Perché io so’ io. E voi…

Leggo che stamattina la Terza Commissione consiliare della Regione Umbria ha approvato una proposta di legge che sarà presto sottoposta al voto del Consiglio. Tale proposta presentata dal consigliere Andrea Smacchi (oltre 400 voti ricevuti a Gualdo Tadino) prevede una normativa specifica per la Festa dei Ceri, “per non rischiare di essere svalutata dall’accostamento ad altre manifestazioni che rievocano vicende del passato ma non sono, come la festa dei Ceri, una tradizione che continuativamente e senza interruzioni trasmette di generazione in generazione valori che rappresentano l’identità regionale, come testimoniato anche dalla scelta della Regione Umbria (con legge che risale al 1973) di raffigurarli nel proprio stemma“.

Ora, fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Considerare le tradizioni della propria comunità come patrimonio del Sistema Solare ed accostarle, come importanza, alla scoperta del fuoco o all’invenzione della ruota è sport ormai antico a cui siamo abituati. Proseguendo nella lettura scopriamo però affermazioni “perla”, tipo che le altre rievocazioni umbre sono degradate a “momenti di incontro per evidenziare prodotti tipici e attrattive turistiche“, mentre la festa dei Ceri “rappresenta il tramandarsi ininterrotto di valori antichissimi, risalenti addirittura al popolo che ha abitato il sito italico ben 1600 anni prima di Cristo, che sono oggi fondanti per l’intera comunità regionale e di riconosciuta importanza storica, scientifica e antropologica“. Una distinzione quindi tra tradizione (i Ceri) e rievocazione (tutto il resto).

In italiano tutto ciò significa questo: la Giostra della Quintana è una sagra che promuove i tortellini con panna e salsiccia. La Corsa dell’Anello di Narni, la cui origine – lo ricordo – è da ricollegarsi alle cerimonie tradizionali della prima metà del XIV secolo e che ripercorre momenti codificati negli Statuti comunali del 1371, è stata invece ideata per farsi una mangiata di bruschetta col tartufo. E i valori tramandati, per esempio, dalla manifestazione più antica e ininterrotta d’Europa, il Maggio di San Pellegrino, sono da considerarsi non fondanti per la comunità regionale. E in italiano il contrario di fondante è non edificante. Che tristezza!
Non so come chiamare se non “tradizionali”, manifestazioni che ormai hanno più di sei secoli o addirittura che sono più antiche della Festa dei Ceri come è appunto il Maggio di San Pellegrino.

Ho in mente una cosa e un giorno la farò: andare a Massa Martana, Narni, Foligno, Giove, Spoleto, Sant’Anatolia di Narco, Bevagna, Poggiodromo, Terni, Ferentillo e a Calvi dell’Umbria. O a Umbertide, a Lisciano Niccone, a Monte Castello di Vibio, a Città della Pieve, a Scheggino, a Collazzone. Andare in tutti questi comuni e ascoltare il parere della gente. Sentire cosa hanno in comune gli abitanti di Allerona con la “festa in onore di sant’Ubaldo Baldassini” (da Wikipedia), ma soprattutto che parere hanno della loro Regione che reputa le loro tradizioni non tali e comunque con un valore giudicato in secondo piano o in un piano diverso.

Nulla in contrario ad una proposta di legge che distingua la Festa dei Ceri dalle altre manifestazioni; del resto ogni amministratore in Regione è libero (e pagato) di fare le proposte che reputa più importanti per la/le comunità che rappresenta. Ma che si cambi il contenuto. Che ci si inventi qualcos’altro. Che si cancellino pensieri con logiche da Marchese del Grillo. Che si rispettino le tradizioni altrui. Anzi lo scrivo in maiuscolo, TRADIZIONI. Perché tutti hanno le proprie, che hanno seicento anni, ma che possono averne anche quaranta. Che si smetta di fare la classifica dei Santi, perché tutti hanno il diritto di rispettare, pregare, festeggiare i propri, senza incappare nel delitto di lesa maestà.

Non è finita. La proposta di legge, oltre a riconoscere nella Festa dei Ceri tutto quello indicato sopra, assegna finanziamenti specifici da parte della Regione (articolo 3) che saranno erogati direttamente all’Amministrazione comunale di Gubbio. Eh no! Fermi tutti. I soldi!! Il vil denaro. Se permettete, questo cozza un po’ con i “valori antichissimi tramandati ininterrottamente e risalenti addirittura al popolo che ha abitato il sito italico ben 1600 anni prima di Cristo“. Valori che non contemplavano certo il denaro!
Ora c’è da vedere se i soldi che arriveranno a Gubbio, sempre che la proposta passi in consiglio (speriamo di no) saranno soldi ex novo oppure verranno tolti ai fondi destinati alle “altre” manifestazioni storiche. Il primo caso sarà gravissimo, dati i tempi economicamente durissimi. Il secondo lascerà sicuramente soddisfatti tutti gli elettori di Smacchi. In ambedue i casi pagheremo tutti noi. Compresi gli oltre quattrocento elettori gualdesi.
Avanti così!

P.S. Per onor di cronaca, il consigliere regionale Sandra Monacelli, in Terza commissione, si è astenuta al momento del voto della proposta Smacchi.

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4 pensieri su “Perché io so’ io. E voi…

  1. L’articolo è come sempre succede in questi casi tristemente intriso dal solito “rosicamento” da complesso di inferiorità.
    La verità è che senza soldi di mezzo questo argomento non interesserebbe a nessuno tantomeno all’autore.

  2. No, è diverso. E’ semmai la proposta di legge ad essere “intrisa” di complesso di superiorità, ben più pericoloso del suo contrario. Quello che è scandaloso è il trattare, nella massima assise regionale, tutte le altre manifestazioni storiche-rievocazioni-tradizioni alla stregua di una festicciola privata dove si punta al marketing del prodotto tipico. Smacchi azzera tutto: le passioni, l’orgoglio e l’identità di tutti coloro che partecipano alla realizzazioni di tutto ció che non riguardi i Ceri. Su una cosa ha ragione, caro anonimo: sull’interesse zero. Quello che nutre il comune di Scheggino per la Festa dei Ceri.

  3. Pingback: Contributi per le rievocazioni. I Robin Hood alla rovescia • Gualdo News

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