Nove anni da quel giro di campo

Tre campionati, anzi, poco più di due. Perché all’inizio del terzo rimasi solo.

Le immagini, sempre quelle: tu dietro i cartelloni pubblicitari della porta a nord, tu appoggiato all’ambulanza, tu dentro la macchina parcheggiata a bordocampo, tu che avanzavi fino alla linea di fondo per incitare i tuoi attaccanti. O i tuoi difensori, perché non è che ti spostavi dopo l’intervallo. Rimanevi lì. Sempre lì. Scaramantico convinto.

Le immagini sono anche quelle della sala stampa. Quando dopo una vittoria sembravi volare. Quando dopo una sconfitta onoravi i vincitori. Quando dopo un’ingiustizia minacciavi quel gesto che mai avresti fatto. “Sto pensando seriamente di abbandonare il calcio. Non fa per me” – dicevi. Sapevamo tutti che non sarebbe mai stato possibile, ma al tempo stesso ce ne andavamo a casa a scrivere con la tristezza nel cuore, anche se convinti che la domenica dopo ti avremmo rivisto passeggiare a bordo campo, dietro i cartelloni pubblicitari della porta a nord. Non era il calcio che non faceva per te. Eri tu che non facevi per quel calcio.
Tre campionati, anzi, poco più di due, ma sempre e solo un timido buongiorno di sfuggita. Sapevo che per te l’intera partita era un rito e non volevo guastarlo con le solite e scontate conversazioni. Perciò io svolgevo il mio ruolo di reporter e tu quello di Presidente-tifoso-appassionato, che aveva fatto e continuava a fare grande la sua Città. Non era solo questione di riservatezza. Era anche una naturale soggezione verso la tua persona che mi impediva di affrontare qualcos’altro di diverso da un educato saluto. Del resto, di fianco avevo un mito. Il mito che da tanti anni mi permetteva di girare per l’Italia e di non dire “Sono di Gualdo Tadino, vicino Perugia”,  ma semplicemente “Sono di Gualdo Tadino”. La forza del calcio è anche questa. Un veicolo promozionale senza eguali. Un valore aggiunto alla Città che tanti, troppi, spesso non capiscono. Tu l’avevi capito, perché avevi Gualdo nel Cuore. E avere Gualdo nel Cuore ti permette di volare anche senza avere le capacità di farlo.

Passionale e Ambizioso. Così ti definisti in una bellissima intervista. Passione e Ambizione sono gli elementi magici che fanno di un presidente un grande Presidente candidato al titolo di Presidentissimo. Nessun tornaconto, nessun “do ut des”. Solo passione cieca, sfrenata, istintiva. Solo l’ambizione di vincere per diventare grande, per scrivere una pagina di storia della tua Città. Tu l’hai fatto. L’hai fatto con episodi che ti iscrivono d’ufficio nell’albo dei Grandi. Come quella volta che hai voluto rifiutare l’offerta della Fiorentina di giocare la partita del Luzi a Firenze, invertendo il campo. Le centinaia di migliaia di euro dell’incasso sarebbero andati nelle tasche della società, ma la dignità del Gualdo e dei gualdesi sarebbe andata a finire nella scatola con l’etichetta “Squadre e Città normali”. Tu invece hai sempre pensato che questa Città meritasse il meglio (e quella domenica voleva dire Di Livio nel nostro stadio) e che la dignità non era in vendita. Tutti lo pensano, ma pochi, pochissimi resistono a non farlo. La perdemmo quella partita, ma al ritorno rendemmo il “favore” andando a vincere a Firenze. Tu non c’eri, te n’eri appena andato, ma il tifo che hai fatto… solo noi lo sappiamo!

Ne ho un’altra di immagine, oltre a quelle dello stadio. E’ quella del tuo studio che ho avuto l’onore di visitare lo scorso anno, quando cercavo materiale per la mostra fotografica per i novanta anni del Gualdo. La tua Mirella lo ha lasciato intatto, con i muri tappezzati di foto, di articoli di giornale, di maglie biancorosse. E moltissimi altri ritagli di giornale e cimeli archiviati con ordine. Non mi sono solo sentito onorato di essere stato l’autore di qualcuna di quelle foto e di quegli articoli. Mi sono sentito anche stordito da quanta Gualdo c’è lì dentro.

Non sarei mai voluto uscire, colto da una sorta di sindrome di Stendhal. Entri e senti sulle spalle il peso della storia. Sembra quasi di sentire i cori del tuo stadio, il tuo vocione urlare “Forzaaaaaa” o “Daje Zoran” da dietro la porta. Fosse per me farei della visita al tuo studio un percorso didattico per le scuole. Per far sentire ai gualdesi di domani il profumo e la grandezza di un gualdese di ieri.

Oggi sono nove anni che ci hai lasciato, ma, come solo ai grandi è permesso, sei vivo non solo nelle fotografie, nel busto a te regalato da una magnifica squadra, nei tanti video, nella gigantografia che oggi campeggia all’ingresso della tribuna, ma anche nei cuori dei tuoi familiari e nelle migliaia di persone che ti hanno conosciuto anche solo di fama. Allora il compito mio, degli altri che con me lavorano all’interno dello stadio e dei tanti che ancora sono innamorati di questa maglia è quello di farti entrare nel cuore di ogni bambino che oggi inizia a calciare la palla nella scuola calcio che porta il tuo nome.
E il prossimo anno saranno dieci anni. Allora sarà anche ora di riuscire a farti quel regalo a cui, lo so, tu pensi dal giorno dopo che un gruppo di scellerati distrusse la creatura a cui tenevi di più. Perché sono sicuro, che a te non basta vedere quelle maglie solcare ancora i campi di calcio. Tu vuoi tornare a vincere e tornare a vedere il tuo Gualdo in alto. “Ah io voglio vincere, anche se gioco male” questo dicesti in un’altra intervista.

Ah…. eccola… un’ultima immagine: il giorno dei tuo funerale, quando alla tua bara hanno fatto fare uno struggente giro di campo di quello stadio che tanto hai amato, ma che hai frequentato solo in un settore: il tuo, quello dietro i cartelloni pubblicitari della porta a nord. Un ricordo triste, ma sono convinto che fu il gesto più significativo, più bello e più dolce che quel giorno i tuoi cari ci potessero regalare. Ciao Pres, cuore biancorosso. E grazie.

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