Fly On… Little Wing

Little WingOre 2.10, interno letto. Nella fase in cui ai muscoli concedi il rompete le righe dopo una giornata pesante dal punto di vista fisico, ma leggera come tutte quelle in cui ti immergi nella musica. Bella invenzione sì, la musica. Chissà chi sarà stato il primo ad accorgersi che la vibrazione di un qualsiasi elemento inorganico riusciva a far vibrare tutto quello che di organico abbiamo dentro. Una bella serata di musica, che come al solito già mi manca. Come quando torni da una vacanza. Come quando ti manca una persona.

Ore 2.13, interno letto. Con la cuffia in testa ad ascoltare noi che suoniamo tre ore fa. Siete mai saliti su un palco? Avete mai suonato su un palco? Se la risposta è sì, vi è mai capitato di entrare dentro una canzone quasi come fosse lei a suonare voi? A me è capitato due volte. La prima l’anno scorso, in una serata estiva con le mille luci di una piazza e con mille cuori che ricordavano il mio amico Gian Luca. Era successo qualcosa di magico quella sera. Lo so per certo, perché dopo ce lo siamo raccontati a vicenda una volta scesi da quel palco. Era stato come se ogni musicista avesse avuto accanto ‘qualcuno’. Tre ore fa è successo di nuovo. Siamo stati rapiti e ‘suonati’ dalle note di Little Wing. E con noi c’era qualcun’altro. Sicuro. Sicuro anche che ognuno dei gruppi che hanno diviso il palco con noi hanno avuto, lì sopra, ‘compagnia’. C’era, si sentiva, l’abbiamo visto.

Quando si provano delle emozioni così forti, devi essere solo grato. E allora voglio ringraziare tutti i ragazzi, che mi hanno fatto vivere un’altra chilata di emozioni, in aggiunta a tutte le altre della mia vita. Grazie a Marzia Stella Yousif, che ha il dono della scrittura e quello di una sensibilità innata. Uniti insieme, fanno grande una persona. E solo una grande persona sarebbe riuscita a leggere quella delizia di lettera, così bene come l’ha fatto lei. Però, Marzia, hai barato, perché non eri mica sola, lì sotto i riflettori!
Grazie a tutti i ragazzi che hanno suonato in memoria del loro amico, che da stasera è anche mio amico. Qualche chitarra sarà stata anche scordata, ma dentro… dentro erano la melodia più bella che c’è. Anche loro hanno barato, perché sono stati aiutati, lì sulla ribalta.
Grazie al mio fratellone Francesco Fioriti, che adesso, alle 2.21 ho in cuffia e mi sta facendo venire di nuovo la pelle d’oca con un assolo che è sembrato far volare il palco. Ho un tatuaggio sul braccio, otto note di un brano per me particolare. Vi giuro che mentre suonavo e ascoltavo quel sax vibrare al mio fianco l’ho guardato, perché mi sembrava che quelle note stessero danzando.

Grazie alla Musica, che ha un concetto di amicizia e fratellanza molto più forte e vasto di quello che abbiamo noi umani.
Grazie ai genitori di Gabriele, perché ci hanno regalato un musicista. Suonate, cantate, ascoltate musica. In ogni momento della vostra vita. Solo così riuscirete a superare momenti terribili come quello che state vivendo adesso. Io non conoscevo Gabriele e può essere facile cadere nello scontato, ricordandolo. Non sapevo che carattere aveva, come parlava, come pensava. L’unico nostro contatto è stato, guarda caso, su un palco per regolare un amplificatore. Il giorno dopo ho ricevuto la richiesta d’amicizia su Facebook. Stop, finita qui.
Adesso lo so com’è Gabriele. Lo so, perché c’è una parte del nostro corpo che non mente mai ed è lo specchio della nostra anima. Sono gli occhi. Quello che vogliamo essere lo possiamo esternare con un gesto, una parola, ma quello che siamo, negli occhi si leggerà sempre.
E li avete visti, voi che non lo conoscevate come me, gli occhi di Gabriele in quelle foto? Avete visto come sorrideva? Una persona con quel sorriso non poteva non essere uno con una marcia in più. E non mi meraviglia che ieri sera Gabriele abbia riempito un teatro. Non l’ha riempito solo perché ventenne tra ventenni sbalorditi, che si credevano immortali fino a un mese fa. L’ha riempito per quello che era. Non lo riempi un teatro se nella tua vita non ti sei meritato l’affetto, l’amicizia e il rispetto delle persone che il destino ti ha regalato. Affetto, amicizia e rispetto, in questa avventura che è la vita, te li devi conquistare. Riuscissi ora a comunicare con lui, gli direi solo una cosa: di essere orgoglioso dei suoi amici e quindi di sé stesso, perché questa amicizia è solo il frutto di quello che è stato il suo modo di esistere.

Ore 2.25. Interno letto. Queste righe le pubblico domattina. Ora solo un breve rewind di Little Wing, perché mi sembra di vederlo veramente… walking through the clouds with a circus mind that’s running wild. Buonanotte Gab (ora siamo amici, posso usare il diminutivo).

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Ventuno dicembre duemiladodici

2012_finedelmondoE così domani sarà tutto finito. I Maya hanno sentenziato: la fine del mondo.
Miliardi di anni di storia annientati in un soffio (speriamo sia un soffio senza agonia), secoli di civiltà polverizzati, ma soprattutto il termine delle nostre singole vite. Non possiamo fare testamento, però possiamo decidere il modo in cui trascorrere le nostre ultime ore. Possiamo scegliere “l’abito” con cui presentarci all’ultima festa.

Io nella mano sinistra terrò un libro, “Un Uomo”. Servirà a far capire come la pensavo in fatto di libertà, orgoglio, onore, ideali, giustizia e amore. Nella mano destra terrò una penna. Chissà mai che dove andremo non abbiano nulla per scrivere. In tasca l’ipod e una playlist. Per chi ama la musica come me, per chi ha avuto una vita caratterizzata dalla musica, la riflessione è stata dura e combattuta. Alla fine ho scelto: mi incamminerò verso l’ignoto con una playlist di sole due canzoni: “Stairway to Heaven” e “Highway to Hell”.
Ogni viandante che si rispetti porta con sé una guida per il viaggio. Io ne porterò due, perché non lo so, arrivato al bivio, dove mi manderanno. Meglio premunirsi.

Addio mondo.

Angelo Barberini, tra cuore e riti scaramantici

articolo pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 2 – dicembre 2012

barberini campoI calzini rossi di Costantino Rozzi. I chili di sale sparsi da Romeo Anconetani. Consulte magiche o lo stesso cappotto indossato d’inverno come d’estate. Il calcio è fucina di riti scaramantici. Come una megalopoli crea e distrugge le mode nel giro di poche ore, il mondo del pallone inventa riti propiziatori, salvo rinnegarli la stagione successiva o addirittura dopo una sconfitta. I razionali considerano sciocche e ridicole le superstizioni, ma questo sport ha ben poco di razionale. Ecco quindi che tutti varchiamo la soglia di uno stadio da scettici, salvo, una volta dentro, scegliere lo stesso posto e fare le identiche cose dell’ultima volta che si è vinto.

Angelo Barberini non era immune. Anzi. Fu molto creativo anche in questo.

Ai tempi della serie D di fine anni ’80 aveva scoperto che portava bene toccare la gobba di un frate del convento degli Zoccolanti. Si partiva in processione, lui e altri dirigenti. Una toccatina e via verso lo stadio. Il problema era trovare ogni volta una scusa diversa per il contatto fisico. Ecco allora che, mentre uno parlava con il religioso, un altro lo aggirava, cercando di sfiorargli la schiena. Un semplice “Come va fratello?” era idoneo per il contatto reputato un buon viatico per la partita. Ma la classica domanda che accompagnava la pacca sulla spalla era: “Ma il dottor Storelli s’è visto alla messa di domenica?”. Il povero frate rimase anni e anni a chiedersi come mai quel gruppo di devoti era così interessato all’eventuale crisi mistica del medico. Paolo Mancinelli, custode dello stadio Luzi per decenni e accompagnatore della squadra in tutte le trasferte della serie C, ci è stato d’aiuto in questa singolare ricerca, raccontandoci anche di strane preghiere sussurrate freneticamente sdraiato sul divanetto della sede societaria. Guai a chi lo interrompeva in quel suo rito. Religioso e pagano nello stesso tempo. Molti di voi avranno visto un video in cui il Pres si sofferma davanti ad una porta dello stadio Luzi. Il classico sale? Ma che! Angelo andava oltre. Se qualcuno fosse passato lì vicino, avrebbe sentito un ‘toc toc’. Era il suono di un sasso portato dal Brasile nascosto dentro la manica del suo cappotto. Veniva battuto contro i pali. Un rito ‘internazionale’, che durò fino alla perdita del sasso, per il quale Angelo si disperò…. fino alla scoperta del successivo rito.

Sì, perché ce ne sono tanti altri. Pretendere lo stesso autista per il pullman. Non ingaggiare calciatori con una retrocessione alle spalle. Il motivo? Portavano jella. Ovviamente. Provate a dimostrare il contrario! Nulla in confronto all’ossessione suprema: i gatti neri. Angelo ne era terrorizzato. La leggenda narra che dopo la sconfitta di Pescara, nello spareggio con l’Avellino per salire in serie B, il Pres in sala stampa spiazzò tutti, anticipando le domande e vestendosi da profeta. “Vedete – dichiarò candidamente – io sapevo già come sarebbe andata a finire dal momento in cui, lungo la strada per lo stadio, ci ha attraversato un gatto maone”. E un gatto nero era già stato inconsapevolmente protagonista di un altro spareggio storico, quello con L’Aquila per la promozione in C2. Angelo fece fare marcia indietro al pullman davanti al quale il micio si era piazzato. In cerca di percorsi alternativi, il mezzo si incastrò in una viuzza di Avezzano con somma gioia dell’autista. Angelo quella sera si addormentò tra i clamori di una Gualdo che festeggiava la C2. Felice per una deviazione vincente, che una volta tanto non fu di un attaccante, ma di un pullman.

Per lo psicologo Ferruccio Antonelli “superstizione, amuleti e preghiere sono di fatto l’unico doping consentito”. Per Angelo era proprio come un doparsi. Se il rito era compiuto bene, la scarica di positività era inarrestabile. Lui la trasmetteva negli spogliatoi e sappiamo tutti che nel calcio la positività o la negatività di chi entra in campo sono fondamentali. Crederci o non crederci? Per gli scettici, ecco venire in aiuto un filosofo, Benedetto Croce, il quale, interrogato in materia, rispose con arguzia: “Non è vero, ma ci credo!”. E se pensiamo che anche i numeri avevano la loro importanza per Angelo. Se pensiamo che il giorno 13 lui non faceva assolutamente nulla, convinto che portasse jella. Se pensando a questo, notiamo che un destino beffardo ha deciso di fargli abbandonare la Terra il 13 dicembre.
Se pensiamo a ciò, non possiamo che essere tutti Benedetto Croce.

© Marco Gubbini 2012

Angelo Barberini, la passione e l’orgoglio

articolo pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 2 – dicembre 2012

barberini_gualdo_arezzo 1999_2000Le immagini sono sempre quelle. Tu dietro i cartelloni pubblicitari, appoggiato all’ambulanza o dentro la macchina parcheggiata a bordocampo. Tu che avanzavi fino alla linea di fondo per incitare i tuoi attaccanti. O i tuoi difensori, perché non è che ti spostavi dopo l’intervallo. Rimanevi lì. Sempre lì.
Le immagini sono anche quelle della sala stampa. Quando dopo una vittoria sembravi volare. Quando dopo una sconfitta onoravi i vincitori. Quando dopo un’ingiustizia minacciavi quel gesto che mai avresti fatto. “Sto pensando seriamente di abbandonare il calcio. Non fa per me” – dicevi. Non eravamo mica preoccupati. Del resto ricordavamo sempre Fano, dieci minuti dopo la sconfitta nello spareggio dell’Imola. Fuori lo spogliatoio: “Basta, smetto”. Una volta aperta la porta e visto le lacrime dei tuoi giocatori, li hai fatti sobbalzare con un “Forzaaaaaa, che il prossimo anno saremo più forti di adesso”. Stessa cosa dopo la sconfitta di Pescara, che hai sempre giudicato con sospetto di furto. Non era il calcio che non faceva per te, Pres. Eri tu che non facevi per quel calcio.

Sempre e solo un timido buongiorno di sfuggita dietro quei cartelloni. Sapevo che per te la partita era un rito e non volevo guastarlo con scontate conversazioni. Io fotoreporter, tu Presidente-tifoso-appassionato, che aveva fatto e continuava a fare grande la sua Città. Era anche una naturale soggezione verso la tua persona che mi impediva di affrontare qualcos’altro di diverso da un educato saluto. Del resto, di fianco avevo un mito. Passionale e Ambizioso. Così ti definisti in una bellissima intervista. Passione cieca, sfrenata, istintiva. Ambizione vincente, per diventare grande e per scrivere una pagina di storia della tua Città. L’hai fatto con episodi che ti iscrivono d’ufficio nell’albo dei Grandi. Come quella volta che rifiutasti l’offerta della Fiorentina di giocare la partita del Luzi a Firenze, invertendo il campo. Le centinaia di migliaia di euro dell’incasso sarebbero andati nelle tasche della società, ma la dignità del Gualdo e dei gualdesi sarebbe andata a finire nella scatola con l’etichetta “Squadre e Città normali”. Hai sempre pensato che questa Città meritasse il meglio (e quella domenica voleva dire Di Livio nel nostro stadio) e che la dignità non era in vendita. La perdemmo quella partita, ma al ritorno rendemmo il “favore” andando a vincere a Firenze. Tu non c’eri, te n’eri appena andato, ma il tifo che hai fatto… solo noi lo sappiamo! Ho passato tanti altri anni a bordocampo, dietro quei cartelloni pubblicitari. Ogni volta sembrava di sentirti. Ancora adesso, se voi che leggete andate lì durante una partita ed isolate nella mente i cori dei tifosi, potrete ascoltare il tuo vocione urlare “Forzaaaaaa” o “Daje Zoran” da dietro la porta.

Sono dieci anni che ormai vedi le partite da un posto ancora più privilegiato del bordocampo e sono sicuro che a te non basta vedere quelle maglie solcare ancora quel campo di calcio. Tu vuoi vincere sempre e tornare a vedere il tuo Gualdo in alto. Non avevi certamente paura di  contraddire Le Coubertin. “Ah io voglio vincere, anche se gioco male” questo dicesti in un’altra storica intervista.
Un’ultima immagine: il giorno dei tuo funerale, quando alla tua bara hanno fatto fare uno struggente giro di campo di quello stadio che tanto hai amato, ma che hai frequentato solo in un settore: il tuo, quello dietro i cartelloni pubblicitari della porta a nord. Quel giro di campo fu il gesto più bello, più dolce e più significativo che quel giorno i tuoi cari potessero regalare. A te, ma anche a noi. Ciao Pres, cuore biancorosso. E grazie.

© Marco Gubbini 2012

Angelo Barberini, manager illuminato e dal cuore grande

articolo pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 2 – dicembre 2012

barberini2Si entra in Tagina e Angelo Barberini sembra essere ancora lì.
In cima alla grande scala a chiocciola che porta agli uffici, ecco una delle tante fotografie del Pres di cui l’azienda è piena. Il doppio petto, il fazzoletto bianco dal taschino e un sorriso compiacente rivolto verso la sua “creazione“ più bella dopo la famiglia: Tagina. L’ufficio di Giuseppe Barberini è il penultimo sulla sinistra. Il direttore generale ci accoglie anche lui con il sorriso sulla bocca. Il tempo di sedersi e il racconto è già iniziato. La messa a fuoco degli occhi settata all’infinito, come quando si racconta la propria vita.

“Tagina nacque nel dicembre del 1972 e quest’anno ricorrono proprio i 40 anni dalla sua fondazione. Ricordo esattamente la data in cui uscì la piastrella: era il 13 agosto 1973. Nell’intervallo tra la costituzione e l’inizio della produzione, l’Azienda fu organizzata nelle sue figure più importanti. L’idea imprenditoriale fu di Angelo Barberini e di altri suoi colleghi di lavoro della fabbrica di Luzi, dove operavano. Essendo giovani coltivavano l’ambizione di avere un’azienda propria di piastrelle ceramiche. Vedevano un futuro in questo settore. Il futuro lo hanno creato. Una squadra di poco più che trentenni ed Angelo ne era l’anima. Insieme a lui c’erano Mario Moriconi, Alberto Marcotulli, Domenico Giovagnoli, Mario Venarucci, Enzo Galantini, Rossano Morroni, Massimo Meccoli, Alfiero Biagiotti oltre a Remo Fazi che era l’unico socio non lavoratore. Non entrarono tutti nello stesso momento ma, essendo vincolati con l’altra azienda, si inserirono progressivamente. Successivamente entrò nella compagine societaria anche l’Iris, perché Tagina voleva anche una “garanzia” fuori dal proprio territorio per accreditarsi. Le prime prove delle piastrelle furono fatte nella fabbrica di Ceccotti il quale, visto l’impegno dei soci, regalò loro una battuta: “Morirete poretti e stracchi…”

I fondatori impegnarono le rispettive liquidazioni e con il capitale sociale costruirono il primo stabilimento di duemila metri quadrati. L’uscita della prima piastrella si festeggiò… alla gualdese, con il vino e la porchetta cucinata dal compianto Silvano Brega. Da quel momento, da quella mangiata di porchetta, l’azienda non si è più fermata, crescendo progressivamente. Tanti i momenti decisivi, ma la pietra miliare fu l’accordo con la stilista Laura Biagiotti del 1981. Tagina si impose come soggetto in grado di unire la produzione industriale alla qualità ed ottenne una quota interessante di mercato, sebbene di nicchia, sopperendo alla penalizzazione di trovarsi al di fuori del distretto ceramico di Sassuolo. Angelo intuì che puntare sul prodotto di qualità, anziché sul minor prezzo, avrebbe permesso di non entrare in concorrenza diretta con le fabbriche della città emiliana. Le prime collezioni firmate da Laura Biagiotti lanciarono Tagina all’estero e contemporaneamente venne messa a punto la prima rete di distribuzione europea. Di lì a poco il Giappone entrò a far parte del mercato di riferimento di Tagina.

Nel 1986 nacque il secondo stabilimento per la produzione del formato 41×41 in monocottura decorata. Tutti gli addetti ai lavori ci sconsigliarono di investire in questo prodotto perché poco vendibile. Invece fu un ottimo successo. La svolta definitiva che proclamò Tagina azienda di riferimento a livello mondiale per capacità di innovazione e di qualità, fu però l’avvento delle “Terre Cotte dell’Umbria”, una collezione che era un mix di artigianalità e cultura, nella quale si proponeva un cotto ispirato ai principali monumenti e piazze dell’Umbria. Anche la crescita del fatturato fu esponenziale: 2 milioni di euro nel 1981, 6 nel 1988, 16 nel 1991. Poi i 29 milioni del 1992, con l’introduzione delle Terre Cotte. Sulla scia di questo successo inserimmo anche la collezione “Antica Umbria” che nel 1993 portò il fatturato a quota 35 milioni di euro.
Anche in questo caso l’ottimo risultato si deve al fiuto imprenditoriale di Angelo Barberini che, anche contro il parere di quasi tutta la forza vendita che riteneva il prodotto troppo costoso, convinse tutti della bontà di questa scelta che in effetti consacrò definitivamente Tagina a livello mondiale. Questa collezione, inoltre, ci permise di sfondare negli Stati Uniti, tanto che nel 1995 il 16% di un fatturato arrivato a toccare i 70 milioni di euro proveniva da quel mercato.

L’azienda intanto si era ingrandita. Ottantacinquemila metri quadrati di superficie coperta e circa 400 dipendenti. Quello fu il momento di massima espansione di Tagina e della stessa ceramica italiana. Poi arrivarono altri produttori. A partire dai cinesi, che oggi immettono sul mercato 6 miliardi di mq di piastrelle ogni anno. Per capire la forza dirompente di questi nuovi competitor, quando l’Italia copriva la metà del mercato mondiale i mq. prodotti  nel nostro Paese non superavano i 270 milioni! Questa la storia di Tagina. Angelo Barberini ne ha rappresentato l’anima, il cervello e la guida, lasciando nel mondo l’immagine di una azienda di qualità. Anche oggi, rispetto ai grandi gruppi, Tagina si distingue per la particolarità e la ricerca artistica dei prodotti dall’alto valore aggiunto e soprattutto per la sua riconoscibilità, un fattore che ci permette di essere presenti sui principali mercati mondiali come azienda top di gamma. Pur con tutte le differenze, possiamo definire Tagina la Ferrari del comparto ceramico.

Voglio tornare indietro, alle origini. Le prime riunioni per la costituzione di Tagina si fecero a casa mia. All’epoca ero vicesindaco e il Comune aveva messo a disposizione delle aree industriali per nuovi investimenti. Questi incontri erano un po’ “carbonari”, visto che i futuri soci dell’azienda all’epoca erano ancora dipendenti dei Luzi. Una volta lasciata la politica, Tagina mi fece una proposta che accettai, entrando proprio nel momento in cui si stava sancendo l’accordo con Laura Biagiotti.
Tantissime le giornate che ho vissuto fianco a fianco con Angelo Barberini, perfetto esempio del mito del “self made man”, l’uomo che si è fatto da solo. La sua più grossa capacità era intuire ciò che il mercato si aspettava. Sembrava un burbero, ma in realtà era un generoso. Vi assicuro che dietro quella maschera da duro aveva un grande cuore. Dialogava molto con i suoi collaboratori, con i quali difendeva le proprie opinioni riuscendo a convincerli della bontà delle sue idee. Il suo segreto? Un grande spirito di squadra e una grande voglia di lavorare. Perché quella volta si lavorava tanto”.

Nel finire, gli occhi di Giuseppe Barberini, dall’infinito mettono a fuoco una foto incastrata sotto il vetro della grande scrivania. Lui e Angelo ad una fiera. Giuseppe sorridente in giacca e cravatta, Angelo più casual. Camicia a mezze maniche. Anche lui sorridente, ma un sorriso incerto, timido. E’ negli occhi il vero carattere di una persona. Ed è da quel sorriso che, dopo averle ascoltate, visualizziamo le parole di Giuseppe Barberini.Angelo… aveva un grande cuore”.

© Marco Gubbini 2012

Grazie!

schermata-2012-12-27-alle-10-58-16Un ringraziamento alle professoresse che stasera, alla presentazione del libro, hanno espresso le bellissime parole nei confronti del mio racconto.
Fa uno strano effetto scrivere qualcosa, magari di getto, e poi sentirlo leggere e interpretato alla perfezione. Io non avevo in mente tutte quelle cose là mentre lo scrivevo. Lo creavo e basta. Quando ero dentro, non sapevo neanche come sarebbe andato a finire. E’ quasi nato e cresciuto da solo.
Però quello che è stato detto calza a pennello e mi sono reso conto, con soddisfazione, che ciò che è arrivato al cuore di chi lo ha letto è esattamente la filosofia che mi appartiene.
Soprattutto quando si è detto che possiamo girovagare ovunque nel mondo, ma la linfa ci viene sempre dalle nostre radici. Verità assoluta.

We miss you

ORIANA 004Ti caricava con articoli rivoluzionari. Ti scandalizzava, con domande brutali gettate in faccia ai potenti del mondo come fossero amici da prendere in giro. “Visti da vicino i potenti sono ridicoli – diceva – hanno più paura di coloro ai quali incutono o vogliono incuter paura”.

Non aveva timore di nulla Oriana.
E come scriveva Oriana! Ci sono cose che mentre le leggi ti sembra di scivolare delicatamente su una pista di sci. I suoi scritti erano discese libere, a volte slalom, e andavi giù che era una meraviglia. E come tutte le più belle sciate, finivano sempre troppo presto.

E che coraggio aveva Oriana! Condivisibile o no, “La Rabbia e l’Orgoglio” – oltre ad essere un capolavoro di forma, un valzer perfetto di soggetti, verbi, aggettivi, virgole, puntievirgola – è un concentrato di temerarietà e audacia. Uno slalom gigante. Ci volevano le palle per scrivere quell’articolo (tale è, non un libro) in QUEI giorni. Lei è stata la voce di tanti paurosi che pensavano le stesse cose, ma non avevano il coraggio di scriverle. Senza le palle non puoi essere un giornalista; se non ce le hai puoi scrivere storielle di cronaca, che non è fare il giornalista.

Oriana poi ti sbalordiva, perché era capace di scrivere uno dei più bei romanzi d’amore. Perché rimani sempre frastornato quando un combattente della penna scrive questo: “Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate”.

Ovviamente solo il cancro è riuscito a sopraffarla, ma il cancro è un nemico vigliacco. E contro i vigliacchi, contro coloro che si nascondono, puoi quasi nulla.

We miss you, Oriana