2013 Odissea nello Stato

parlamentoRivelo il mio voto. Aperte le schede all’interno della cabina, nessuno dei partiti raffigurati rappresentava più del 50% di me stesso, condizione ‘sine qua non’ per essere coerente ed uomo. Ergo, sono andato a votare non rispettando il verbo. Semplicemente il menù non mi è piaciuto e, oltretutto, non avevo affatto fame. Sbagliato? Non lo so, ma io se non ho fame non mangio. Neanche per educazione. Vomiterei e basta. Cosa cercavo? A parte l’ideologia – quella c’era tra i simboli – cercavo novità. Come è nella mia indole e come hanno fatto milioni di italiani.

Normale cercare novità quando tutto ti ha deluso. L’italiano è un popolo che sopporta. Ci fu un manipolo di sciagurati che, negli anni ’70, provarono a cambiare da soli, ma sbagliarono metodo ed ora marciscono giustamente in gattabuia. E’ stata l’unica eccezione in quasi settanta anni. Fino a ieri l’italiano, imborghesito da anni di agi e caratterialmente grande vigliacco, la rivoluzione non era capace di farla neanche al momento del voto. Adesso però, forse capendo che dentro la cabina elettorale non verrà mai sgamato (c’è voluto per capirlo, ma l’italiano – si sa – è anche diffidente), ha dato per la prima volta un segnale più che forte.

Il popolo è sovrano e non si deve dimenticare un leggero particolare: il 25% non ha votato e un altro 25% ha votato Grillo. Quindi la metà degli italiani – forse anche qualcosa di più – non sarà rappresentata da chiunque prenderà lo scettro del comando. Questo farà sì che continueremo ad essere un’Italia tipicamente italiana, indecisa e perennemente in bilico. Nonostante il coraggio della cabina.
Se la sovranità del popolo è un dogma, dare giudizi verso il popolo è permesso. Quindi peccherò di presunzione, ma non rischierò la scomunica se, da votante ribelle, dico che non riesco lontanamente a concepire i voti dati a coalizioni che, o hanno fallito, o non hanno messo sul piatto alcunché di nuovo.

Il PD sembra vivere a Gubbio. E’ passato un treno, ma non avendo una stazione e con la paura del rumore, lo hanno lasciato scorrere via. Renzi avrebbe calamitato moltissimi dei voti di Grillo e sarebbe stata anche per me una fortissima tentazione all’interno di quella cabina. Invece la vecchia nomenklatura (k obbligatoria) ha eliminato l’avversario con un delitto imperfetto. Non riesco francamente a capire l’elettore che ha pensato di cambiare il passo dell’Italia dando fiducia a politici vetusti e senza idee. Bersani non è riuscito ad avere la maggioranza neanche nel suo paese natale e questo la dice lunga su questo “guitto, che ha talmente studiato il meccanismo seduttivo di Berlusconi da essere riuscito a sublimarlo” – (cit. Gramellini). Vedere, ieri sera, vecchi politici arroganti e presuntuosi dichiarare che senza di loro l’Italia morirà, assistere agli specciolamenti di Fassino, sentire tesi illuminate tipo “il voto ha dimostrato un certo malcontento” (ma dai!!) è stato divertente. Mi dà alquanto fastidio che si spieghi il voto dicendo che la causa è stata la mia che mi sono sbagliato. Qualcuno è stato anche umile e ha aggiunto la classica affermazione da banco dei sughi precotti: “ci si deve fare un esame di coscienza”. Insomma le solite macchiette.

Il Pdl ha smesso da tempo – forse non lo ha mai fatto – di suscitare un minimo interesse da parte mia. Colpa del leader. Unicamente del leader e degli esempi che ha dato e trasmesso ad altri. Pensavo di non riuscire a vergognarmi, dato che penso conti più la sostanza che l’apparenza, ma un limite deve essere posto a tutto. La trasformazione di ruoli sacri, come possono essere quelli che vanno dai consiglieri comunali fino alla presidenza del consiglio dei ministri, a baccanali e passerelle di moda intima è sinceramente stucchevole. Il disgusto per un comportamento da puttaniere incallito è riuscito farmi superare un giusto interesse per programmi validi. Forse i più validi.
Proclami di rivoluzione all’inizio, tanto che eravamo pronti all’arrivo del nuovo. Poi è tornato il capo, i sudditi hanno sparecchiato, fatto sparire piatti e bicchieri e si sono riallineati a capo chino. Senza neanche dirgli “Scusi capo, guardi che veniamo da un fallimento”. No, non fa per me e anche qui non riesco francamente a capire l’elettore che ha pensato di cambiare il passo dell’Italia dando fiducia ad un partito di soli yesman ed iconizzatori di un capo diventato la macchietta d’Europa.

Grillo ha stravinto. E stavolta, mi dispiace, ma non posso inserire la frase “non riesco francamente a capire l’elettore”. Li capisco. Tutti. E non penso che siano stati dei coioni, come vogliono farci credere. Sbagliato anche – anzi, assurdo – imputare a loro l’ingovernabilità attuale dell’Italia. Semplicemente non si sono sentiti più rappresentati dagli altri vecchi, stantii e, soprattutto incapaci, simboli. Si sono sentiti traditi su tutto.
Inutile anche l’appello, fra cui il mio, di pericolo di incompetenza e di salto nel buio. Il popolo ha deciso di dare fiducia a 25enni appena usciti dall’università, piuttosto che a 70enni incartapecoriti con dalla loro, però, la cosiddetta esperienza. Esperienza che non scordiamocelo ha contribuito, con altri fattori non dipendenti da loro – a portare l’Italia sull’orlo del baratro. A volte non basta quindi un lungo rodaggio. Del resto la politica non è una professione – le scuole di politica sono macchine lava cervello inutili – ma è (dovrebbe essere) passione e onestà. Invece per tutti lo è diventata professione e per molti si è fatta casta (non nel senso di ‘pura’). La gente ha quindi ritenuto di scovare la passionalità e l’onestà nella gente comune. Sbagliato? Forse sì, ma legittimo, anche perché ho detto “comune” e non “stupida e incolta”.
L’appoggio di  Dario Fo e Adriano Celentano, due persone che mi disgustano ha contribuito – ma è solo un esternazione personalissima – al mio non voto. Oltre al fatto di non appoggiare per natura i “vaffanculo” lanciati da un palco. Il turpiloquio, oltre ad essere troppo facile, non rientra nella mia idea di rappresentante del popolo. Alla pari di uno che va a puttane. Ma rispetto, ammiro e capisco chi lo ha fatto (non andare a puttane, ma votare in quella direzione). L’ammirazione è per il primo atto di coraggio globale dal 1946 ad oggi.

Lo scenario futuro non sono in grado di prevederlo. L’importante è che si rispetti il voto e non si creino i tipici mostri all’italiana. Non lo auspico, ma temo ci si stia già pensando. La nostra è una Nazione capace di tutto, proprio per l’avidità senza vergogna degli attuali occupanti quelle poltrone.

Lo scenario locale? Parliamo di elezioni nazionali ed è un errore ricondurne gli esiti a livello locale. Qui si votano le idee e le persone, non le ideologie. Solo il PD vota l’ideologia… e si vede. E’ facile però prevedere una lista civica M5S, che farà il suo capolino a Gualdo Tadino il prossimo anno. Dico apertamente, che il lavoro delle PERSONE dell’attuale amministrazione a me non dispiace. E non solo per il mio schieramento in questi ultimi quattro anni. Non dispiace, perché ne vedo i risultati. Non li invento io adesso, sono a disposizione di tutti. Ovvio però che i cittadini, me compreso, dovranno ascoltare le proposte del neonato movimento, scrutarne gli uomini. Così come dovranno fare con gli altri partiti convenzionali, che in una realtà come Gualdo di convenzionale dovranno avere poco. Altrimenti il bagno di sangue, per loro, sarebbe inevitabile.

Farrokh Bulsara

fmercury_book2Pausa pranzo con sguardo, non tanto distratto, alla tv che manda un documentario su Farrokh Bulsara.
Premesso che la musica andrebbe ascoltata e non giudicata, tutte le volte che si parla di carisma, presenza scenica, eleganza e fascino per i vincitori dei vari Sanremi (plurale), XFactors, Amici e compagnia bella, bisognerebbe parametrizzarsi con questo tizio di Zanzibar il cui credo era “se devi fare una cosa, falla con stile”. E già questo lo solleva tre metri sopra il cielo.

Gay, il cui più grande amore fu una donna. Gay a volte checca, a volte il contrario. Gay che non ha avuto mai bisogno di una protesta a suon di cartoncini bristol in stile Love Actually. Quello che voleva lo otteneva da solo. Con o senza leggi, da “maschio” rivoluzionario vero.

Farrokh Bulsara è uno dei pochissimi esseri umani impossibili da clonare. E penso lo sarà per i prossimi quattro milioni di anni.
Chi era Farrokh Bulsara? Uno che ad un certo punto decise di chiamarsi Freddy Mercury. L’unica cosa che suonava male era il suo nome.

Pioverà, governo ladro

italia_a_pezziAssisto disgustato all’ennesima campagna elettorale delle promesse, ma ho smesso di interessarmi alla politica nazionale. Mi sento semplicemente impotente contro colossi della cialtroneria che hanno in mano l’Italia da sessantotto anni.

L’Italia ridotta come la peggiore realtà sudamericana. Corruzione ai massimi livelli, una burocrazia che istiga al terrorismo, una giustizia dai tempi biblici e regolari salti con l’asta per scavalcare le leggi. Un’Italia vecchia fatta di uomini vecchi. Faccio spesso l’esempio della SIAE, una delle associazioni a delinquere legalizzate con sede nel suolo italico, che ha eletto commissario straordinario un giovane di novantadue anni e che ha un debito di oltre un miliardo di euro. Il problema è che gli uomini che ora sono l’Italia, non sono vecchi solo anagraficamente.

Ora ci mancava anche Facebook per far sapere al mondo come siamo. Dopo sessantotto anni ancora ci tocca assistere allo scambio di battute del tipo “ricordati le leggi razziali”. “No, sei tu che devi ricordarti le foibe”. Magari la Lega oggi ci potrebbe ricordare che, con un politica immigratoria più attenta, si sarebbero potute evitare le guerre puniche. Bambini capricciosi che litigano, aiutati da un mezzo che Zuckerberg avrebbe sicuramente evitato di ideare, se solo avesse visto avanti. Non lo fanno neanche gli italiani, guardare avanti.

Il bello di questa campagna elettorale è che i partiti convenzionali hanno raggiunto un tale livello di isterismo da far diventare le promesse non programmi, ma ridicole prese per il culo, oltre a pericolosi mezzi di suicidio in caso di applicazione. Pensiamo a quella, non solo dell’abolizione dell’IMU, ma addirittura della sua restituzione. Un dramma per i Comuni, che ormai hanno finito i soldi anche per i Kleenex asciugalacrime.
Una destra che sta prendendo il vizio della sinistra: quello di considerare bue il popolo.

Un centro Montiano dalla faccia più tosta del Davide di Michelangelo. Un presidente del consiglio mai eletto da alcuno che ci rivela, improvvisamente, di un’Italia dai conti risanati. La massa di chierichetti che gli gira intorno che ci minaccia anche! Rivelandoci che i sacrifici fin qui fatti diventeranno inutili. Come se già non lo fossero e, soprattutto, come se dovessimo smettere di farli. I sacrifici degli italiani sono sacrifici infiniti. Come quelli di un pezzo di vita per comprarsi una casa e i sacrifici dell’altra metà della vita solo per regalarla ai figli.

Una sinistra come al solito priva di idee concrete, che mira a denigrare il nemico di turno (cioè, da una vita Berlusconi) invece che combatterlo con le armi delle proposte; in pratica il solito e desolante nulla. E il solito popolo bue.

Poi i partiti estremi, da sempre ricchi di idee teoriche, ma da sempre privi della praticità delle suddette idee. Attanagliati da una nostalgia infarcita da utopie, che non ha più neanche la colonna sonora degli anni ‘70.

Infine un Movimento con il quale la governabilità sarebbe un salto nel buio, perché, non scherziamo, di politica bisogna comunque un po’ saperne per guidare una nazione. Un Movimento che, comunque, ha dalla sua le piazze. Piazze desolatamente desertificate da tutte le altre coalizioni, vigliaccamente timorose di pomodori e uova in faccia. Però non mi puoi chiamare Dario Fo sul palco!! No, non puoi!

Si salva ancora la politica locale. E quando dico locale intendo cittadina. Lì c’è ancora spazio per l’agire personale e c’è ancora la possibilità e la soddisfazione di vedere il tuo operato tradotto in fatti concreti. Quindi consiglio ai giovani di dedicarsi alle proprie città e lasciar perdere le Camere e i Senati. Lì tanto non vi faranno mai entrare. Dovete aspettare di diventare vecchi e ingordi come loro. Iniziate a pensare, piuttosto che lasciar pensare gli altri (lo diceva De André, non io). Guardate che dedicandovi alle città, migliorandole, facendole vivere, migliorerete e farete vivere anche tutto quello che le circonda. Se smettete di fumare e pulite i polmoni, terrete in forma l’intero corpo.

Chi voterò io? Non lo so. Allo stato attuale nessuno mi merita. Probabilmente chi non taglierà la cultura, chi la incentiverà. Perché la conoscenza serve, fra l’altro, ad evitare gli errori fatti da altri e perché se il sole della cultura è basso, i nani possono sembrare giganti. Però mica lo so se lo trovo.

Ma tanto ci penserà il popolo. Quello che alle varie primarie ha scelto ancora il vecchio. Non solo dal punto di vista anagrafico. Quindi di che vogliamo parlare? Un popolo anche lui corrotto, stanco e canuto, che domenica e lunedì non potrà far nulla se non continuare a scegliere i vecchi già scelti qualche mese fa. Un popolo che si meriterà chiunque verrà chiamato a governare questa Italia. Un popolo che da martedì rivedrà piovere. Governo ladro.

Povera musica

sanremoPovera musica. Dove sei? Dove ti sei cacciata? Dove ti hanno nascosta? Triste contorno di abiti d’alta moda, pailettes e tacchi a spillo; all’ombra di comici noiosi, di ospiti che con la musica c’entrano quanto Fazio con le imitazioni. Usata come clava politica, mentre le note un colore non ce l’hanno.
Dice che si chiama festival e quindi ti dovrebbero fare la festa, ma sui giornali leggo nove righe che parlano di comici-politici-che-sparlano-dei-politici e una riga sulla bruttezza delle canzoni.

E tu? Dove sei? Non ti ho trovato neanche in quei brevi momenti in cui vedevo l’orchestra imbracciare gli strumenti. Offesa da melodie improponibili, deturpata dalle peggiori combinazioni tra le infinite possibili con le tue preziose dodici note.

Ma forse tu a Sanremo non ci sei mai stata. Salvo rari casi non ti sei mai presentata di persona. Tutti ti cercano sempre in quel teatro, ma li gabbi regolarmente. Rifugiandoti nei posti dove tutte le semplici discussioni tra le note, diventano melodia.
Lì, in quel palco contaminato da politici, clown, comici, modelle, in quel palco dove – dicono – dovrebbe essere celebrata la tua festa, hai sempre delegato una controfigura disposta a fare la figura della coiona in un mare di coioni.

Allora sono stato costretto a fingere di scovarti in una Canzone Mononota. Assurdo capolavoro di un’assurda festa della musica italiana. Poco musica e molto italiana.