Curva o tribuna?

Le seguenti sono considerazioni assolutamente personali e al di fuori da eventuali polemiche socio-culturali-politiche-sportive in atto nel periodo in cui state leggendo. La prefazione è d’obbligo in un momento in cui mi hanno detto che ormai non posso più scrivere liberamente, da cittadino qualsiasi. Sigh!… che brutto!

Mi hanno detto tante volte di “non fare il tifoso”. Specialmente in questioni riguardanti la politica, le cose della mia Città. Tutte le volte ho risposto “no, no, che tifoso”. A dir la verità un po’ frastornato, anche perché quando a dirtelo è gente che la politica la fa da una vita, ci pensi un attimo prima di controbattere. Pensi “si vede che qua non bisogna pendere da nessuna parte, bisogna mantenere una facciata inossidabile e distaccata. Si vede che funziona così, boh! Che significa non fare i tifosi?”. Piano piano ci sto arrivando. Ci sto arrivando da quando leggo stati di Facebook, commenti su blog vari, provenienti anche da chi mi ha suggerito di non tifare, commenti che sono nient’altro che tifo ben mimetizzato. Non fare i tifosi significa nient’altro che… nascondersi. Mi spiego meglio.

Esistono due tipi di tifosi. Ci sono quelli da curva, quelli che non hanno mica paura di indossare la sciarpa e il cappello con i propri colori! Quelli che urlano a squarciagola il nome della propria squadra. Lo urlano anche in presenza di sostenitori avversari. Senza paura, con una fede che si avvicina alla Fede quella vera. La forza che li spinge è l’orgoglio, il credere in ciò che supportano, l’aver paura solo della paura. L’impronta che essi vogliono dare alla propria vita è quella dei propri passi. Senza trucco, né maschera.

Poi ci sono i tifosi da tribuna, quelli che non capisci mai da che parte stanno. Non hanno cappelli né sciarpe e li vedi seduti con abiti normali. Ti siedi accanto e se gli chiedi per quale squadra tifano, ti sorridono e ti dicono che “l’importante è che in campo tutto scorra con la massima correttezza e che si assista ad una bella partita”. Poi però vanno a casa e scrivono sui blog, magari in maniera anonima, di una sconfitta o di una vittoria con una veemenza e una cattiveria pari a quella degli ultras. Con la differenza che loro in curva non ci sono andati e non ci andranno mai. La forza che li spinge è la paura. Quella di esporsi, di dare alla vita un’impronta forte di se stessi, perché è meglio ragionare e camminare con la testa e le gambe di altri che magari reputiamo più capaci di noi. Più comodo e meno rischioso.

Allora cosa fare quando ci si trova davanti lo stadio? Quando si deve scegliere il settore dove sedersi? Perché non c’è un’altra scelta. Anzi ci sarebbe. Un’altra scelta è colui che si vanta di non interessarsi di certe cose, quello che dice solo di “simpatizzare” per qualcuno e aspetta la sera per leggere i risultati sdraiato sul divano e in pantofole. Ma questa è una via che non ci interessa. Ci interessano le prime due: urlare apertamente in che cosa crediamo, col rischio di prendere qualche ceffone? Oppure consigliare a tutti di non fare i tifosi, fingendosi persona imparziale che comunque fa sempre la sua porca figura?

Giro l’angolo, ecco il botteghino: “Un biglietto per la curva sud, grazie. Va bene anche un posto in piedi!”

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