Ad ognuno il suo

Se Celentano proprio non ce lo può togliere nessuno, che almeno vada a Sanremo facendo il proprio lavoro. Che è quello di musicista e non di politico, mestiere di cui siamo oltretutto in evidente e costosissimo sovrannumero. Non abbiamo bisogno di qualcuno che pontifica una volta l’anno dalla tv dei mali dell’Italia. Li conosciamo i nostri mali. Li vediamo tutti i giorni per esperienza diretta, quando passiamo metà di una nostra giornata in Posta per pagare un bollettino o quando la burocrazia ci soffoca; i mali dell’Italia ce li fanno vedere in tv, come quei dipendenti del comune di Roma che timbrano il cartellino e poi vanno a fare shopping.

Era un paradosso atroce sapere che chi ci parlerà della crisi e degli stipendi di platino dei nostri politici (sono solo esempi, ma qualcosa mi dice che potrebbero essere argomenti papabili), sarebbe stato uno il cui compenso per Sanremo equivaleva ad una cifra con cui un medio comune italiano va avanti sei mesi. Pagata da noi.
Ho scritto “era” e non “è”, perché la vicenda compenso ha avuto una svolta due giorni fa. Dopo il giusto sollevarsi di scudi contro l’assurdità della cifra pattuita, il cantante ha deciso di devolvere in beneficenza il cachet pattuito di 350mila euro a puntata. Un ripensarci all’ultimo momento che mi sembra sgradevole almeno quanto la richiesta del “tesoretto”. Oltretutto la beneficenza andrà in proporzione alle comparsate del predicatore: se Celentano farà una serata percepirà 350mila euro, se ne farà due 700mila, se ne farà tre, quattro o tutte e cinque, prenderà 750mila euro. L’aspettativa dei destinatari del gruzzolo sarà condizionata quindi dalla voglia, dall’audience e anche dalla salute del nuovo “messia”. Se la Rai ha stanziato un certo budget, che lo devolva totalmente in beneficenza senza aspettare la decisione del cantante, che non si sa in base a che cosa deciderà il numero delle serate alle quali essere presente. Punto.

Comunque, se proprio non ne possiamo fare a meno, che almeno vada a Sanremo facendo il proprio mestiere di musicista. Mi associo in questo senso alla lettera aperta, accorata, che Toni Pagliuca, ex leader del gruppo storico delle Orme, ha inviato al molleggiato. Pagliuca vive praticamente con il sussidio di 615 euro al mese del Fondo di Solidarietà dei soci SIAE. Anzi, viveva, perché gli è stato tolto ed ora dovrà andare avanti con una moglie insegnante precaria, due figli che studiano e un mutuo. Ma non è questo il punto. Pagliuca con la sua lettera non chiede lavoro, dichiarandosi libero e “al fianco di tutti coloro che cercano un posto di lavoro onesto”. Chiede che se Celentano sente il “prorompente bisogno di monologare”, che almeno la racconti giusta e tratti del suo mondo.

Sono d’accordo, faccio mia la sua lettera e quasi la copio aggiungendo anche altre considerazioni. Adriano Celentano dovrebbe entrare in quello che tanti considerano il tempio della musica italiana, salire sul palco, prendere il microfono e raccontarci dei mali della musica.
Raccontarci dell’inesistenza, nell’anno del Signore 2012, di una legge che regolamenti in modo chiaro l’attività di musicista in ogni livello. Del fatto che l’80% dei musicisti che suonano dal vivo sono fuorilegge per necessità. Se i locali italiani dovessero chiamare a suonare solo musicisti professionisti, rimarremmo praticamente senza musica. Infatti la stragrande maggioranza di coloro, anche talenti, che allietano le nostre serate live, è gente che non può fare della musica la propria professione e che vive in un limbo di illegalità e in una giungla di incertezze regolamentari targate Enpals, Siae e chi più ne ha più ne metta. Per fare un esempio con lo sport è come se fossero permesse solo le partite dei campionati dalle serie A alla C2 e tutte le altre fossero prive di regole certe, praticamente illegali.

Celentano dovrebbe raccontare le attività promozionali (le chiamano così) di network radiofonici che trasmettono tutti i giorni gli stessi dieci brani, perché è solo per quelli che le case discografiche pagano. Dovrebbe ricordare le radio libere che non esistono più per i motivi di cui sopra. O meglio, esistono ancora, ma stanno annegando tutte in un mare di indifferenza. Colpevoli solo di avere dj a cui ancora lasciano la libertà di poter scegliere tra gli scaffali dei dischi e tra i tanti promo di ragazzi talentuosi che arrivano tutti i giorni nella cassetta della posta. Mosche bianche, per di più in preda ad una morìa.

Il Molleggiato denunci la miriade di concorsi musicali farsa che si fanno in Italia, quelli che promettono la realizzazione di un sogno, ma che poi questo sogno te lo quantificano in denaro e conoscenze. L’Italia è un paese in cui nella maggiorparte dei casi i talenti vengono ignorati o per incompetenza o perché ce ne sono altri che rendono meglio dal punto di vista estetico. Siamo nati nel paese dell’arte e della moda, ma apparteniamo alla generazione che sta assistendo tristemente al sorpasso della seconda sulla prima. Almeno musicalmente parlando.

Abbia il coraggio Celentano, di far notare, come dice anche l’ex leader delle Orme, che Sanremo è da tempo un cimitero degli elefanti, mentre dovrebbe essere il concorso di giovani artisti che fanno musica. La bella idea di Sanremo Giovani è diventata alle mercé, anch’essa, dei soli discografici. Non possono essere i discografici a giudicare un musicista. Il discografico deve far soldi e quindi giudica in base alla vendibilità. E non sempre l’arte più bella è quella più vendibile. Anzi.

Che ci racconti questo il nostro Adriano nazionale. Ci racconti dell’impossibilità di far conoscere la propria arte per un cantautore che non ha un look adeguato. Ci parli di quanti talenti, di quanti nuovi De André ci siamo persi solo per creare stereotipi pronti, all’occorrenza, anche per l’Isola dei Famosi.

Se Celentano proprio deve aprir bocca (ma sarebbe meglio di no) che racconti questo, che è il suo mestiere. Oltretutto un personaggio del suo calibro non dovrebbe avere paura di affrontare certi argomenti, di raccontare di conduttori televisivi e giudici corrotti, del marcio che c’è intorno ad una manifestazione macina-soldi come Sanremo, che oltretutto è utile solo agli amanti del gossip, dato che sforna un nuovo talento musicale ogni trenta anni (che arriva regolarmente all’ultimo posto della classifica del teatro Ariston).

La crisi, la disoccupazione o i mutui da pagare non saranno mai il suo campo, quindi di tutto questo Celentano non si preoccupi. Questo ce lo facciamo raccontare da un cassa integrato o da un disoccupato in cambio di un caffè al bar.
Senza la notizia della beneficenza avrei chiuso con “Settecentocinquantamila euro contro un caffè”. Invece mi tocca continuare proponendo un cambio al molleggiato: che si prenda il compenso della Rai e devolva invece in beneficenza i proventi della vendita del suo disco, che avranno un impennata naturale, data la pubblicità. Si, perché guarda caso il “messia” riappare in tv in concomitanza con un suo disco fresco d’uscita. Il titolo? “Facciamo finta che sia vero”. E si, facciamo finta che sia una coincidenza.

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