La sciarpa biancorossa

editoriale “Gualdo Biancorossa” – 1 maggio 2011

Legata al collo, stesa, mostrata, sventolata, maltrattata, a volte rapita. Finirò anche la mia vita a brandelli, ma non invidierò mai le colleghe di lana, di cotone, di chasmere; quelle eleganti, con i colori tenui, sedentarie, snob. Loro non conosceranno mai i colori della primavera e dell’estate, non passeranno mai una giornata frastornate dai canti e bagnate dalle lacrime versate per una passione. Scusate, non mi sono presentata: sono una sciarpa. Di quelle con i colori sgargianti e allegri delle squadre di calcio. E oggi, in questo giornale, ho deciso di sostituire con la mia storia, la classica presentazione della partita.

Volevo raccontarvi un po’ della mia vita. Per esempio di quella volta che sentii un freddo cane. Era giugno, ma un vento talmente forte fece evaporare tutto il caldo accumulato durante il giorno. Affacciata dal finestrino di un’auto lanciata a centotrenta chilometri orari in autostrada, credetemi… non fu per niente piacevole. Si veniva dalla Toscana, dove insieme al mio padroncino avevo accarezzato un sogno svanito all’ultimo istante. Ammirai molto il mio compagno umano in quell’occasione, perché nonostante la sconfitta ebbe la fierezza di sventolarmi anche durante il viaggio di ritorno, così com’era successo anche anni prima di ritorno dall’Abruzzo. Il giorno dopo pensai che la mia vita fosse finita lì.

Sporca, sfilacciata e stropicciata, finii dentro un cassetto con un forte effluvio che i miei vicini descrissero come naftalina. “Quando senti quest’aroma – mi spiegarono – significa che da qui non esci domani. E neanche dopodomani”.

Fu proprio così.

Passarono giorni, mesi, anni. Ogni tanto sentivo parlottare fuori da quel cassetto e divenni consapevole che non c’era più spazio per me, che la squadra che rappresentavo se la stava passando male. Si parlava di categorie che nulla avevano a che vedere con quella che la mia squadra aveva lasciato durante quell’ultimo viaggio. “Si, ma che c’entra – pensavo – in fondo una squadra di calcio rappresenta una città e le città mica retrocedono”.

Passarono altri anni, periodi bui in cui le colleghe di chiffon e lana mi prendevano in giro ogni volta che si apriva il cassetto e venivano prelevate per andare a passeggio. Fino ad oggi. Oggi, finalmente, la luce! Ho saputo una notizia grandiosa. Domenica tornerò allo stadio! Sembra che quel biancorosso un po’ sbiadito che porto addosso sia tornato a vincere e a risplendere degli antichi fasti. Che strani gli umani, pensano che sia degna di mostrarmi soltanto quando si vince. Ma va bene così, oggi non voglio pensare a questo. Oggi non so come contenermi, tanta è la gioia. Rivedrò il mio stadio, i vecchi amici, tornerò a sentire i cori. Che emozione! Chissà che figura farò con le mie colleghe più giovani. Io sono della vecchia generazione. Pensate che su un lato mi hanno disegnato lo skyline della mia città con la scritta “Gualdese per sempre”. Non ce ne sono più di sciarpe come me.

Ho saputo che si gioca contro il Trestina e sarà la prima tappa di un viaggio lunghissimo, difficile ai limiti dell’impossibile. Dice che alla fine del viaggio, se si avrà la tenacia, la fortuna, la bravura di arrivarci, si potrebbe giungere ad un traguardo che vorrebbe dire essere ad un solo gradino sotto al podio da cui la mia squadra è precipitata anni fa.

Non vedo l’ora! Fatemi uscire da questo cassetto ora, immediatamente! Prendetemi, srotolatemi, maltrattatemi, lanciatemi, sventolatemi. Fate quello che volete, ma mostratemi e cantate, urlate a squarciagola che il Gualdo è forte e vincerà! Alla fine voglio riassaggiare le vostre lacrime. Di delusione o di gioia poco importa. Saranno lacrime di gualdesi che avranno lottato e sognato per qualcosa. Le migliori.

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