Ultima fermata

pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 4 – luglio 2013

De Santos, Martines, Alvares. Nel gelido clima lussemburghese che punge le ossa, i ‘caldi’ cognomi portoghesi che spiccano sui campanelli di Esh sur Alzette sembrano fuori luogo. Nonostante questo e l’anno del Signore 2013, il Lussemburgo e la Mosella francese profumano ancora d’italiano. Ma cosa resta della grande emigrazione e, soprattutto, quanto incidono i nuovi flussi migratori causati dalla crisi economica?

Qui l’Italia è ovunque. E a differenza della Pennsylvania, l’altra meta dei bisnonni emigranti, parlare la nostra lingua non causa problemi, grazie alla relativa vicinanza, ma anche alle tante associazioni operanti sul territorio. La più antica di queste, la Amitie Italo Luxembourgeoise, ha più di ottanta anni e il suo scopo è quello di far conoscere l’Italia e creare legami di amicizia e contatti tra lussemburghesi e italiani. Vanna Colling-Kerg, presidente e anima della sezione di Esch, ci accoglie nella sua bella casa.

Vanna Colling-Kerg

Vanna Colling-Kerg

L’idea venne ad Achille Giorgetti, costruttore e presidente della prima camera di commercio italo lussemburghese. Sua l’idea di corsi di italiano per gli italiani, che parlavano solo dialetti, e per i commercianti locali che ne erano interessati”. Davanti ai suoi deliziosi biscotti, madame Colling ci racconta anche un aneddoto gualdese. Suo suocero, Emile Colling, era medico a Esch. I suoi pazienti erano quasi tutti italiani e i suoi italiani erano quasi tutti di Gualdo Tadino. “L’idea che si era fatto mio suocero di Gualdo era di una grandissima città, perché tutti venivano da lì – sorride Vanna – In occasione di un viaggio a Roma nel 1930, programmò una tappa lì e rimase colpito nel trovare una piccola realtà. Alla stazione lo accolse la banda musicale, avvisata dai parenti dei suoi pazienti. Ne fu entusiasta”.

A quell’epoca curare gli emigrati era una missione, più che un lavoro. Pochi potevano pagare. “Per mio suocero, questo veniva in secondo piano. Fare il medico era un mestiere da onorare sempre. Durante la guerra andava a curare la gente nascosta nelle miniere. Ovviamente gratis”. Emile Colling, da medico dei gualdesi, divenne poi Ministro del Lavoro e anche qui si distinse in materia d’immigrazione. “C’era una legge che per gli immigrati prevedeva solo lavoro stagionale e quindi tutti dovevano tornare a casa nei periodi di stanca. Mio suocero eliminò tutto ciò, permettendo il ricongiungimento dei lavoratori con le famiglie, che arrivarono in Lussemburgo”. Una svolta epocale per generazioni di italiani. A Dudelange c’è un centro sulla emigrazione italiana in Lussemburgo. Le diciamo che anche a Gualdo Tadino c’è un museo dell’Emigrazione. “Lo conosco. Maria Luisa Caldognetto, storica dell’immigrazione, ha avuto più di un contatto con la direttrice Catia Monacelli”.
Che cosa fa ora l’associazione? “Organizziamo conferenze, escursioni e viaggi culturali in Italia. I membri sono circa 1500 e molti sono pensionati, che hanno il tempo di viaggiare. Gli italiani? Pochi iscritti. Abbiamo anche collaborato alla pubblicazione di un libro sulla storia dell’emigrazione in Lussemburgo”. Il libro è “Centenario” un’opera mastodontica, che la signora Vanna ci regala prima del nostro congedo dalla sua casa, dai suoi biscotti e dalla sua gentilezza.

Mentre le Amities Italo Luxembourgeoise tengono viva la cultura italiana, http://www.italiani.lu è un sito ideato per riunire le associazioni tricolori e segnalare appuntamenti culturali e ludici. Oltre che dare una  mano agli internauti nei vari settori della pur leggera burocrazia lussemburghese.

Luigi Calvetti

Luigi Calvetti

Luigi Calvetti è il responsabile del sito. Ci dà appuntamento al Café Forum, un bar del centro della capitale Lussemburgo gestito da un ragazzo di Gubbio e ci spiega che il portale è nato nel 2006. “Semplicemente perché non c’era niente del genere. Lo scopo del nostro spazio web è di rimediare al fatto che c’è sempre meno vita associativa. A parte Umbri nel Mondo, che organizza ogni anno il Microfono d’Oro. Allora abbiamo deciso di fare appello all’italianità tramite il web”.
In Lussemburgo ci sono circa 50.000 italiani, cioè oltre il 10% della popolazione. “Non siamo importanti solo dal punto di vista numerico – spiega Calvetti – Abbiamo insegnato ai lussemburghesi l’arte dell’edilizia, della cucina e tanto altro. Quindi c’è rispetto massimo per gli italiani. Prima un po’ isolati, ma ora, grazie anche alla rete, molto più uniti. In Germania o sei tedesco o sei straniero. Qua puoi conservare la tua italianità e andarne fiero”. Il sito promuove l’immagine dell’italiano che lavora e ha inventiva. Ma la crisi è forte, specialmente in Italia, e Italiani.lu è anche un muro del pianto per chi cerca occupazione. “Siamo sommersi da mail di persone disperate che ci chiedono aiuto, tanto che abbiamo attivato una pagina Facebook dedicata. Possibilità di lavoro? Non come un tempo, ma più che in Italia. Il Lussemburgo è ancora un posto dove, se hai voglia di lavorare, lavori. Non c’è clientelismo e se si hanno le capacità si va avanti. Certo, pure qui la crisi si sente. Meno di altri paesi europei, ma si sente”.

Insomma un triste ritorno alle origini. Il primo flusso immigratorio era fatto di povera gente destinata alle miniere. Poi il fenomeno si è fermato, dando spazio all’immigrazione di “cervelli”, venuti qui per aprire banche e grandi aziende. Ora siamo tornati alla ricerca di un lavoro semplice, con gente disposta a ripartire da zero. Che poi qui lo “zero” significa uno stipendio minimo di 1600 euro. Raggiungere il Granducato oggi è comodo ed economico, al contrario di cinquanta anni fa. Sedici euro di volo low cost fino a Bruxelles e venti euro di autobus fino a Esch. Questo significa che si può tranquillamente venire e tentare di persona la ricerca di un’occupazione.

Lucien Piovano

Lucien Piovano

Gli italiani vengono, si informano, qualcuno si ferma, ma il fenomeno immigratorio ha comunque spostato l’asse in Portogallo”. Chi parla è Lucien Piovano, sindaco di Audun le Tiche, la cittadina francese gemellata con la nostra Gualdo Tadino. “Non passa giorno che non ricevo telefonate dalla scuola, che mi segnala l’arrivo di bambini portoghesi, con problemi di integrazione anche causati dalla lingua. Cosa dico agli italiani speranzosi di trovare un altro Eldorado? Che i tempi sono cambiati. E’ vero che la crisi qui si sente di meno, ma senza miniere e acciaierie trovare lavoro non è comunque facile”.

Rinfiliamo il piumino e ripercorriamo le vie della speranza dei nostri bisnonni. Un’occhiata ai  ‘caldi’ cognomi portoghesi, che spiccano sui campanelli di Esh sur Alzette. Sembrano fuori luogo, ma ora convivono con altri. Italiani. Stampati di recente e più consoni a questo vento gelido. Un vento che assomiglia tanto alla tramontana di un certo paese natìo.

 © Marco Gubbini

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