Ciao Califfo…

Franco CalifanoNon eri il mio artista di riferimento, ma hai avuto il merito di aver vissuto ogni singolo istante della tua vita. Molti lo dicono, convinti che basta citare Morrison. Pochissimi lo fanno.

Ho avuto l’onore di essere stato tuo fonico una sera. E quando è stata l’ora di Minuetto, quando ho alzato il cursore del tuo microfono, mi sono sentito per qualche minuto protagonista di quel tuo capolavoro. Anche perché mi dicesti che il fonico era come se fosse un altro tuo musicista.

Una perla, Minuetto, che non poteva non iniziare con il riassunto della tua vita: “E’ un’incognita ogni sera mia”.
Ciao Califfo

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Jeunesse guald’Esch

pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 3 – marzo 2013

Nazzareno Saltutti

Nazzareno Saltutti

E tu che giocatore sei? Non hai fatto neanche la Coppa dei Campioni”. Ibrahimovic a Immobile durante un diverbio? No, Nazzareno Saltutti al fratello Nello. A Gualdo Tadino pochi lo sanno, ma Nazzareno è stato il primo calciatore gualdese ad aver assaporato la più grande competizione calcistica europea. Perlomeno fino alla parte finale di questo articolo. Curiosi? Seguiteci. Andremo prima in piazza Martiri e poi voleremo in Lussemburgo.

Incontriamo Nazzareno nella sua abitazione. Dieci metri dal suo ex bar. Lavoro e passione di una vita. Non facciamo in tempo ad entrare, che è un fiume in piena. Il racconto è pura nostalgia. Non del paese natìo, ma di quello dove era emigrato. Strano. Come la sua storia, rimasta racchiusa in casa, quasi a non voler disturbare Nello e la sua sfolgorante carriera. “Sono partito da Gualdo nel ‘51. Avevo 8 anni, Nello 4”. La figura del fratello compare spesso nel suo racconto, ma non è ingombrante. Non lo è mai stata. “Mio padre era già lì. Abitavamo nel quartiere che gli italiani chiamavamo ‘la Ulla’, storpiando il nome di Rue de la Hoehl. Frequentavo il bar Riganelli, che allora era rivale del caffè Conti. Era lì che gli emigrati italiani s’incontravano dopo il lavoro”.

Nazzareno inizia a parlare della Jeunesse d’Esch, le parole iniziano ad uscire macchiate di emozione. “Era la squadra degli italiani, mentre la Fola, l’altro team di Esch, era quella dei ricchi. Loro però facevano l’elastico tra serie A e B. Noi siamo stati sempre nella massima serie. Ho fatto tutta la trafila, dai Cadetti alla prima squadra, passando per la Juniores. Sono stati gli anni più belli della mia vita”. Si alza e per andare nella stanza accanto. Torna con due foto. Di quelle seppiate dall’età e non dai moderni fotoritocchi.
Ecco, questa è la Jeunesse. Il mio unico amore calcistico… a parte l’Inter ovviamente! (ride). Ho girato l’Europa col settore giovanile. Si facevano i tornei di Pasqua ad Amsterdam, Anversa, Philipsburg, in Germania, dove vincemmo la finale contro il Basilea con un mio gol. Non mi chiedete come ho fatto, non lo so neanche io. A 17 anni debuttai in prima squadra. Fu contro l’Alliance di Dudelange. Vincemmo 3-0 e la sera, lungo il corso di Esch, mi sembravo il calciatore più famoso del mondo. La Coppa dei Campioni? Fui convocato per premio nelle trasferte di Goteborg e Helsinki e contro i polacchi del Widzew Lodz. Uscivamo regolarmente al primo turno, ma sempre a testa alta”.

Quello di Nazzareno era il calcio delle marcature a uomo e dei numeri fissi. Il 3 era il terzino sinistro e marcava il 7, l’ala destra. Sempre. Quanto si guadagnava? “Il compenso era sempre quello, valido per le vittorie e per le sconfitte – risponde Nazzareno – I panini con i wurstel e la birra della sede sociale”.
Ce ne sono di storie da raccontare di quel calcio fatto di povertà e passione. Come quella di René Hoffman, giovane portiere della Jeunesse d’Esch nella gara di Coppa dei Campioni persa 7-0 contro il più forte Real Madrid della storia. Dopo la gara, gli ottantamila spettatori del Santiago Bernabeu lo applaudirono, mentre i giocatori locali lo portavano a spalla intorno al campo. Dopo venti giorni arrivò, da Madrid, la convocazione per una provino col Real. Hoffmann rifiutò!!

N. Saltutti capitano della Jeunesse

Nazzareno Saltutti capitano della Jeunesse

Era un tipo schivo – ride Nazzareno – un mammone”. Così gettò via l’occasione della sua vita. “Sono tornato ad Esch nel 1992. Avevano invitato me e Nello a fare una partita con le vecchie glorie. Proprio contro quelle del Real Madrid. Non ho giocato, ma è stato commovente. Ero lì, in tribuna, quando fecero il mio nome dagli altoparlanti, come ex giocatore. Fu un’emozione incredibile, che non dimenticherò mai. Anzi, se andate lì diteglielo: li ringrazierò in eterno”.

Ci siamo andati.

Esch sur Alzette ci accoglie innevata e sferzata da un’aria gelida, che sembra Gualdo. Nella stagione ’85/’86 la Jeunesse d’Esch affrontò la Juventus nel primo turno di Coppa dei Campioni e in formazione aveva un figlio di Gualdo, Jean Pierre Barboni, che ora ci accoglie nel suo ufficio della Caisse d’Epargne de Etait, la banca dello Stato. L’italiano di Barboni è fluente. “Mio padre era di Palazzo Mancinelli. Mia madre è originaria di Boschetto. Io sono nato qui e l’italiano l’ho imparato a casa. I miei genitori hanno avuto, dal ’62 all’86, uno dei bar storici della città, il caffè Conti. Io a 20 anni ho iniziato a lavorare in banca e dopo quasi 30 anni di lavoro a Lussemburgo capitale, da un paio di anni mi hanno trasferito qui ad Esch, dove abito”. Anche Jean Pierre Barboni, come Nazzareno Saltutti, è stato un fedelissimo bianconero. “Ho sempre giocato nella Jeunesse. Non ho mai cambiato squadra, anche

Jean Pierre Barboni

Jean Pierre Barboni

perché stavo bene e vincevamo i campionati. Non c’era motivo di cambiare. A meno che non volevi guadagnare più soldi. Io ho scelto sempre e solo la Jeunesse”.  Gli chiediamo se possiamo definirlo il Del Piero del Lussemburgo e si lascia andare ad una risata. “Sì, ma lui ha guadagnato di più!”.

Vincevate gli scudetti e poi c’era la Coppa. “Esatto. E questo era il lato più bello. Quando non esisteva la formula della Champions, c’erano i sorteggi con le teste di serie. Una grande motivazione per vincere il campionato era proprio la prospettiva di incontrare i più grandi club europei. Noi abbiamo avuto, come avversari, team del calibro di Real Madrid e Liverpool. Nel 1975 giocai, a diciassette anni, contro il grande Bayern di Beckenbauer e Rummenigge, la squadra che poi vinse la Coppa dei Campioni. Poi nel 1985 la Juventus di Boniek e Platini. Giocammo a Torino a porte chiuse, dato che era la prima partita dopo l’Heysel”.

Ho preso la cittadinanza lussemburghese per poter essere convocato in Nazionale. Ho disputato gare contro grandi squadre, come l’Italia intorno al 1990, l’Inghilterra e l’Olanda. Nel ‘90, a trentadue anni, ho deciso che era ora di smettere e sono entrato nella dirigenza del club. Dal ‘92 ho guidato la squadra come allenatore e nel ’96, quando morì il presidente, ho assunto io la carica per quasi dieci anni. Nel 2006 ho lasciato definitivamente l’attività calcistica per motivi di lavoro, dato che la carica di presidente richiedeva tanto tempo. I miei figli? Ho una femmina e un maschio che pratica il judo a livelli alti, con ottimi risultati a livello nazionale. Forse è meglio così: di judo non capisco niente ed evito problemi. Continuo ovviamente a seguire la Jeunesse. L’appuntamento allo stadio, dove incontro sempre vecchi giocatori, è pressoché fisso”.

Jeunesse - JuventusPlatini - Barboni

Jeunesse – Juventus, Platini e Barboni

E Gualdo? “Sono tre o quattro anni che non torno, anche perché abbiamo venduto la casa di Palazzo Mancinelli e mio padre aveva un solo fratello che ora sta a Frascati. Mia madre, che di cognome fa Bordicchia, ha invece cugini a Boschetto”.

Jean Pierre Barboni è una persona molto nota a Esch e anche a Gualdo Tadino. Molti ricordano di aver seguito le gare di Coppa contro la Juventus e l’amichevole del 1988 contro l’Italia, perché giocava “uno di Gualdo”.

C’era una volta però “uno di Gualdo”, che nella Jeunesse ha preceduto i due Saltutti e Barboni. C’era una volta il più grande Real Madrid della storia. C’era una volta una delle tante favole della piccola Jeunesse, che nel ’59 si trovò al Santiago Bernabeu a sfidare gente come Di Stefano e Puskas al cospetto di ottantamila spettatori. C’era una volta il capitano di quella squadra. Si chiamava René Pascucci. Uno di Gualdo.

Indirizzo scovato su internet. Telefonata. Dall’altro capo una voce sorpresa che ci dà appuntamento nel tardo pomeriggio.

René Pascucci

René Pascucci

Un freddo boia, un piazzale innevato. Il civico 32 di Rue Nic Mannes è illuminato. Ci apre la figlia, ma dietro ecco Pascucci, classe 1926, che ci saluta con un “come mi avete scovato?”. Pascucci è originario di Rigali e tornava spesso a Gualdo a trovare i parenti. Ci racconta che l’ultima volta in Italia è stato pochi anni fa con il pullman. “Avrei voluto chiedere all’autista di fermare a Gualdo, eravamo vicini, ma non ne ho avuto il coraggio”. Per prima cosa ci fa salire in una stanza del piano di sopra. Una normalissima stanza, come ce l’abbiamo tutti. Ora, però, una gigantografia con le squadre a centrocampo dove ci sei tu di fianco a Puskas e sotto a Di Stefano in una partita ufficiale, è roba da pochi eletti nel pianeta Terra. “Puskas e Gento acconsentirono subito a fare la foto con le due squadre mescolate insieme. Di Stefano era più divo. Non voleva né la foto, né lo scambio di maglia. Vedete? Nella foto è in tuta e con un espressione non proprio contenta”. “Cosa ricordo di quella partita? Tutto, ma specialmente il volo, quando una tempesta ci fece ricorrere… ad un prete che viaggiava con noi”. Sembra frastornato dalla presenza di un giornale italiano a casa sua, ma ha voglia di raccontare. Forse non lo fa da tempo. “Sapete? Ho giocato dal ‘39 al ‘61 e non ho mai preso un ammonizione”. Anche per Pascucci la Jeunesse è stato il primo e ultimo amore. ”Nella partita di spareggio contro il Goteborg, Nordhal segnò con la mano,

Real Madrid - JeunessePascucci Zarraga

Real Madrid – Jeunesse, Pascucci e Zarraga

altrimenti avremmo avuto buone speranze di passare noi il turno. Protestai con l’arbitro in italiano. Era anche lui italiano. Non servì a niente. Peccato, avremmo potuto scrivere una bella pagina di storia”.

Crediamo che la Jeunesse la storia l’abbia già scritta. Una leggenda piena di verità. E di un pizzico della nostra Gualdo.

 © Marco Gubbini 2013

Jeunesse d’Esch, la Juventus di Lussemburgo

pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 3 – marzo 2013

Stadio JeunesseESCH SUR ALZETTE – Jhang Ceccotto ci riconosce da lontano e ci saluta con la mano, nonostante le nostre vite si incrocino per la prima volta qui, ad Esch sur Alzette, a sud del piccolo Granducato del Lussemburgo. Sessantaquattro anni portati magnificamente, Ceccotto è il direttore finanziario della Jeunesse d’Esch, 28 scudetti, 12 coppe del Lussemburgo, 22 partecipazioni alla Champions League e 9 tra Coppa delle Coppe e Europa League.

Come ve lo immaginate uno che si occupa delle finanze di una società? Ecco, Jhang è tutto il contrario. Una simpatia naturale e un modo di parlare che rivela quello che è veramente: un amante folle e passionale della Jeunesse.

Il luogo naturale dove incontrarsi con questo genere di persone è ovviamente solo uno. Ci apre il cancello ed entriamo con l’auto in quello che è il luogo sportivamente più blasonato dell’intero stato: lo stadio de la Frontiere, chiamato così per la vicinanza con la Francia, distante poche centinaia di metri. Superato il confine, ad appena venti chilometri da qui, nella cittadina di Jouef, nacque un certo Michel Platini che da giovane veniva spesso a giocare amichevoli proprio contro la Jeunesse.

Il campionato è fermo e il manto erboso è completamente coperto di neve. Mentre lasciamo le nostre impronte gualdesi sulla coltre bianca, Jhang ci racconta che Nello Saltutti mosse qui i primi passi da calciatore. “Andavamo insieme a portare i giornali per le scuole. Un giorno mi disse che sarebbe andato in Italia ad allenarsi col Milan. Ridevo e pensavo ai sogni da bambino. Invece era vero. Ricordo bene anche Nazzareno. Entrambi abitavano a cento metri da casa mia e dallo stadio

Siamo sotto le tribune innevate. Il discorso si sposta sulla Jeunesse. “Lo scorso campionato abbiamo avuto una media di 1300 spettatori a partita, con punte da 2000. La squadra che ci segue nella graduatoria delle presenze, ne ha meno della metà. Qui gli spettatori si identificano con i nostri giocatori, che sono praticamente tutti lussemburghesi. La Jeunesse rappresenta, da sempre, la nazione. Ora abbiamo cinque giocatori in Nazionale”.

Ci spostiamo nella sede sociale, che si trova sotto la tribuna coperta. Dentro ci accoglie la storia. Le gare di Champions sono testimoniate dalle locandine che parlano di Bayern, Liverpool, Real Madrid, Juventus, Ferencvaros, Panathinaikos e tante altre. Fotografie da brividi con Di Stefano, Puskas, Platini, Scirea.

BayernIl cuore di ogni stadio, lo spogliatoio. Le pareti sono cosparse di fogli riportanti frasi che a leggerle mettono la carica: ‘Fiero di portare questa maglia’ o ‘Tutto me stesso per la squadra’. “Sono i giocatori a stampare il tutto e ad attaccare le loro riflessioni nello spogliatoio – ci rivela Jhang –  Tutto serve per crescere e caricarsi prima di ogni match

L’ufficio della Jeunesse è una grande sala, anche questa tappezzata di articoli di giornale e trofei. L’ultimo è quello di finalista 2012 della Coppa di Lussemburgo. Una pagina dell’Equipe mostra una classifica e Jhang ci dice che è quella delle apparizioni in Coppa dei club europei. Non tiene conto dei risultati, ma solo delle presenze. Questa piccola squadra è 54°! Più di Aston Villa, AEK Atene, Leverkusen, Bordeaux, Paris Saint German e tante italiane come Roma e Fiorentina.
Lo sguardo corre verso il gagliardetto che ricorda la partita di Coppa dei Campioni contro la Juventus di Boniek e Platini del 18 settembre 1985. Era la prima gara dei bianconeri dopo la tragedia dell’Heysel e si giocò a porte chiuse. Un altro giornale titola a sei colonne “Jeunesse Dorée”, gioventù dorata. “Secondo le critiche dovevamo fare un campionato anonimo – ci spiega Jhang – e invece, con nove giovani del posto, siamo arrivati secondi in campionato e finalisti di Coppa”.

La Jeunesse dal 1949 in poi ha giocato sempre in serie A. Siamo la più grande squadra di tutto il Lussemburgo, con il palmares più grande. Noi contro le piccole squadre abbiamo più spettatori che le altre quando hanno una grande partita. I colori sociali? C’è chi dice che sia stato a causa della Juventus che fu scelto il bianco e nero”.

Gagliardetto JuveCi mettiamo seduti in fondo al grande tavolo dove nascono le decisioni più importanti. “Questo è il mio posto da quindici anni – sorride Jhang – Da noi c’è molta democrazia. Tutte le decisioni vengono prese di concerto dal comitato e questo per noi è sacrosanto. Nelle interviste il nostro presidente non dice mai ‘faremo questo’, ma ‘ci riuniremo e decideremo insieme’. Qui siamo tutti volontari. Andiamo circa una volta al mese con la società a mangiare da un nostro sponsor. Tutti i dirigenti pagano di tasca propria. Nessuno deve prendere un euro dalla Jeunesse. Qui si pagano solo i calciatori e gli allenatori. Non solo. Tutti noi dirigenti facciamo un abbonamento Vip di 250 euro, anche se ovviamente nessuno ci farebbe pagare l’ingresso allo stadio”.

La serie A del Lussemburgo è lontana anni luce da quella italiana. Qui partecipare alla massima serie ha un costo che si aggira intorno ai 700mila euro e in trasferta, salvo rare eccezioni dovute a motivi di sicurezza, giocatori e dirigenti ci vanno in auto. Gli occhi di Jhang s’illuminano quando affondano nei ricordi. “Sapete che Jeunesse – Real Madrid fu la prima partita trasmessa alla televisione lussemburghese? Io ero giovanissimo (era il 1959) e vidi il match in un bar di Esch. Eravamo andati in vantaggio due volte, 1-0 e 2-1. Poi finì 5-2 in favore degli spagnoli ma, pensate che fu la prima volta dopo tantissimi anni che quel Real Madrid, il più forte di tutti i tempi, per cinque volte consecutive campione d’Europa, andò in svantaggio in una partita di Coppa”.

Ora, con la nuova formula dei preliminari di Champions, le piccole realtà non sono più inserite con le teste di serie. “Peccato, si è perso il fascino. Inoltre a volte spendiamo tantissimo, come quando siamo andati in Moldavia o a Ljubljana con un volo charter. La UEFA ci rimborsa qualcosa, ma serve a malapena a pagarci il viaggio. Non puoi contare neanche su grandi incassi. Chi vuoi che venga dalla Moldavia a Esch a vedere una partita preliminare? Le spese sono enormi e facciamo 1000 spettatori. Con la Juve o il Real ne facevi 15 o 20mila”. Già. E la pelle d’oca nel vedere i tuoi colori sfidare i re del calcio? Dove la mettiamo?

Ceccotto

Jhang Ceccotto

Ad Esch non c’è solo la Jeunesse a fare la massima serie. C’è anche la Fola e se pensate che ci sia rivalità vi sbagliate. C’è n’è più di quanta possiate immaginare! “Per capire quanto antagonismo c’è dovete pensare che chi, durante le riunioni del direttivo, nomina la parola Fola deve pagare 5 euro di multa! Una volta, dopo che eravamo andati a vedere una partita nel loro stadio, un mio collega dirigente mi chiese ‘Indossi scarpe vecchie spero’. Chiesi perché e mi rispose che quando si calpesta quel terreno poi bisogna buttare via le scarpe”. I soldi delle multe vanno comunque in beneficenza ad un’associazione che si occupa di tumori infantili. Ora c’è l’intenzione, da parte del comune, di fare un nuovo stadio per tutte le squadre di Esch. Un impianto coperto da 4/5mila spettatori. “A noi dispiacerebbe molto. Sarebbe meglio migliorare questo di stadio. Qui c’è la nostra storia”.

Qual è la situazione attuale della Jeunesse? “In questo momento siamo terzi ad un punto dal Dudelange secondo e a cinque dalla Fola, prima (cinque euro di multa a Jhang!!). Il traguardo minimo è garantire la terza posizione per garantirci l’Europa, ma la classifica è corta e nulla è precluso. Abbiamo in rosa 25 giocatori, alcuni anche di origine italiana. Il settore giovanile? Qui iniziamo ad insegnare calcio dai 5 anni di età. Abbiamo circa 200 ragazzi targati Jeunesse. Investiamo molto in questo, perché il settore giovanile è vitale. La gente viene di più allo stadio se sa che giocano calciatori del posto. Ora in serie A abbiamo tre ragazzi provenienti dal nostro vivaio e siamo molto soddisfatti”.

La Jeunesse è una vera e propria leggenda in Lussemburgo. “Siamo una squadra molto invidiata. Tutti vogliono che la Jeunesse perda, ma poi tutti vogliono venire a giocare qui. Fin dai tempi di Barboni molti giocatori preferiscono guadagnare meno soldi da noi, piuttosto che andare da altre parti. La storia abita qui e il pubblico ce lo invidiano tutti”.

Riportiamo a Ceccotto i saluti di Nazzareno Saltutti. “La Jeunesse non dimentica nessuno dei suoi giocatori. C’è un motivo per cui tutti coloro che sono passati di qui dicono che è stato il periodo più bello della loro vita. Il motivo è che qui non sei un numero. Non lo sarai mai. Molto spesso vengono vecchi giocatori allo stadio. Lo diciamo allo speaker e lui li saluta pubblicamente. Potete dire a Nazzareno che se passa di qui, il microfono è pronto”.

© Marco Gubbini 2013

Le matite col gommino

matita_bnCome si chiamano le matite col gommino superiore? Quelle che da una parte scrivono e dall’altra cancellano? Non lo so, non avranno neanche un nome specifico. Belle, comunque. Un rapido movimento di una sola mano e tac!, non c’è più nulla. E senza quello spazio di tempo tra poggiare la matita e prendere la gomma. Quello spazio di tempo che potrebbe farti ripensare a quello che stai facendo.

Se la vita fosse quel tipo di matita, si potrebbero cancellare immediatamente gesti, frasi, episodi, cazzate. E il tutto prima che il tempo occorrente a prendere in mano la gomma diventi così lungo da rendere impossibile un ripensamento. Prima di un danno e della rovina irrimediabile di un’esistenza.

Perché nella vita un tratto di matita, se non lo cancelli in tempo, diventa subito inchiostro indelebile.

Scrivere di calcio…

gramelliniGramellini è uno dei più bravi giornalisti italiani. Gramellini è anche un bravissimo scrittore, consacrato recentemente con un capolavoro come “Fai Bei Sogni”. Questo a riprova del mio pensiero: un bravo giornalista è sempre un bravo scrittore, mentre non è sempre vero il contrario.

Oggi ha scritto un articolo straordinario sulla speranza, sul futuro e sulla speranza nel futuro (ecco il link). Penso che però non abbia superato il pezzo che creò (non scrisse… creò) alla vigilia di Italia-Germania, semifinale degli ultimi europei di calcio. A riprova di un altro mio pensiero: scrivere di calcio è poter attingere a storie e leggende portatrici sane di vita.

Ho iniziato a scrivere grazie al calcio. Non arriverò mai ai livelli di Gramellini, ma anch’io, ogni volta che ho cercato di scrivere un pezzo che non voleva essere il solito tabellino di numeri, ho pensato alla vita. Che è come una partita di calcio. I gol subìti, le ripartenze, le difese, l’andare avanti mirando l’obiettivo, le cadute, il rialzarsi, le risate, le lacrime, lo spirito di gruppo, la solitudine delle sconfitte. E poi, ho avuto la fortuna di farlo con una squadra che è diventata una piccola leggenda. Che ha seguito fedelmente gli splendori e le difficoltà della Città che rappresenta da cento anni. Passo dopo passo.

Rileggetevi questo Gramellini dello scorso anno. C’è dentro l’emozione, l’amor patrio, la storia, la famiglia. La vita. E’ un capolavoro assoluto di giornalismo e di prosa. Solo l’incipit mette i brividi e ti obbliga a fermarti e leggere: “Italia-Germania è una partita di calcio che per molti di noi dura da tutta la vita, tanto che ha finito per assomigliarle un po’…

Rileggetelo. Oltretutto portò pure bene.

Eccolo: Italia-Germania 9-4 (Massimo Gramellini)

Per gli artisti, quelli veri

Lucio Dalla“Di tante case non ce n’è stata una che non avesse una finestra, uno straccio di cielo qualunque che si affacciasse sui tetti delle città dove ho abitato e da dove ascoltavo, controllavo, cercavo i battiti del vostro cuore, i vostri respiri, le vostre bestemmie, il rumore dei vostri sogni, i misteriosi piccoli delitti quotidiani e le miracolose nascite che tutti i giorni Dio ci manda e che avvengono sotto i cieli di tutti i paesi e di tutte le città nelle notti coperte di stelle.
E’ da lì che sono cadute parole, pietre, storie e suoni lontani che mi arrivano dal meraviglioso inganno dell’amore che non finisce mai. O la sensualità degli incontri più belli, quelli sognati, quelli dove non ci si lascia più, dove non si muore o morire è soltanto sparire come sotto una dolce, deliziosa nevicata. E’ da quello squarcio di cielo e di cuore che vi ascolterò anche quando nessuno mi vorrà ascoltare, che vi cercherò ancora, anche se non mi verrete più a cercare.
E da lì in alto, fino a quando ci sarà una finestra, il mio cuore continuerà a cantare la vita e la storia che la prende”.
(Lucio Dalla, 1 marzo 2012 – 1 marzo 2013)

Dedicato a tutti gli artisti veri e a tutti coloro che la parola artista la usano a sproposito. Regalandola anche ai suonatori di piano bar chiavetta-usb-muniti.