lì a centrocampo c’è anche un certo Angelo Di Livio, che aveva visto e tifato in televisione solo quattro mesi prima ai Mondiali di Corea! E ancora prima in un altro Mondiale e due Europei. Che cosa straordinaria è la vita quando si trasforma in favola e fa entrare anche te in una televisione insieme a quel campione.

Dieci minuti. Poi arriva quella palla.
Un contrasto prima del centrocampo. Paolo lo vince, ma il pallone schizza in avanti, troppo in avanti. Non fa nulla. Chi crede nelle cose le insegue. Sempre.
Arriva un difensore per respingerla quella palla, ma mica puoi respingere le tessere magiche di un puzzle che stanno convergendo verso la perfezione.

Un rimpallo. Paolo lo becca.
A volte i cronisti parlano di “rimpallo fortunoso”, dimenticando che un giocatore che si trova nella posizione giusta per beccarlo, quel rimpallo, è anche bravo. Paolo vince quel rimpallo e corre in avanti, come un levriero…

Stop. Cambiamo telecamera.
Oltre cinquanta metri più in là, Andrea Ivan è appostato davanti l’area piccola. Troppo avanti, è vero, ma la palla è lì, oltre il centrocampo. Quel ragazzino entrato da poco ha vinto un contrasto. Si, va bene, ma tanto c’è quel difensore centrale roccioso – sono tutti rocciosi, per i cronisti, i difensori centrali – che sta per calciare il pallone. Può darsi che arrivi anche il quarto gol su quel rinvio. “Porca miseria, un maledetto rimpallo perso! Torniamo più dietro và! Con calma, perché lo vedo ancora col binocolo, quel ragazzino”.

Telecamera 1. Paolo corre come un fulmine sulla fascia, ma per poco, perché poi prende una decisione che se la prendi a sedici anni e in quella partita, ti fa diventare calciatore vero. Tira verso una porta che a vederla da lì è larga appena qualche centimetro.
Il bello di un pallonetto e di un tiro dalla lunghissima distanza è il tempo. Prima quello che hai per valutare la posizione esatta del portiere, ed è pochissimo. Dopo, quello per sognare. E sembra non finire mai. Quella palla che vola, veloce come una saetta, ma lenta perché deve coprire una distanza siderale, non trasporta solo il sogno di un ragazzino di sedici anni, ma anche il suo futuro. Il momento fatale di una vita intera. Uno di quelli che non dimenticherai mai.

Telecamera 2. Andrea Ivan accelera la sua corsa all’indietro. “Mi sa che quel ragazzino sta cercando me”. Un colpo di reni, un tuffo verso sinistra. Quella chioma bionda, che nel tuffo diventa parallela alla traiettoria di quella palla. Mentre vola si gira. Appena in tempo per vedere la sfera gonfiare la rete. Chissà se avrà chiuso gli occhi.

Tac. Il puzzle è apposto.
Campo largo. Tremilacento spettatori in piedi ad applaudire, compresi gli oltre mille fiorentini. A casa davanti alla tv non si sa quanti siano, ma si sa per certo che tutti un sobbalzo al cuore ce lo hanno avuto. Perché il calcio, quando si mette a scrivere le favole, altro che Andersen!
I pollici degli uomini del Torino, della Juventus e del Milan lasciano la presa e la penna rimane appesa tra indice e medio, come una sigaretta che quando apri la bocca rimane penzolante sul labbro inferiore. Da quel momento la gara iniziò tra di loro, ma questo ve lo sa raccontare meglio Mazzola nel suo libro.

Sul campo alla fine arrivò un altro gol, ma anche i gol capirono che non potevano rubare la scena a quello di prima e quindi mandarono un loro simile, un autogol, per scrivere il definitivo 2-3. Il Gualdo quella partita la perse. Il Torino vinse invece un piccolo campione che portò con sé in una città fredda, ma dove il calcio ha vissuto più di una leggenda.

Vi chiederete: perché ci ha raccontato tutto ciò?
Perché nella storia di una squadra di calcio, ci sono episodi che non verranno  mai cancellati da una debole memoria storica e la rete di Paolino Bellucci alla Fiorentina è uno di quelli. E perché domenica prossima, dopo undici anni, si ritroveranno di fronte quel portiere biondo e quel ragazzino. E si ritroveranno nello stesso terreno di gioco.
Il portiere Andrea di nome e Ivan di cognome, dopo quel campionato ebbe una carriera scintillante, piena di serie B e serie A. Il ragazzino, dopo quella partita, conobbe il calcio vero, ma anche le dure difficoltà di quando i muscoli fanno le bizze.
E’ il calcio che a volte va così. E’ la vita che a volte va così.

Quella stessa squadra poi scrisse un’altra pagina leggendaria nella gara di ritorno a Firenze. Bellucci non c’era, ma c’era un altro che domenica prossima sarà al Luzi, Marco Campese. C’erano anche venticinquemila persone allo stadio, che stavolta il Gualdo lo videro vincere. Ma questa è un’altra storia che forse un giorno vi racconterò in quei particolari che vanno oltre il tabellino e la cronaca.

Ora è tempo di godersi questa sfida nella sfida. Il biondo portiere difenderà la porta del Fiesole Caldine. Il ragazzino temerario dal gol impossibile veste invece i nuovi colori del Gualdo Casacastalda. E’ una situazione difficilissima ed ogni stimolo in più, anche microscopico, può solo far bene. Anche quello di sperare di assistere ad un evento più unico che raro, specialmente in un campo di calcio: quello della storia che si ripete.

© Marco Gubbini 2013

Nota del 21 ottobre
Alla fine la storia si è ripetuta: Paolino ha battuto Ivan e il gol è arrivato anche nella stessa porta.
Sono passati undici anni.
Bello il calcio, eh?

Gol Bellucci al Fiesole

Paolo Bellucci batte Andrea Ivan undici anni dopo il gol contro la Fiorentina.

Il sogno viaggiatore

NicolettaGioielli

Articolo per il numero di ottobre 2013 del mensile TRENTAGIORNI

Si dice che esistano paradisi in terra. Se è così, uno di questi non può non essere l’arcipelago della Maddalena. Un nome impegnativo ‘arcipelago’, per sette piccole gemme incastonate tra la Sardegna e la Corsica. Il mare limpido e la vita tranquilla di isolani stretti da due grandi isole. E’ da qui, che nel 1994 una ragazza parte con la valigia in mano. Parte per l’unico motivo che ti può far abbandonare un paradiso: l’amore.

Nicoletta Gioielli arriva a Gualdo Tadino portando la genuinità e la solarità dei sardi, ma in quella valigia non si era scordata di mettere la passione e il sogno di bambina: la musica. L’integrazione con la comunità gualdese è immediata. Forse, perché noi gli somigliamo agli isolani. Dapprima diffidenti, ma la strada verso la sincerità e la lealtà è talmente breve che la si fa a piedi e senza difficoltà. Nicoletta non abbandona mai la musica e la musica non abbandona mai lei. Nel 1996 conosce il musicista Marco Mammoli ed inizia con lui una collaborazione in vari eventi, tra cui la registrazione del brano “L’Emmanuel”. La canzone viene scelta come inno ufficiale della XV Giornata Mondiale della Gioventù. Una grandissima soddisfazione, che resta nel cuore di Nicoletta e che per il momento rimane lì, nell’anno 2000.

Fino allo scorso quattro ottobre, quando Papa Francesco arriva ad Assisi.

“L’Emmanuel“ viene scelto come brano per salutare il Santo Padre nel sagrato della basilica di Santa Maria degli Angeli e Marco Mammoli sceglie Nicoletta per cantarlo dal vivo.
Ore 19, o giù di lì, del giorno in cui Papa Francesco arriva nella terra di Francesco. A destra, a dieci metri, il Santo padre. A sinistra quarantamila persone. Nicoletta è lì. Davanti ad un microfono e sopra ad un palco che è materializzazione dei sogni di quella ragazza maddalenina, ora donna e madre gualdese.

“Un’emozione fortissima, ma c’era la mia famiglia con me – racconta Nicoletta – E poi in testa avevo le parole di quel musicista fantastico, che è Francesco dei Time Machine. ‘Canta col cuore, lasciati andare e… sgòlati’ mi aveva detto. Gli ho dato retta e la voce è uscita. Potente e sicura”. Già, perché Nicoletta, oltre che essere componente della corale Cai-Casimiri di Gualdo Tadino, è anche cantante del gruppo acustico The Time Machine.
Famiglia e amici uniti dalla stessa passione. Nicoletta li ha portati tutti con sé, fisicamente e virtualmente, in quella che resterà una giornata unica. “Una delle più commoventi e toccanti della mia vita. Per le parole del Santo Padre, per la tenerezza verso quei ragazzi del Serafico e dell’Unitalsi e perché cantare in presenza del Papa, di quarantamila persone e in mondovisione fa veramente effetto”.

Papa Francesco ha lasciato un segno indelebile ad Assisi. Quel quattro ottobre, sono stati tanti che hanno riposto in lui le proprie speranze e i propri desideri, mentre lo vedevano passare, lo ascoltavano o lo toccavano. Ed è bello sapere che uno di questi sogni, quello di Nicoletta, quel sogno che era nato in un’isola, aveva attraversato il mare e si era fermato all’ombra degli Appennini, si è trasformato in realtà.

© Marco Gubbini 2013