Jeunesse guald’Esch

pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 3 – marzo 2013

Nazzareno Saltutti

Nazzareno Saltutti

E tu che giocatore sei? Non hai fatto neanche la Coppa dei Campioni”. Ibrahimovic a Immobile durante un diverbio? No, Nazzareno Saltutti al fratello Nello. A Gualdo Tadino pochi lo sanno, ma Nazzareno è stato il primo calciatore gualdese ad aver assaporato la più grande competizione calcistica europea. Perlomeno fino alla parte finale di questo articolo. Curiosi? Seguiteci. Andremo prima in piazza Martiri e poi voleremo in Lussemburgo.

Incontriamo Nazzareno nella sua abitazione. Dieci metri dal suo ex bar. Lavoro e passione di una vita. Non facciamo in tempo ad entrare, che è un fiume in piena. Il racconto è pura nostalgia. Non del paese natìo, ma di quello dove era emigrato. Strano. Come la sua storia, rimasta racchiusa in casa, quasi a non voler disturbare Nello e la sua sfolgorante carriera. “Sono partito da Gualdo nel ‘51. Avevo 8 anni, Nello 4”. La figura del fratello compare spesso nel suo racconto, ma non è ingombrante. Non lo è mai stata. “Mio padre era già lì. Abitavamo nel quartiere che gli italiani chiamavamo ‘la Ulla’, storpiando il nome di Rue de la Hoehl. Frequentavo il bar Riganelli, che allora era rivale del caffè Conti. Era lì che gli emigrati italiani s’incontravano dopo il lavoro”.

Nazzareno inizia a parlare della Jeunesse d’Esch, le parole iniziano ad uscire macchiate di emozione. “Era la squadra degli italiani, mentre la Fola, l’altro team di Esch, era quella dei ricchi. Loro però facevano l’elastico tra serie A e B. Noi siamo stati sempre nella massima serie. Ho fatto tutta la trafila, dai Cadetti alla prima squadra, passando per la Juniores. Sono stati gli anni più belli della mia vita”. Si alza e per andare nella stanza accanto. Torna con due foto. Di quelle seppiate dall’età e non dai moderni fotoritocchi.
Ecco, questa è la Jeunesse. Il mio unico amore calcistico… a parte l’Inter ovviamente! (ride). Ho girato l’Europa col settore giovanile. Si facevano i tornei di Pasqua ad Amsterdam, Anversa, Philipsburg, in Germania, dove vincemmo la finale contro il Basilea con un mio gol. Non mi chiedete come ho fatto, non lo so neanche io. A 17 anni debuttai in prima squadra. Fu contro l’Alliance di Dudelange. Vincemmo 3-0 e la sera, lungo il corso di Esch, mi sembravo il calciatore più famoso del mondo. La Coppa dei Campioni? Fui convocato per premio nelle trasferte di Goteborg e Helsinki e contro i polacchi del Widzew Lodz. Uscivamo regolarmente al primo turno, ma sempre a testa alta”.

Quello di Nazzareno era il calcio delle marcature a uomo e dei numeri fissi. Il 3 era il terzino sinistro e marcava il 7, l’ala destra. Sempre. Quanto si guadagnava? “Il compenso era sempre quello, valido per le vittorie e per le sconfitte – risponde Nazzareno – I panini con i wurstel e la birra della sede sociale”.
Ce ne sono di storie da raccontare di quel calcio fatto di povertà e passione. Come quella di René Hoffman, giovane portiere della Jeunesse d’Esch nella gara di Coppa dei Campioni persa 7-0 contro il più forte Real Madrid della storia. Dopo la gara, gli ottantamila spettatori del Santiago Bernabeu lo applaudirono, mentre i giocatori locali lo portavano a spalla intorno al campo. Dopo venti giorni arrivò, da Madrid, la convocazione per una provino col Real. Hoffmann rifiutò!!

N. Saltutti capitano della Jeunesse

Nazzareno Saltutti capitano della Jeunesse

Era un tipo schivo – ride Nazzareno – un mammone”. Così gettò via l’occasione della sua vita. “Sono tornato ad Esch nel 1992. Avevano invitato me e Nello a fare una partita con le vecchie glorie. Proprio contro quelle del Real Madrid. Non ho giocato, ma è stato commovente. Ero lì, in tribuna, quando fecero il mio nome dagli altoparlanti, come ex giocatore. Fu un’emozione incredibile, che non dimenticherò mai. Anzi, se andate lì diteglielo: li ringrazierò in eterno”.

Ci siamo andati.

Esch sur Alzette ci accoglie innevata e sferzata da un’aria gelida, che sembra Gualdo. Nella stagione ’85/’86 la Jeunesse d’Esch affrontò la Juventus nel primo turno di Coppa dei Campioni e in formazione aveva un figlio di Gualdo, Jean Pierre Barboni, che ora ci accoglie nel suo ufficio della Caisse d’Epargne de Etait, la banca dello Stato. L’italiano di Barboni è fluente. “Mio padre era di Palazzo Mancinelli. Mia madre è originaria di Boschetto. Io sono nato qui e l’italiano l’ho imparato a casa. I miei genitori hanno avuto, dal ’62 all’86, uno dei bar storici della città, il caffè Conti. Io a 20 anni ho iniziato a lavorare in banca e dopo quasi 30 anni di lavoro a Lussemburgo capitale, da un paio di anni mi hanno trasferito qui ad Esch, dove abito”. Anche Jean Pierre Barboni, come Nazzareno Saltutti, è stato un fedelissimo bianconero. “Ho sempre giocato nella Jeunesse. Non ho mai cambiato squadra, anche

Jean Pierre Barboni

Jean Pierre Barboni

perché stavo bene e vincevamo i campionati. Non c’era motivo di cambiare. A meno che non volevi guadagnare più soldi. Io ho scelto sempre e solo la Jeunesse”.  Gli chiediamo se possiamo definirlo il Del Piero del Lussemburgo e si lascia andare ad una risata. “Sì, ma lui ha guadagnato di più!”.

Vincevate gli scudetti e poi c’era la Coppa. “Esatto. E questo era il lato più bello. Quando non esisteva la formula della Champions, c’erano i sorteggi con le teste di serie. Una grande motivazione per vincere il campionato era proprio la prospettiva di incontrare i più grandi club europei. Noi abbiamo avuto, come avversari, team del calibro di Real Madrid e Liverpool. Nel 1975 giocai, a diciassette anni, contro il grande Bayern di Beckenbauer e Rummenigge, la squadra che poi vinse la Coppa dei Campioni. Poi nel 1985 la Juventus di Boniek e Platini. Giocammo a Torino a porte chiuse, dato che era la prima partita dopo l’Heysel”.

Ho preso la cittadinanza lussemburghese per poter essere convocato in Nazionale. Ho disputato gare contro grandi squadre, come l’Italia intorno al 1990, l’Inghilterra e l’Olanda. Nel ‘90, a trentadue anni, ho deciso che era ora di smettere e sono entrato nella dirigenza del club. Dal ‘92 ho guidato la squadra come allenatore e nel ’96, quando morì il presidente, ho assunto io la carica per quasi dieci anni. Nel 2006 ho lasciato definitivamente l’attività calcistica per motivi di lavoro, dato che la carica di presidente richiedeva tanto tempo. I miei figli? Ho una femmina e un maschio che pratica il judo a livelli alti, con ottimi risultati a livello nazionale. Forse è meglio così: di judo non capisco niente ed evito problemi. Continuo ovviamente a seguire la Jeunesse. L’appuntamento allo stadio, dove incontro sempre vecchi giocatori, è pressoché fisso”.

Jeunesse - JuventusPlatini - Barboni

Jeunesse – Juventus, Platini e Barboni

E Gualdo? “Sono tre o quattro anni che non torno, anche perché abbiamo venduto la casa di Palazzo Mancinelli e mio padre aveva un solo fratello che ora sta a Frascati. Mia madre, che di cognome fa Bordicchia, ha invece cugini a Boschetto”.

Jean Pierre Barboni è una persona molto nota a Esch e anche a Gualdo Tadino. Molti ricordano di aver seguito le gare di Coppa contro la Juventus e l’amichevole del 1988 contro l’Italia, perché giocava “uno di Gualdo”.

C’era una volta però “uno di Gualdo”, che nella Jeunesse ha preceduto i due Saltutti e Barboni. C’era una volta il più grande Real Madrid della storia. C’era una volta una delle tante favole della piccola Jeunesse, che nel ’59 si trovò al Santiago Bernabeu a sfidare gente come Di Stefano e Puskas al cospetto di ottantamila spettatori. C’era una volta il capitano di quella squadra. Si chiamava René Pascucci. Uno di Gualdo.

Indirizzo scovato su internet. Telefonata. Dall’altro capo una voce sorpresa che ci dà appuntamento nel tardo pomeriggio.

René Pascucci

René Pascucci

Un freddo boia, un piazzale innevato. Il civico 32 di Rue Nic Mannes è illuminato. Ci apre la figlia, ma dietro ecco Pascucci, classe 1926, che ci saluta con un “come mi avete scovato?”. Pascucci è originario di Rigali e tornava spesso a Gualdo a trovare i parenti. Ci racconta che l’ultima volta in Italia è stato pochi anni fa con il pullman. “Avrei voluto chiedere all’autista di fermare a Gualdo, eravamo vicini, ma non ne ho avuto il coraggio”. Per prima cosa ci fa salire in una stanza del piano di sopra. Una normalissima stanza, come ce l’abbiamo tutti. Ora, però, una gigantografia con le squadre a centrocampo dove ci sei tu di fianco a Puskas e sotto a Di Stefano in una partita ufficiale, è roba da pochi eletti nel pianeta Terra. “Puskas e Gento acconsentirono subito a fare la foto con le due squadre mescolate insieme. Di Stefano era più divo. Non voleva né la foto, né lo scambio di maglia. Vedete? Nella foto è in tuta e con un espressione non proprio contenta”. “Cosa ricordo di quella partita? Tutto, ma specialmente il volo, quando una tempesta ci fece ricorrere… ad un prete che viaggiava con noi”. Sembra frastornato dalla presenza di un giornale italiano a casa sua, ma ha voglia di raccontare. Forse non lo fa da tempo. “Sapete? Ho giocato dal ‘39 al ‘61 e non ho mai preso un ammonizione”. Anche per Pascucci la Jeunesse è stato il primo e ultimo amore. ”Nella partita di spareggio contro il Goteborg, Nordhal segnò con la mano,

Real Madrid - JeunessePascucci Zarraga

Real Madrid – Jeunesse, Pascucci e Zarraga

altrimenti avremmo avuto buone speranze di passare noi il turno. Protestai con l’arbitro in italiano. Era anche lui italiano. Non servì a niente. Peccato, avremmo potuto scrivere una bella pagina di storia”.

Crediamo che la Jeunesse la storia l’abbia già scritta. Una leggenda piena di verità. E di un pizzico della nostra Gualdo.

 © Marco Gubbini 2013

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