Il cuore di Gualdo

Racconto finalista del “VI Premio Rocca Flea” e pubblicato nella raccolta “Borgo Natìo”, edizioni Accademia dei Romiti – 2013

La percorri in su, verso la montagna, e il rumore della Flaminia cala gradualmente. Via Giacomo Matteotti, se gli incolli Via della Rocchetta, è un lungo serpente che, curva dopo curva, si snoda fino ad infilarsi nella gola più suggestiva di tutto l’appennino umbro.

Se le percorrete fino in cima in una giornata plumbea, penserete che Edgar Allan Poe, Bram Stocker o Mary Shelley non possono non aver fatto una passeggiata qui, all’imbrunire di una fredda giornata d’autunno, prima di scrivere i loro capolavori. Se alzate la testa le cime delle rocce sembrano toccarsi e mangiare il cielo grigio. C’è un punto particolare in cui potete notare un solco scavato nella roccia, un solco verticale che arriva fino al cielo. La leggenda narra che a farlo sia stata la coda di un drago inferocito. Quel punto particolare si chiama la “coda del diavolo” e tutti i bambini gualdesi sono stati terrorizzati, almeno una volta, dalla leggenda che si tramanda di padre in figlio dai tempi che furono.

Da qui nasce il vento gelido e rumoroso, che da secoli sferza e tempra gli abitanti di Gualdo Tadino. Di notte, con le sue urla e i suoi fischi, la tramontana della Rocchetta sembra raccontare alla città chissà quali oscure storie. E i bambini gualdesi, rigirandosi nel letto caldo, non possono non pensare al fragore che fece la coda del drago nel momento in cui, milioni di anni fa, impattò con la dura roccia della Rocchetta.

Provate invece a percorrere la gola in una mattina d’estate, quando il sentiero che arriva dall’alto, dalla balza di Mezzogiorno, si addolcisce e si trasforma in una morbida discesa. C’è un punto particolare, uno slargo, in cui nelle belle giornate di sole verrete accolti da centinaia e centinaia di farfalle. Vi volteggeranno intorno quasi a salutarvi, a dirvi di pensare che i paradisi in terra esistono eccome. E questo è uno di quelli. Allora penserete che i poeti più grandi, quelli che vi hanno fatto accelerare il battito cardiaco anche con un semplice aggettivo, devono per forza aver scritto le loro poesie più belle seduti qui da qualche parte. Ispirati da tanta bellezza.

E’ qui, in questo posto tanto splendido, quanto sconosciuto ai più, tanto agghiacciante d’inverno, quanto fiabesco d’estate, che Mauro passeggiava in un fresco e dolce mattino d’autunno.

Mauro era un appassionato di trekking, ma soprattutto era un appassionato dei luoghi dov’era nato e vissuto. Ne conosceva di storie, aneddoti e leggende. Immerso in quella natura a lui familiare stava ripensando proprio ad una storia vera sentita al bar la sera prima. Quella di un vigile della Gualdo degli anni ’50 alle prese con un forestiero imbufalito che, lungo la Flaminia, minacciava di denunciare il Comune perché un sasso, colpito da una ruota dell’auto che lo precedeva, era volato verso il cofano della sua fiammante Alfa Romeo. “Questo sasso non è di Gualdo” – aveva sentenziato il vigile dopo un attento esame. Lasciando esterrefatto il forestiero.

Il pensiero di quella storia tanto lontana nel tempo lo tenne occupato mentre, lasciato il sentiero sinuoso che saliva verso la valle del Fonno, deviava verso il fontanile di Campitella e, da lì, proseguiva verso l’imponente balza di Mezzogiorno. “Non c’è quasi più niente di tutto quello” – disse quasi a volte alta ripensando alla storia del vigile. Inventata o no, la verità era che allora in quel paese si conoscevano veramente anche i sassi, mentre ora, in questa città si fatica quasi a riconoscere il vicino.

Mauro superò un bosco tappezzato di foglie umide e dai colori incredibili, quindi l’ultima erta. Per ultimo scese il leggero pendìo che porta alla terrazza naturale della balza di Mezzogiorno. La città si rivelò piano, piano, lì in basso. Vide dapprima le ultime case del Cerqueto, poi la stazione, poi il nastro della Flaminia, poi le mura, poi il campanile di San Benedetto, poi la Rocca Flea e infine, dal bordo della terrazza, ecco la gola della Rocchetta. Da dove era partito un’ora prima.

“Non c’è quasi più niente di tutto quello”. Stavolta lo disse veramente a voce alta, perché si affacciò prepotente l’immagine del paese di pietra a forma di cuore, che appariva ai camminatori di cinquanta anni prima. Adesso, sotto di lui e a circondare i monumenti cari, era adagiata una cittadina dalle tegole rossastre e dal traffico rumoroso in mezzo al verde della campagna striata da nastri grigi d’asfalto.

Sedette sul ciglio della roccia e bevve un lungo sorso dell’acqua con cui aveva riempito la borraccia. La stessa acqua che correndo lungo condotti invisibili alla sua vista, andava a finire non nelle case dei gualdesi, ma in quel capannone bianco che Mauro scorgeva laggiù, settecento metri più in basso. Come un ritratto fotografico: in primo piano, nitido, lo scorrere dell’acqua che dalla borraccia scendeva verso la sua bocca. Sullo sfondo, sfuocata, l’azienda che la imbottigliava, non regalando nulla alla città di cui quell’acqua era l’emblema da secoli.

Ripensò a quando, bambino, andava a piedi dalla casa di Via Matteotti a piazza Martiri per comprare “Topolino” nell’edicola storica di Zuccarini.

Allora si poteva fare. Si poteva essere piccoli e andare a spasso da soli. Poche auto e tanti gualdesi che ti salutavano lungo la strada, anche se non ti conoscevano bene. Se indugiavi a lungo con lo sguardo, partiva inesorabile la domanda “Chi fio sae?” E giù a chiacchierare con il solito finale: “Saluteme babbeto e sta’ attento, tutto solo pe’ la strada, nì”. Allora era pressoché un modo di dire. Adesso è un consiglio vero.

L’incrocio con Via della Botte, dove nei pomeriggi estivi le donne usavano scambiare pettegolezzi di ritorno dalla fonte. La salita su per i vicoli che ti facevano sbucare in Piazza col fiato in gola. La tramontana che d’inverno, quando alle cinque del pomeriggio era già buio, ti schiaffeggiava non appena superato l’angolo del comune. Il tepore dell’edicola col suo odore di carta stampata e di figurine Panini. A questo Mauro pensava con lo sguardo perso sotto di lui. E mentre i suoi pensieri vagavano, i suoi occhi, come un photoshop biologico, stavano ridisegnando un paese di pietra a forma di cuore. Era quello che i suoi occhi in quel momento stavano vedendo.

I pensieri tornarono in piazza. A Quella Piazza. Dove si giocava la schedina dal barbiere di fianco all’arco del Soprammuro. Dove la domenica si poteva scegliere tra due film: quello del Talìa e quello, dal titolo sempre più casto, del Don Bosco. La locandina del Talìa di fianco al barbiere, quella dei Salesiani nell’altro lato della piazza. Quasi come a sfidarsi.

Ma in qualsiasi cinema andavi, il risultato non cambiava: finito lo spettacolo pomeridiano la piazza si riempiva di gualdesi fino all’inverosimile. Imbacuccati nei capotti o con il gelato in mano, quella piazza era il Cuore pulsante della città fatta a Cuore. Un cuore che odorava della pizza di Pachini, dei calzoni con la salsiccia della pizzeria di Gigetto e della mortadella di Rigalese. Un cuore. La vita.

Mauro tornò al presente, alla città rumorosa che stava svegliandosi sotto i suoi piedi, a quella città così diversa dal paese che d’improvviso si era impadronito dei suoi pensieri fino quasi a mandarlo in trance. Cercò invano di trovare un altro Cuore. Lassù lo sguardo poteva spaziare dalla prima all’ultima casa, ma non riuscì a scorgere niente di pulsante. Un centro commerciale, un altro, un altro ancora. E la piazza. Quella Piazza. Piccolissima vista da lassù e vuota, inesorabilmente vuota.

Mauro non era contro i centri commerciali, ma sapeva perfettamente che lì i cuori non pulsano. Freddi e asettici contenitori di merce. Magazzini abbelliti e aperti al pubblico. Pensò che se Pachini si trasferisse lì, la sua pizza smetterebbe di avere quell’aroma magico, unico, gualdese. Pensò che anche il suo paese era diventato vittima del famigerato progresso. Da ragazzo, come tutti i ragazzi, si sentiva immortale, lui e la sua città. C’era stato un periodo della sua vita in cui pensava e sperava che la sua Gualdo restasse così. Paesana, montanara, calda, rustica, nostrana. Tutti termini in cui, per quanto si sforzasse, non riusciva a scorgere alcunché di negativo.

Invece eccola. Sempre bella, specialmente vista da lì e con quella nebbiolina che andava diradandosi rendendo sempre più limpida e colorata la mattinata. Ma il cuore pulsante, quello non c’era più.

Mauro si alzò lentamente, raccolse lo zaino ed iniziò a risalire il duro sentiero delle Crocette, che lo avrebbe portato alla cima del Serrasanta. Si girò più volte ad ammirare quell’incredibile panorama. Pensò ancora alla Rocchetta, alla coda del diavolo, a Quella Piazza, ai vicoli, alla tramontana. Pensò alla fortuna. Non a quella che ti fa vincere la lotteria, ma a quella di essere nato e di vivere in un posto simile e di essere riuscito a resistere serenamente ai cambiamenti. La fortuna di amarlo alla stessa maniera e sperare che, prima o poi, un cuore ricominci a battere. Nonostante tutto.

Si guardò intorno e si rese conto che l’unica cosa che non era cambiata e che mai sarebbe cambiata era quella montagna. Ecco perché si trovava così a suo agio in quell’ambiente. Lì tutto era come quando era bambino, perché il tempo, che è l’artefice di tutti i cambiamenti, in montagna può fare solo da spettatore. Fu allora che si rese conto di aver cercato il cuore di Gualdo in basso, verso la città, senza rendersi conto di camminarci sopra. E’ solo un pezzo del cuore di un tempo, ma batte, eccome se batte. Ed è grande abbastanza per credere ancora che in questa Città nulla è perduto.

Deviò leggermente dal sentiero, raccolse un piccolo sasso tra l’erba e lo mise dentro la zaino. Quello, sicuramente, era un sasso di Gualdo.

© Marco Gubbini 2011

borgo

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2 pensieri su “Il cuore di Gualdo

  1. Bellissimo! Questa è la nostra Gualdo, ho provato un emozione immensa nel leggere queste righe… tanti ricordi! E’ per questo che nonostante tutto io amo la mia città.

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