Il baffo del senatore

Racconto selezionato al “V Premio Rocca Flea 2012” e pubblicato nella raccolta “Dopo la tempesta il sole”, edizioni Accademia dei Romiti

Bianco. Come la neve che stava ricoprendo il vicolo.

Nevicava da un’ora, la coltre aveva colorato già tutto e il foglio elettronico sullo schermo del pc aveva la stessa tonalità del paesaggio fuori la finestra. Bianco.
Il bianco è un colore. E’ la somma di tutti i colori al contrario del nero, che è assenza di colore. Un paradosso, poiché quello schermo era completamente assente di ogni traccia di vita. In compenso era l’umore di Alessandro a essere nero. Senza gradazioni.
Non c’era niente di più frustante che fissare uno schermo da riempire per forza con la tua creatività. Una volta si scriveva a mano sui fogli di carta e perlomeno, mentre si pensava a qualcosa, si potevano fare gli ‘arzigogoli’ con la matita. Era il sistema migliore per partire con la testa verso altri lidi rimanendo fermi al proprio posto. Funzionava sempre. A scuola e da grandi, alle noiose riunioni di lavoro. Eri tu, il block notes e la penna. Ora invece, nel ventunesimo secolo, sei tu, il monitor e la tastiera.
E la neve. Bianca. Come il monitor.

Del resto Alessandro lo sapeva. Sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Ne aveva accettato incautamente i rischi. L’anno prima aveva scritto un racconto fantastico e vinto quattro premi ad altrettanti concorsi letterari, oltre ad aver attirato l’attenzione di un piccolo editore di una collana di narrativa specializzata in racconti  brevi.
Sembrava un sogno quel giorno. La mail, la telefonata, la corsa in auto e il contratto. Un racconto ogni tre mesi. Poca roba, ma tanta gratificazione e anche qualche soldino. Mentre firmava sapeva però benissimo che certe cose veniva facile scriverle, ma solo quando voleva Lui. Non lui nel senso di Alessandro, ma LUI. Quella cosa che aveva dentro. Quella che quando meno se l’aspettava bussava ed entrava. Durante la notte, durante un pranzo, ad una partita di calcio, in una serata tra amici, al lavoro. Arrivava, prendeva possesso della mano e della testa, faceva danzare le lettere, le trasformava in soggetti, in verbi, in aggettivi e le legava insieme. Emozionava. Ed emozionare il prossimo è la cosa più bella che c’è.
LUI però era molto rigido. Mai provare a chiamarlo mentre dormiva. Inutile. Alessandro era consapevole di questo, mentre fissava quel contratto. Sapeva già che LUI non avrebbe gradito. Di quei soldi però, anche se pochi, aveva bisogno. Aveva firmato, vergognandosi un po’ di dover quantificare in denaro la sua passione, perché LUI pensava che il frutto delle passioni dovesse essere elargito gratuitamente.
Era andata bene per il primo racconto. Lo aveva già nel cassetto. Erano andati bene anche il secondo e il terzo. LUI era arrivato e aveva emozionato la gente come suo solito. Un colpo di culo? Oppure anche LUI aveva capito le necessità e si era deciso a “lavorare”? Un colpo di culo, decisamente. La scadenza per la consegna del prossimo scritto era adesso pericolosamente vicina e LUI cosa faceva? Dormiva, mentre Alessandro fissava lo schermo bianco, assolutamente privo da decine di giorni di una qualsiasi molecola d’idea da buttarci dentro.

E dire che era ritornato a Gualdo Tadino proprio per trovare l’ispirazione.
Mancava dalla sua città da molto. Anni prima aveva deciso che quelle mura gli stavano strette e una proposta di lavoro a Roma aveva avuto l’effetto di un miraggio. Da allora solo visite sporadiche, durante certe ricorrenze o in occasione dei Giochi de le Porte, la festa più importante del territorio, cui era legato in maniera molto forte. Forse l’unico legame stretto e vero che gli era rimasto con quella cittadina umbra.
Una settimana prima era stato chiamato dal capoufficio, che gli aveva fatto presenti le ferie accumulate: avevano ormai raggiunto i trenta giorni. Aveva approfittato subito, consapevole dell’avvicinarsi della scadenza per la presentazione del racconto e fiducioso che la tranquillità del vecchio vicolo e il calore della casa natia avrebbero avuto un effetto corroborante sull’ispirazione perduta.
Invece eccolo, senza uno straccio d’idea.
Probabilmente l’ambiente, certe sensazioni, una musica particolare, possono aiutare. Ma LUI è dentro di noi e se decide di non uscire, non c’è santo che tenga.
Si concentrò e provò a scrivere qualcosa. Ne venne fuori un incipit allegro e frizzante. Carino, ma solo opera sua. LUI non c’era. Disteso comodamente nel letto caldo dentro la testolina.
E vai col tasto Canc.

“Esco” – “Sei pazzo? E’ notte da un pezzo e fuori c’è una tempesta di neve degna del peggiore film horror”. “Esco. Chissà, magari il freddo lo fa svegliare. E poi da quando sono a Gualdo Tadino sono uscito solo due volte a far la spesa”.
Incurante di aver parlato a voce alta con se stesso, prese il cappotto, il cappello, i guanti e aprì la porta. Incontro alla buriana.
S’incuneò tra una folata di tramontana e l’altra, quasi come un’auto sulla rampa d’imbocco dell’autostrada. Scese le scalette del Reggiaio e infilò il corso. Lo spingeva, questo vento impetuoso, come a guidarlo lungo le strade della sua vecchia città. Giunse all’altezza della cattedrale di San Benedetto senza fatica, nonostante la neve cominciasse a essere alta. Imboccò a destra, per Via Calai.
All’altezza di quello che i gualdesi chiamavano “lo stradone delle Monache”, sentì sopraggiungere un’auto, che lo costrinse a togliersi da quel poco di carreggiata rimasta in una strada già stretta.
Si fermò. Le gambe dentro un ammasso di neve creato poco prima da uno spazzaneve. Si girò verso il conducente, che alzò la mano in segno di ringraziamento. Quello dell’auto, a parte il vento, fu l’unico rumore vicino che riuscì a sentire durante quella passeggiata. Un rumore fra l’altro soffice e gradevole come tutti quelli filtrati dalla neve. Continuò girando a sinistra, lasciandosi sulla destra quella che era stata la sua vecchia scuola elementare.
C’erano stati anche suo nonno e suo padre in quella scuola. E’ il bell’odore delle piccole città e lo stava riscoprendo adesso che non era più nel suo naso.
E’ inebriante la consapevolezza che certe mura, come quelle di una scuola, le hai condivise con le tue radici. Sei nel banco, chiudi gli occhi e ti immagini tuo nonno ascoltare dalla finestra le grida per la notizia dell’arresto di partigiani. Li riapri, li richiudi e vedi tuo padre sedere lì, magari nello stesso banco, mentre vive un’altra situazione storica. Orecchie che ascoltano voci di epoche diverse; occhi che vedono le stesse identiche cose.

Via Bersaglieri era anch’essa deserta. Normale, era piena notte e il tempo non invogliava certamente a uscire. Alessandro decise di percorrere l’anello del centro storico, quello che ormai da tantissimi anni era il teatro dei Giochi de le Porte. Inossidabili, grazie alla volontà di migliaia di brave persone, che avevano ereditato e stavano tramandando una delle tradizioni più belle. Una delle poche cose che ancora non puoi comprare è il calore di quei giorni, pieni di sorrisi, di pacche sulle spalle, di ritrovarsi, di salutarsi. Non vedeva l’ora che arrivasse settembre, per rituffarsi nell’atmosfera che l’aveva visto bambino in quelle vie. Il calore del suo vicolo, l’odore della sua vecchia casa ed ora questa passeggiata notturna. Tutto gli stava facendo uno strano effetto.
Dal momento in cui aveva deciso di lasciare Gualdo, Alessandro non aveva pensato molto a questo, a quello che lasciava, convinto che nella metropoli avrebbe trovato tutto e anche di più. Del resto a lui serviva uno stipendio. Punto. Ora, più il tempo passava e più cominciava a mancargli qualcosa. Si sforzava di non pensarci. Non voleva farlo, quasi ammettendo forzatamente la saggezza di quella scelta. Aveva un  buon lavoro e una buona retribuzione. In una città bellissima, anche se caotica e nevrotica. Che cosa altro poteva mancare nella sua vita? Scacciò subito la domanda, temendo di conoscere la risposta.

Si affacciò dalla terrazza parcheggio che dominava piazza Beato Angelo e si godé le luci e il suono soffuso dalla neve della città nuova. Gualdo era diventata grande e il traffico che di giorno si scorgeva da lì, era intenso anche con tempacci come questo. Quasi strideva con la tranquillità del centro che aveva scelto come sua dimora. Scelta della quale non si era pentito per nulla. Si era deciso di chiudere al traffico l’intero centro storico, per regalare un polmone pulito alla città e quella sera ad Alessandro piaceva molto la situazione che si era venuta a creare con la nevicata: il silenzio e il suo antico paese tutto per lui. Finora l’unico rumore vicino – più tardi l’avrebbe definito l’unico “reale” – era stato quello dell’auto in via Calai. Oltre a quello della tempesta, che comunque era… naturale.

Terminato il giro e tornato in piazza, decise di continuare ancora la passeggiata. Era freddo, ma camminare aveva scaldato i suoi muscoli. Allora imboccò via Storelli deciso ad arrivare ai giardini pubblici. All’altezza del bivio per la strada che scendeva giù per il quartiere della Valle, si fermò. A destra uno dei negozi di ceramica più vecchi di Gualdo, a sinistra un panettiere. La strada davanti a lui continuava verso i giardini pubblici. Quello che lo colpì fu una luce in cima alla via che saliva alla sua sinistra, fino alla Rocca Flea.
Nevicava, il vicolo in salita aveva i lampioni accesi, ma la fessura di luce verticale che scorgeva era lo stesso ben distinta. Proveniva da un cancello socchiuso. “Fabbrica Maioliche Artistiche”. L’antichissima insegna era lì, da oltre un secolo. Ormai la fabbrica era un museo e l’uscio aperto di un museo a quell’ora di notte non era per niente normale.
Spinto dalla curiosità, salì il vicolo con fatica. La neve era ormai alta e il vento s’incanalava alla perfezione in quella via stretta, osteggiando la sua salita. Più si avvicinava e più la luce diventava forte. Si ritrovò a sorridere e a pensare all’astronave del film “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”, che aveva visto da bambino al cinema. Giunse sotto l’insegna ansimando e togliendosi la neve dal viso. Il cancello era aperto. Lo aprì. Entrò e il rumore del vento cessò. Tutti i rumori cessarono. Tutto cambiò. Compreso la vita di Alessandro.

Si ritrovò in un cortile. Non c’era neve. Non c’era vento. Non c’era neanche freddo. Una calma e un silenzio irreale. ‘Dai – pensò – avranno costruito una copertura all’ingresso del museo e tu non lo sai. Del resto sono anni che non vieni qui’.
Alzò gli occhi: il cielo stellato. Li abbassò: la sagoma del monte Fringuello illuminato dalla luna piena. Gli cominciò a girare la testa. Troppo reale per essere un sogno. Troppo assurdo per essere reale. ‘Che diavolo è ‘sta storia?’
Non fece in tempo a far viaggiare il cervello, che una voce femminile lo colse di lato.
”Buonasera signore, posso fare qualcosa per voi?”. Si voltò e vide una donna. Era minuta e gentile nella gestualità. Vestiva con una lunga gonna nera, una camicia bianca e uno scialle appoggiato sulle spalle. Alessandro cercò di tenere un’espressione normale, ma l’istinto gli stava suggerendo di girarsi, riaprire quel cancello, urlare, scappare, fregarsene del libro, di LUI e andare a letto. Invece gli uscì “Buonasera signora, avevo visto il cancello aperto a quest’ora di notte e ho pensato che ci fosse qualche malintenzionato all’interno del museo”.
“Il museo? Quale museo? Questa è la fabbrica di ceramiche Rubboli”. Poi la donna sorrise. “Non siamo così vecchi da esser già diventati un museo”.
‘Ok, adesso mi giro – pensò Alessandro – apro la porta e sicuramente invece del vicolo innevato mi sveglierò davanti al PC. Probabilmente sarò crollato dal sonno, con la testa sul tavolo’.
Stava per farlo. Andarsene. Poi fece una domanda alla signora. “Mi scusi lei chi è?”. “Dato che vi siete intrufolato qui in piena notte, dovrei essere io a farvi questa domanda – rispose la donna illuminata dalla luna – comunque mi chiamo Daria Rubboli e sono la proprietaria di questa piccola fabbrica di maioliche”.

La testa, che prima gli girava, ora parve scoppiargli. ‘Adesso esce qualche mio amico e si farà una grassa risata per come sono caduto in questo magistrale scherzo’. Però Alessandro non aveva più tanti amici a Gualdo Tadino. Perlomeno non così stretti da fargli uno scherzo ben architettato come questo. Poi ripensò alla bufera, alla neve e alla calma piatta di quel piccolo cortile. Si appoggiò allo stipite della porta che era appena alla destra del cancello da cui era entrato, probabilmente l’ingresso di una piccola rimessa attrezzi. O un bagno, chissà.

“Quindi lei è una discendente della famosa Daria Rubboli?” Le parole gli uscirono senza tanta convinzione.
“Penso che vi stiate sbagliando persona, signore. Rubboli è il mio cognome da sposata – rispose la donna – Io mi chiamo Vecchi e la mia famiglia viene da Fabriano, nelle Marche. Mio marito era Paolo Rubboli e purtroppo non c’è più da due anni. Questa fabbrica era un suo grande sogno, ma purtroppo se lo è goduto poco più di quindici anni. Ma voi… conoscete un’altra Daria Rubboli e per di più famosa?”.
“Lasci perdere, questa è una serata strana per me. Permettete che mi presenti. Mi chiamo Alessandro e diciamo che sono uno scrittore in crisi d’ispirazione. E’ per questo che girovago a quest’ora di notte in mezzo alla tempesta. Scusi anche per l’irruzione. Ora tolgo il disturbo e la lascio dormire”.
“Quale tempesta? Siete sicuro di star bene? E’ una magnifica serata di luna piena – Daria lo scrutò in viso, perplessa – Venite dentro che vi offro un caffè, tanto devo aspettare di sfornare gli ultimi pezzi. Prima però toglietevi quel cappotto”.

Alessandro appoggiò il pesante indumento su un muretto e seguì Daria, girando lo sguardo a destra e a sinistra. Il complesso era come se lo ricordava in una precedente visita, ormai risalente a più di quindici anni prima. Poi tutto era stato adibito a museo. Aveva visitato anche quello e parecchie cose erano state cambiate, però adesso quello che stava vedendo gli dava una strana sensazione di vecchio-ma-attuale. Vedeva la fabbrica così com’era prima di diventare museo, ma più nuova rispetto a quella che aveva visitato quindici anni prima, quando ancora era fabbrica.
Ma erano quindici anni prima o cento anni…. dopo?

Daria lo accompagnò all’interno di uno stanzone nello stabile alla sinistra del cortile. “Qui è dove lavorano i pittori – spiegò – più avanti ci sono i forni. Conoscete le nostre ceramiche?”.
Alessandro voleva dirle che le ceramiche Rubboli le conosce il mondo e scorrono dentro il sangue di tutti i gualdesi. Fu più cauto: “Certo, ogni gualdese le conosce”.
“Qui decoriamo le nostre creazioni. Abbiamo degli artisti veramente bravi e ne siamo molto orgogliosi. Giuseppe Discepoli e mio fratello Temistocle sono il nostro fiore all’occhiello, ma devo dire che a Gualdo Tadino ci sono pittori validissimi”.
Ormai Alessandro era come in trance. Aveva un quesito in testa, che era sceso fino alla lingua. Lì si era fermato, perché poteva essere la sua definitiva nomina a matto da parte di Daria. Attese ancora qualche minuto, ma mentre Daria si stava avvicinando in un angolo della fabbrica dove c’era una piccola cucina, la domanda uscì. “Scusi signora, ma sono giorni che non esco, cercando di scrivere qualcosa. Ho quasi perso la cognizione del tempo. Che giorno è oggi?”. Daria lo guardò ancora più perplessa di prima. Alessandro pensò che comunque doveva essere una donna coraggiosissima. A quell’ora di notte, invece di chiamare i Carabinieri, stava offrendo un caffè a uno sconosciuto entrato senza neanche bussare, che per di più dava segni di forte squilibrio mentale.
“E’ lunedì venticinque luglio”. Prima che Alessandro le chiedesse di dirgli quello che veramente lo interessava, prima che lei lo giudicasse definitivamente insano, aggiunse: “Il venticinque luglio 1892”.
‘Va bene, restiamo dentro questo sogno e affrontiamolo come meglio si può – penso Alessandro – Mi sveglierò e probabilmente neanche me lo ricorderò per niente’.
Mentre Daria preparava il caffè, Alessandro stava ripassando dentro la biblioteca della sua mente, la storia della ceramica Rubboli. A casa aveva anche due bellissimi piatti a lustro, acquistati dal suo amico Maurizio.
“Voi da dove venite Alessandro? I vostri vestiti non sono di foggia normale. A dir la verità sono proprio strani. Siete sicuramente di città”.
“Risiedo a Roma ormai da anni”. Stava per dire dal 2007, ma riuscì a fermarsi in tempo. “Sono impiegato in un’importante azienda e come secondo lavoro faccio lo scrittore. Quando posso torno qui, dove sono nato, cresciuto e dove riesco a trovare la tranquillità che mi occorre”. Tenne per sé la frase ‘lontano dal caos del traffico’. La situazione stava cominciando a piacergli e non voleva rovinarla.

Daria gli porse una tazza di caffè fumante. Alessandro lo prese e notò le mani della donna. Più vecchie rispetto all’età che dimostrava in viso. Era una donna che lavorava e si vedeva. Pensò che le protezioni per gli smalti ceramici che si usano adesso, all’epoca di Daria dovevano essere meno efficaci. Anche il viso della piccola donna era visibilmente affaticato. Lo stare svegli a quell’ora di notte lasciava i suoi segni. E poi, se non ricordava male Daria doveva portare avanti la fabbrica per conto suo, dopo la morte di Paolo.
“Mi avete detto di essere vedova. Mi dispiace molto”.
“Sì, è così. Paolo mi ha lasciato tre figli stupendi. Accudire a loro e alla fabbrica è veramente dura, però ce la farò. Ho la testa dura come tutti i marchigiani”.
“Quanti anni hanno i bambini?”.
“Augusto ha quattordici anni, è già un ometto. Poi c’è Lorenzo che ne ha otto e Alberto di quattro anni – Daria sorrise fissando il suo caffè – Piccoli, ma mangiano quanto tre uomini!”.
Il sorriso di quella donna era contagioso. Nonostante le difficoltà, era di una serenità incredibile e Alessandro iniziò a tornare tranquillo come nel momento in cui era uscito da casa per passeggiare. Sorseggiò il caffè. L’aroma era strano, diverso da quello cui era abituato, ma gradevole. Le miscele di fine secolo erano diverse da quelle attuali.
Daria continuò a raccontare, era evidente la sua voglia di farlo con qualcuno.
“Paolo ed io ci siamo trasferiti a Gualdo quattordici anni fa, poco prima della nascita di Augusto. Paolo veniva da una vita di lavoro dentro le fabbriche come operaio, ma la sua idea fissa è sempre stata quella di avere una manifattura tutta sua. Quello dove ci troviamo adesso è il suo sogno realizzato. Io lo sto curando con la sua stessa dedizione. Paolo faceva un po’ di tutto. Era pittore e torniante, ma come lustratore era… imbattibile. E soprattutto si considerava un gualdese vero, anche se non di nascita. Diceva sempre di non voler andarsene più da questo posto. Così è stato”. Il sorriso era scomparso gradualmente dal viso di Daria, lasciando spazio a un’ombra di tristezza.
Alessandro ebbe un leggero senso di colpa. Lui, figlio di Gualdo, che era fuggito, quasi schifato dalle poche possibilità che, secondo la sua logica, la città offriva. Allora pensava che altre opportunità fossero indispensabili per un giovanissimo come lui. Paolo, non gualdese, che aveva scelto di contribuire alla crescita di quella stessa città con il proprio lavoro. Non solo. Era arrivato anche ad amarlo quel posto!

Daria finì il caffè e volse lo sguardo verso il muro alla sua sinistra. “E’ ora – disse – devo andare a sfornare. Venite con me Alessandro?”.
“Grazie signora, ma è veramente molto tardi e non vorrei essere di disturbo al suo lavoro”. Voleva andarci, eccome se voleva andarci!
“Nessun disturbo, non capita spesso di avere compagnia. Avete la faccia da bravo ragazzo. Io le riconosco subito le persone. Chissà se assistere alla magia della ceramica non porti qualche ispirazione per il vostro libro?”.
Lasciarono la stanza dei pittori, uscirono al chiaro della luna e si avviarono verso i forni a muffola. Erano in fondo a sinistra, su un giardino rialzato cui si arrivava con tre piccoli scalini. Alessandro ricordava bene la visita che avrebbe fatto più di cento anni dopo.
Daria aprì la porta e il calore li avvolse. Così come il profumo di ginestre.

Le muffole. L’orgoglio del museo. L’orgoglio di Gualdo. Uno dei tanti.
Ci sono cose che rendono una città unica. Gualdo ha la ceramica a riflesso, la sua acqua… e le muffole di Rubboli.
“Queste muffole hanno dodici anni”. Alessandro sorrise. ‘No cara Daria – pensò – hanno centotrentadue anni e nella mia epoca saranno le uniche esistenti al mondo’.
Il fumo della ginestra aveva compiuto il suo dovere e Daria stava aprendo la parte superiore della muffola. Sembrava un piccolo trullo, come quelli che aveva visto ad Alberobello. Il fumo nero saliva verso il soffitto. Daria spostò quello strano coperchio e infilò la mano all’interno. Quello che ne venne fuori erano due piccoli piatti anneriti dal fumo, che la donna posò accanto al forno.
Alessandro sapeva che il fumo della ginestra serviva per l’applicazione delle iridescenze in oro e rubino, sapeva anche che quel tipo di ceramica sarebbe diventato il simbolo della sua Gualdo negli anni a venire. Fece finta di non sapere nulla della lavorazione e fu elettrizzante farsela raccontare da Daria Rubboli in persona. Sì, perché Daria gli raccontò tutto, mentre i capolavori uscivano dalla muffola.
Gli disse di come lei e Paolo iniziarono, quasi vent’anni prima, ad introdurre una tecnica morta da quattrocento anni. Di come gli fu d’aiuto “un antico libro di Cipriano Piccolpasso”, di quanti sacrifici fecero per trasferirsi a Gualdo, per costruire quelle muffole, acquistare il terreno e costruire quei locali dove si trovavano ora. Con una punta di orgoglio gli rivelò che da poco era riuscita a togliere l’ipoteca sulla casa. L’orgoglio fece spazio di nuovo alla commozione, al ricordo del marito. “Paolo morì improvvisamente. Era sano come un pesce, ma secondo molti è stato il crepacuore per il gran dispiacere della morte del suo primo figlio. Sapete? Si chiamava Alessandro, come voi. Strano eh? Paolo aveva ancora tanti sogni da realizzare”.
“Per quelli ci penserà lei“ – disse Alessandro. “Per quelli ci penserò io” – ripeté Daria. E i suoi occhi s’illuminarono di nuovo, rendendo felice il suo interlocutore per essere riuscito a togliere quell’ombra di tristezza dal viso della donna.
Gli raccontò ancora di come sceglieva i soggetti delle sue creazioni, di come Paolo fosse ancora vivo dentro di lei. A regalarle ispirazioni. Fu la cosa più affascinante che avesse mai ascoltato. Come se Michelangelo in persona ti spiegasse la nascita degli affreschi della Cappella Sistina. Alessandro stava assistendo alla storia di Gualdo che raccontava se stessa. Tutto intorno c’era il lustro delle ceramiche, appoggiate in alcune scansie di legno, che splendeva alla luce della luna che entrava dalla porta. Irreale e fantastico. Alessandro era dentro la storia della sua città.

Uscirono dalla piccola stanza. Daria portava con sé un piatto e appena fuori lo poggiò delicatamente sul prato, giusto il tempo di aprire la cannella della piccola fontanella d’acqua che era lì vicino.
Aveva con sé della cenere e con essa iniziò a sfregare il piatto. Poi lo lavò delicatamente girandolo sul palmo della mano. Lentamente vennero fuori le fattezze di un viso, non ancora ben definito.
“Vedete quest’acqua? E’ una delle ragioni per cui siamo venuti qui. Solo l’acqua pura può lavare perfettamente queste ceramiche, senza rovinarne il lustro. E, credetemi, più pura di questa non ce n’è. Non esistono parole per descrivere la sua freschezza. Solo il gusto può farlo”.
Alessandro accettò l’implicito invito. Unì le mani e le mise a coppa sotto il raggio di un’acqua freschissima. Avvicinò la bocca e bevve l’acqua di una Gualdo che aveva centoventi anni di meno. Era straordinariamente buona. Di una freschezza assoluta, pura. Veniva direttamente dalla montagna. L’acquedotto non era certamente quello del suo tempo.
Intanto Daria sfregava il piatto con uno strano spazzolino, togliendo dalla sua superficie la sporcizia che era rimasta dopo il lavaggio. Anche questo capolavoro cominciò a splendere alla luce della luna piena e quello che vide gli fermò per un attimo il respiro.

Conosceva quel piatto. La storia della ceramica gualdese lo aveva sempre appassionato e non era passato molto tempo da quando, in un museo, aveva ammirato il ritratto di Fabrizio Colonna.
Ora aveva assistito al momento della nascita di quel pezzo unico.
Il viso del senatore romano aveva un’espressione seria e guardava verso sinistra. I grandi baffi neri erano piegati all’insù, come la moda del tempo imponeva. Il contorno del piatto era  adorno di fiori e di angeli. In basso, lo stemma di famiglia in mezzo a due bandiere tricolori del periodo del Regno d’Italia.
“Vi piace?”. “Moltissimo. Chi è l’uomo dipinto con così tanta maestria?”. “E’ un politico romano, si chiama Fabrizio Colonna”. Alessandro fece finta di essere stupito. “Addirittura un senatore!”.
“Si, mio cognato Vincenzo abita proprio dirimpetto a lui, a Roma. Parla spesso di me alle sue amicizie cittadine e ogni tanto mi vengono commissionate delle ceramiche. Cerco con modestia di portare avanti ciò che Paolo ha iniziato. Spero di riuscirci nel migliore dei modi”.
“Signora, questo piatto è magnifico. E la qualità del lustro… sublime ed emozionante”. “Addirittura emozionante! Grazie Alessandro, voi siete molto gentile. Per me la ceramica è una missione ed è la prima volta che sento qualcuno dire che emoziona. E’ una bella sensazione”.
Una volta pulito il capolavoro, Daria lo posò delicatamente in terra, tra i fili d’erba del giardino. Come una madre prende in braccio il proprio figlio dopo il parto, così la terra di Gualdo accolse per la prima volta quel capolavoro che gli avrebbe reso onore.

Alessandro rimase a fissare i riflessi dell’oro e rubino, i tratti del viso, i colori.
Era immerso in mille pensieri. La mente era alla sua infanzia passata in quei vicoli. Alla sua famiglia, al babbo ceramista. A quel mestiere sempre ripudiato da piccolo. Quella ceramica che aveva permesso a tantissime famiglie di tirare avanti, di crescere loro e di far crescere la città. Quella ceramica che aveva varcato i confini del comune, della regione, d’Italia, d’Europa. Quella ceramica a cui poche volte aveva pensato quando a Roma, si parlava delle proprie origini.
Lui parlava quasi sempre mal volentieri del “paesello”, come lo chiamavano i suoi amici romani. Poche opportunità e una mentalità chiusa. Si limitava a questo. Ecco perché quella sera si trovava a disagio. Anche con se stesso, quando si era trovato a pensare alla vecchia scuola elementare. Le emozioni di quel momento volevano dire che Gualdo forse non era un posto a cui pensare solo per la tranquillità, per l’assenza di rumori o per i divertimenti dei Giochi de le Porte.
Era qualcosa di più.
La mente era alla sua giovinezza passata lì. A quelli che tutti chiamano “i migliori anni della tua vita”, al liceo, agli amici. Incredibile come quell’opera d’arte lo aveva fatto immergere così profondamente nei pensieri riguardanti le sue origini. Una sorta di sindrome di Stendhal, che gli aveva fatto perdere la cognizione del tempo (quest’ultimo pensiero faceva un po’ ridere).
La mente tornò all’epoca della decisione di fare una valigia per accettare la proposta di lavoro che avrebbe cambiato la sua vita. Perché lo aveva fatto?  Di cosa aveva bisogno? Di soldi. Ok, di soldi, ma era giovane e dedicare più tempo per cercare un’occupazione vicina, non avrebbe sicuramente devastato le sue finanze.
Alessandro pensò agli ingredienti che rendono una vita, una vita bella. ‘La felicità, la tranquillità e l’amore’. La terza la puoi trovare in ogni angolo di mondo e quando meno te l’aspetti. Le prime due viaggiano di pari passo. Quando c’è una, di sicuro c’è anche l’altra. Alessandro capì in quel momento quanto stava bene  quando era a casa. Sembrava la scoperta dell’acqua calda, ma lui lo capì solo in quel momento. Guardando quel piatto capì che sarebbe stato bene solo accanto alla propria storia.

La voce di Daria fece trasalire Alessandro proprio nel momento in cui aveva deciso di rimanere a Gualdo per il resto della sua vita. Una decisione presa al volo come faceva di solito, non sbagliandosi quasi mai. Come quando sceglieva un abito. Dal primo sguardo, senza neanche misurarselo. Una decisione quasi imposta, come quando arriva l’amore della propria vita. Secca, senza possibilità di retromarcia. Al diavolo il lavoro, al diavolo tutto. Era lì che voleva restare, perché era lì che c’erano gli ingredienti della vita bella. Era quello l’unico posto al mondo dove Alessandro sarebbe stato bene con se stesso. E quando uno sta bene con se stesso, sta bene col mondo intero. Con se stessi si nasce, si vive e si muore.
“Vi debbo lasciare solo per tre minuti – disse Daria – Controllo altri pezzi nelle muffole e poi torno da voi”. Alessandro rispose nella maniera più educata che poté. “Faccia pure con calma, io mi sto godendo il fresco della sera”. Era ancora immerso nella tempesta dei suoi pensieri, intensa come quella che aveva lasciato fuori dal cancello. Sembrava lontanissima. Chissà, una volta ripresa la strada di casa, che cosa avrebbe trovato fuori da quell’uscio? Si sarebbe dimenticato tutto? Oppure sarebbe rimasto qualche ricordo?

L’idea gli venne improvvisa.
Facendo attenzione a non far rumore, scese gli scalini che separavano quel piccolo giardino dal cortile principale della fabbrica. Entrò all’interno della zona pittura, prese un piccolo pennello e lo inzuppò in un bicchiere contenente quello che sperava essere colore nero. Tornò al giardino e si sedette vicino al piatto raffigurante il senatore Colonna. L’opera era ancora più bella.
Appoggiò il pennello all’estremità del baffo sinistro del politico. Lo allungò di qualche millimetro, sperando che il tipo di colore fosse idoneo e il tempo non cancellasse quel suo sacrilegio. Sì, un sacrilegio. Però lui aveva bisogno di sapere.
Prese un piccolo bastoncino incastrato in mezzo all’erba che aveva adocchiato prima. Lo appoggiò sul bordo del baffo e misurò con la massima precisione possibile il suo contributo all’opera d’arte. Fece due segni sul bastoncino: uno dove il baffo iniziava la sua curva e l’altro nel punto esatto in cui finiva. Alla fine infilò in tasca il piccolo pezzo di legno e tornò nel giardino. ‘Tanto, se è un sogno, la prova scomparirà una volta sveglio’.

Quando Daria arrivò con altri pezzi di ceramica, Alessandro era in piedi ad ammirare la bellezza della luna che colpiva la gola della Rocchetta e le sue rocce bianche. Il tutto sembrava un potente faro che rischiarava tutta la vallata. Non solo. Come un occhio ciclopico, la luna era perfettamente perpendicolare alla cima del monte Fringuello. Il controluce colpiva quella parte di pineta affossata perfettamente a forma di cuore. Gualdo Tadino, una città che il cuore grande ce l’ha nel destino. Nella forma del centro storico, in quel monte, nell’animo della sua gente.
“Daria, perché lei e suo marito sceglieste Gualdo?”. Anche Daria fissò la luna. “Perché c’è un’ottima argilla, ginestre in abbondanza, acqua purissima e maestranze competenti. Ma sapete una cosa Alessandro? Non ci saremmo mai fermati se non fosse scoccata quella scintilla che ti fa amare un posto a prima vista. Questo è successo. Abbiamo amato questo paese da subito e il paese ha fatto altrettanto con noi.” La donna si girò, lo fisso negli occhi e sembrò leggergli nel pensiero. “Anche voi lo amate. Si vede dagli occhi, da come stavate fissando quelle montagne, da come mi avete parlato di orgoglio e di emozioni. Date retta, tornate più spesso. Voi state bene qui”.
“Grazie signora, lei ha colto nel segno”. Era visibilmente scosso e non riuscì ad aggiungere altro. “Ora è giunto il momento di lasciarla. E’ veramente tardi e non vorrei regalare alla notte tutto il mio sonno”.
Daria sembrò veramente dispiaciuta. “Non vi trattengo Alessandro, volevo solo dirvi quanto la vostra visita mi abbia fatto piacere. Non voglio sapere perché, quando siete entrato, avete scambiato questa fabbrica per un museo, però vi voglio dire una cosa. Voi siete molto più giovane di me e chissà che veramente questo posto, dopo la mia morte, non diventi veramente un’esposizione. Se voi doveste aver sentore di questo, vi chiedo una cortesia: fate di tutto affinché non venga deturpato nulla. Qui la tradizione è sovrana e voglio, anche Paolo vuole, che si continui così. Non so neanche perché vi stia chiedendo questo e perché lo stia chiedendo a voi, ma è una cosa che stranamente e semplicemente mi sento di dirvi”.
“Lo farò signora Daria, anzi, glie lo prometto solennemente… sulla mia città”. Dicendo ciò, Alessandro si mise la mano sul cuore e rise assumendo una posa militaresca.

Si diresse verso il cancello da cui era entrato. Stava per tornare in un mondo che gli pareva aver abbandonato da chissà quanto tempo. Mise la mano sinistra in tasca per controllare che il pezzetto di legno fosse ancora lì e porse la destra a Daria che disse: “Non vi accompagno. Scusate la maleducazione Alessandro, ma ho ancora da fare con le muffole”. “Maleducazione? Lei è una delle persone più gentili che io abbia mai incontrato”. Dicendo ciò baciò la mano della piccola signora che ricambiò con un leggero inchino.

Dopo aver ripreso il cappotto il cuore aveva ricominciato a battere all’impazzata. Fece un ultimo saluto con la mano a Daria, poi si girò e dischiuse leggermente il cancello. Sbirciò fuori e quello che vide fu esattamente quello che aveva lasciato. Un vicolo colmo di neve e un vento forse ancora più forte di prima. Tirò su il bavero del cappotto, convinto che una volta a contatto col freddo si sarebbe svegliato nel suo letto caldo.
Niente di tutto ciò. La neve era vera e il vento pure. Si chiuse il cancello alle spalle, fece due passi e poi tornò indietro. Provò a riaprire, ma niente. Bloccato. Ben chiuso a chiave, come del resto avrebbe dovuto essere a quell’ora di notte.
Guardò l’insegna sulla destra dell’ingresso. Una targa rigorosamente oro e rubino che recitava: “Museo Rubboli. Orario d’ingresso 9.00-18.00”. In preda all’ennesimo stordimento della serata si avviò verso casa, risalendo via Storelli sotto la tempesta.

La neve davanti l’uscio aveva raggiunto circa trenta centimetri. Stava diventando una nevicata importante. ‘Domattina bisognerà armarsi di pala’ pensò. Anche perché, sogno o non sogno, aveva ben impresso in mente quello che doveva fare la mattina dopo.

Dormì otto ore filate e il primo pensiero, da sveglio, fu per il sogno. Ricordava tutto e questo per lui non era normale, poiché raramente ricordava i sogni fatti. La seconda cosa cui pensò furono i pantaloni. Scese di corsa dal letto e si scaraventò verso la sedia di fianco la porta. Frugò nella tasca. Non trovò niente. Sorrise, tranquillizzato.
‘Un bel sogno! Mi ha fatto riflettere su tante cose’ – pensò andando verso il bagno. Ma si fermò di colpo.
Aveva controllato la tasca destra, quello dov’era solito riporre tutto. Banconote, biglietti da visita, monetine. Riprese i pantaloni e non ci fu bisogno di mettere la mano dentro. Il bastoncino aveva sagomato la tasca sinistra, tanto che dall’esterno si vedeva benissimo.
Impallidì mentre lo tirava fuori. Era lì e quello che più era impressionante fu vedere che il segno lasciato col pennello poche ore prima era sbiadito e ormai poco leggibile. Come se fosse stato tracciato tanti anni addietro.
‘O è ancora un sogno oppure questa è una vicenda che non dovrò raccontare a nessuno, se non voglio essere rinchiuso in un manicomio’.
Cercando di mantenere la calma senza riuscirci, fece una doccia calda, si vestì e uscì noncurante della neve che quasi lo fece cadere.
Era una bellissima giornata di sole, arricchita dal candore della neve che ricopriva le vie, i tetti delle case e gli alberi. Arrivò al parcheggio coperto di piazza Mazzini quasi volando e benedì la decisione di aver comprato, pochi giorni prima, gomme termiche nuove di zecca.
Prese l’automobile e si diresse verso il museo dove sapeva essere custodito il piatto che gli aveva fatto compagnia in quella notte assurda. Trovò aperto, nonostante la neve che era caduta copiosa e che stava causando difficoltà al traffico. Pagò il biglietto rifiutando sia la visita guidata, che quella cartacea.
Lo trovò dopo una decina di minuti.

Appeso al muro e illuminato da un faretto alogeno, che nulla aveva a che vedere con la luna piena che lo aveva visto nascere, il senatore Fabrizio Colonna guardava alla sua sinistra, nella posa che Daria Rubboli aveva fissato più di cento anni prima.
Si girò. La sala era vuota. Noncurante delle telecamere, prese il bastoncino dalla tasca e lo appoggiò al piatto.
Il custode che stava controllando i monitor lo vide e lo giudicò uno dei tanti che aggiungeva il tatto alla vista nel gustare le opere d’arte. Stava per uscire dall’ufficio per ammonire il visitatore, ma poi pensò di non averne voglia. In fondo probabilmente quello sarebbe stato l’unico cliente di quella giornata.

Alessandro fece coincidere il primo segno all’inizio della curva del baffo sinistro.
Tante erano state le emozioni di quella notte, ma quello che provò nel vedere che il baffo era lungo esattamente quanto il segno sul bastoncino, fu inenarrabile. Si vedeva anche un’impercettibile differenza di colore tra la parte originale e quella che aveva aggiunto lui. E il piatto era lì da una moltitudine di anni. Uscendo, chiese informazioni all’ingresso. Seppe che l’opera di Daria Rubboli sarebbe stata presto trasferita nel museo di Gualdo. Quasi gli venne da piangere nell’apprendere questa notizia. Pensò a quanto sarebbe stata contenta Daria.

Tornò a casa, ormai con lo stomaco e la mente devastati. Non poteva essere più un sogno. Ora era anche affranto dall’aver modificato con il suo atto vandalico un’opera d’arte, ma la modifica era stata minima. Solo lui lo avrebbe saputo e questo lo consolò.
Quel giorno visitò anche il museo Rubboli in preda ovviamente ad un emozione senza paragoni nel rivedere i luoghi di quella notte. Non trovò particolarmente invasivi i vari interventi di ristrutturazione. Del resto il suo amico Maurizio aveva seguito con un’apprensione e un dovizia unica tutte le varie fasi dei lavori. Ciò nonostante, all’uscita, prese il questionario di gradimento e appuntò alcune cose secondo lui migliorabili. Firmò, senza pensarci, col nome di ‘Daria Rubboli’ e infilò il foglietto nell’urna.

Due settimane dopo tornò a Roma.
Prima consegnò la lettera di dimissioni a uno stupefatto capufficio, poi andò alla sede della casa editrice. Mentre consegnava l’ultimo racconto con la mano destra, quella sinistra aveva già estratto dalla tasca della giacca il contratto. Lo strappò, perché decise in quel momento che le emozioni non si comandano.

Si mise alla ricerca di un lavoro a Gualdo. Con calma, senza assilli. Aveva ripreso senza problemi il ritmo della vita di provincia. Stavolta però con la convinzione che quella e solo quella era l’unica maniera di essere in pace con se stessi. Aveva scoperto un modo di vivere che pensava di aver dimenticato completamente.
Ormai era chiaro che tutto quello che era successo quella sera, non era venuto per caso.
“Sai i segnali che ogni tanto ti dà la vita? – diceva spesso tra sé e sé – Molti li captano nelle cose di tutti i giorni, in maniera quasi normale. A me ne è toccato uno grosso. Devo essere stato parecchio distratto e allora la vita ha voluto darmi uno scossone. Di quelli che non puoi rimanere fermo”. La tempesta di neve. Come quella che lo aveva, anche inconsciamente, colpito da quando aveva lasciato Gualdo. L’aver conosciuto da vicino la storia. La serenità di Daria.
Ora voleva solo fare il pieno delle sue pinete, delle montagne, della gente. Quando lo faceva, quando passeggiava per i vicoli di Gualdo, chiudeva gli occhi e immaginava i gualdesi delle altre epoche passeggiare accanto a lui. “Orecchie che ascoltano voci di epoche diverse; occhi che vedono le stesse identiche mura” aveva pensato quando quella sera era passato di fianco alla vecchia scuola elementare.

Tornò spesso al museo Rubboli. Lesse anche tutti i libri sulla tecnica della ceramica a lustro e sulla vita di Daria. Lesse anche che la sua ‘amica’ morì alla vigilia di un‘epocale nevicata che costrinse i gualdesi a scavare un tunnel per il funerale. Una nevicata, come quella della sera in cui la sua vita cambiò. Daria morì dopo aver segnato, come tutti i grandi personaggi, la storia di questa città, cambiandone il destino. Quello che la storia non saprà mai è che cambiò anche il destino di Alessandro.

EPILOGO

Daria riassettò la piccola cucina della casa attigua alla fabbrica. Poi uscì per comprare il pane. Di solito lo faceva Augusto, ma il ragazzo dormiva così bene, che svegliarlo le era sembrato quasi un sacrilegio.
Con l’occasione era passata da una sua amica, che abitava nel vicolo del Reggiaio. Quando fu davanti ad un’abitazione ebbe un sussulto e rallentò il passo, come investita da un leggerissimo soffio freddo. Chissà perché, ma le venne in mente il giovane che il mese prima le era venuto a far visita di notte. Aveva spesso pensato a quella sera, considerandola quasi magica. Sicuramente lo avrebbe rivisto quel ragazzo. Gualdo era piccola e, alla fine, ci s’incontrava tutti.
Quello che Daria non poteva sapere, era che nello stesso luogo e nello stesso istante, ma un istante di centoquaranta anni dopo, Alessandro era vicino a lei. All’interno di quella casa davanti alla quale si era fermata.

Il suo amico era felice come una Pasqua. Quella stessa mattina, con quel sole, con quell’aria frizzantina, LUI si era risvegliato. Aveva bussato al suo ospite e avevano iniziato a creare. LUI dettava e l’altro scriveva.
Una storia strana, che non fu mai pubblicata, ma per Alessandro fu la più bella che avesse mai scritto. Parlava di tradizioni, di calore e di una gola di montagna splendente di luce riflessa; di una città a forma di cuore e di un cuore scolpito sulla montagna. A suo modo era anche una storia d’amore. L’unico amore che non muore mai: quello verso le proprie tradizioni e le proprie origini.

Quella storia, quella strana storia, l’avete appena letta.

 © Marco Gubbini 2012

Grazie di cuore a Maurizio Tittarelli Rubboli per i suggerimenti storici e i preziosi consigli

Copertina del libro

La copertina del libro dove è contenuto il racconto