Angelo Barberini, manager illuminato e dal cuore grande

articolo pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 2 – dicembre 2012

barberini2Si entra in Tagina e Angelo Barberini sembra essere ancora lì.
In cima alla grande scala a chiocciola che porta agli uffici, ecco una delle tante fotografie del Pres di cui l’azienda è piena. Il doppio petto, il fazzoletto bianco dal taschino e un sorriso compiacente rivolto verso la sua “creazione“ più bella dopo la famiglia: Tagina. L’ufficio di Giuseppe Barberini è il penultimo sulla sinistra. Il direttore generale ci accoglie anche lui con il sorriso sulla bocca. Il tempo di sedersi e il racconto è già iniziato. La messa a fuoco degli occhi settata all’infinito, come quando si racconta la propria vita.

“Tagina nacque nel dicembre del 1972 e quest’anno ricorrono proprio i 40 anni dalla sua fondazione. Ricordo esattamente la data in cui uscì la piastrella: era il 13 agosto 1973. Nell’intervallo tra la costituzione e l’inizio della produzione, l’Azienda fu organizzata nelle sue figure più importanti. L’idea imprenditoriale fu di Angelo Barberini e di altri suoi colleghi di lavoro della fabbrica di Luzi, dove operavano. Essendo giovani coltivavano l’ambizione di avere un’azienda propria di piastrelle ceramiche. Vedevano un futuro in questo settore. Il futuro lo hanno creato. Una squadra di poco più che trentenni ed Angelo ne era l’anima. Insieme a lui c’erano Mario Moriconi, Alberto Marcotulli, Domenico Giovagnoli, Mario Venarucci, Enzo Galantini, Rossano Morroni, Massimo Meccoli, Alfiero Biagiotti oltre a Remo Fazi che era l’unico socio non lavoratore. Non entrarono tutti nello stesso momento ma, essendo vincolati con l’altra azienda, si inserirono progressivamente. Successivamente entrò nella compagine societaria anche l’Iris, perché Tagina voleva anche una “garanzia” fuori dal proprio territorio per accreditarsi. Le prime prove delle piastrelle furono fatte nella fabbrica di Ceccotti il quale, visto l’impegno dei soci, regalò loro una battuta: “Morirete poretti e stracchi…”

I fondatori impegnarono le rispettive liquidazioni e con il capitale sociale costruirono il primo stabilimento di duemila metri quadrati. L’uscita della prima piastrella si festeggiò… alla gualdese, con il vino e la porchetta cucinata dal compianto Silvano Brega. Da quel momento, da quella mangiata di porchetta, l’azienda non si è più fermata, crescendo progressivamente. Tanti i momenti decisivi, ma la pietra miliare fu l’accordo con la stilista Laura Biagiotti del 1981. Tagina si impose come soggetto in grado di unire la produzione industriale alla qualità ed ottenne una quota interessante di mercato, sebbene di nicchia, sopperendo alla penalizzazione di trovarsi al di fuori del distretto ceramico di Sassuolo. Angelo intuì che puntare sul prodotto di qualità, anziché sul minor prezzo, avrebbe permesso di non entrare in concorrenza diretta con le fabbriche della città emiliana. Le prime collezioni firmate da Laura Biagiotti lanciarono Tagina all’estero e contemporaneamente venne messa a punto la prima rete di distribuzione europea. Di lì a poco il Giappone entrò a far parte del mercato di riferimento di Tagina.

Nel 1986 nacque il secondo stabilimento per la produzione del formato 41×41 in monocottura decorata. Tutti gli addetti ai lavori ci sconsigliarono di investire in questo prodotto perché poco vendibile. Invece fu un ottimo successo. La svolta definitiva che proclamò Tagina azienda di riferimento a livello mondiale per capacità di innovazione e di qualità, fu però l’avvento delle “Terre Cotte dell’Umbria”, una collezione che era un mix di artigianalità e cultura, nella quale si proponeva un cotto ispirato ai principali monumenti e piazze dell’Umbria. Anche la crescita del fatturato fu esponenziale: 2 milioni di euro nel 1981, 6 nel 1988, 16 nel 1991. Poi i 29 milioni del 1992, con l’introduzione delle Terre Cotte. Sulla scia di questo successo inserimmo anche la collezione “Antica Umbria” che nel 1993 portò il fatturato a quota 35 milioni di euro.
Anche in questo caso l’ottimo risultato si deve al fiuto imprenditoriale di Angelo Barberini che, anche contro il parere di quasi tutta la forza vendita che riteneva il prodotto troppo costoso, convinse tutti della bontà di questa scelta che in effetti consacrò definitivamente Tagina a livello mondiale. Questa collezione, inoltre, ci permise di sfondare negli Stati Uniti, tanto che nel 1995 il 16% di un fatturato arrivato a toccare i 70 milioni di euro proveniva da quel mercato.

L’azienda intanto si era ingrandita. Ottantacinquemila metri quadrati di superficie coperta e circa 400 dipendenti. Quello fu il momento di massima espansione di Tagina e della stessa ceramica italiana. Poi arrivarono altri produttori. A partire dai cinesi, che oggi immettono sul mercato 6 miliardi di mq di piastrelle ogni anno. Per capire la forza dirompente di questi nuovi competitor, quando l’Italia copriva la metà del mercato mondiale i mq. prodotti  nel nostro Paese non superavano i 270 milioni! Questa la storia di Tagina. Angelo Barberini ne ha rappresentato l’anima, il cervello e la guida, lasciando nel mondo l’immagine di una azienda di qualità. Anche oggi, rispetto ai grandi gruppi, Tagina si distingue per la particolarità e la ricerca artistica dei prodotti dall’alto valore aggiunto e soprattutto per la sua riconoscibilità, un fattore che ci permette di essere presenti sui principali mercati mondiali come azienda top di gamma. Pur con tutte le differenze, possiamo definire Tagina la Ferrari del comparto ceramico.

Voglio tornare indietro, alle origini. Le prime riunioni per la costituzione di Tagina si fecero a casa mia. All’epoca ero vicesindaco e il Comune aveva messo a disposizione delle aree industriali per nuovi investimenti. Questi incontri erano un po’ “carbonari”, visto che i futuri soci dell’azienda all’epoca erano ancora dipendenti dei Luzi. Una volta lasciata la politica, Tagina mi fece una proposta che accettai, entrando proprio nel momento in cui si stava sancendo l’accordo con Laura Biagiotti.
Tantissime le giornate che ho vissuto fianco a fianco con Angelo Barberini, perfetto esempio del mito del “self made man”, l’uomo che si è fatto da solo. La sua più grossa capacità era intuire ciò che il mercato si aspettava. Sembrava un burbero, ma in realtà era un generoso. Vi assicuro che dietro quella maschera da duro aveva un grande cuore. Dialogava molto con i suoi collaboratori, con i quali difendeva le proprie opinioni riuscendo a convincerli della bontà delle sue idee. Il suo segreto? Un grande spirito di squadra e una grande voglia di lavorare. Perché quella volta si lavorava tanto”.

Nel finire, gli occhi di Giuseppe Barberini, dall’infinito mettono a fuoco una foto incastrata sotto il vetro della grande scrivania. Lui e Angelo ad una fiera. Giuseppe sorridente in giacca e cravatta, Angelo più casual. Camicia a mezze maniche. Anche lui sorridente, ma un sorriso incerto, timido. E’ negli occhi il vero carattere di una persona. Ed è da quel sorriso che, dopo averle ascoltate, visualizziamo le parole di Giuseppe Barberini.Angelo… aveva un grande cuore”.

© Marco Gubbini 2012

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...