Beato Angelo 24-7-365

“Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani.” Sembra che questa sia la frase integrale scritta da Massimo D’Azeglio, da cui poi è derivato il motto sintetico “fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Ci scuserà D’Azeglio se la prendiamo in prestito per la nostra comunità, ma ancora una volta, l’ennesima, ci troviamo a dover rifare gli stessi vecchi discorsi.

Anche quest’anno sembra che la festa del nostro Santo Patrono venga ridotta a “giornoqualsiasi” da alcuni centri commerciali che terranno le saracinesche alzate noncuranti della festività della città che li ospita. Nulla di male, direbbe un freddo osservatore, la legge sembra che sia dalla loro parte, se non fosse per un piccolo particolare, anzi più di uno: tutti i gualdesi che dovranno alzarsi il 15 gennaio per andare a lavorare nel giorno della loro festa. Guarda caso gli operatori commerciali che si apprestano ad offendere la Città dove operano, non sono della stessa Città. Guarda caso sono gli stessi che hanno preteso (e purtroppo incredibilmente ottenuto) un “anteprima” dei Giochi de le Porte nel loro parcheggio. Guarda caso sento in giro la stessa identica indifferenza. Lo stesso identico “benaltrismo” di quando fu sollevato il problema l’anno scorso. Ormai anche Wikipedia contiene la definizione di benaltrismo. Lo copio/incollo.“Benaltrismo: pensiero filosofico sorto a Gualdo Tadino nei primi anni del XXI sec. secondo il quale per un problema da affrontare ce n’è sempre un altro di importanza superiore. Si sintetizza con la frase classica “si, si, ma che te frega? I problemi sono altri”.

Non so bene, non entro in  merito, e vi pregherei di non dirigere l’eventuale discussione solo su questo, se una fredda legge, un’ordinanza o che altro, può obbligare le grandi attività commerciali di periferia a rimanere chiuse il giorno del Patrono. Non mi intendo di burocrazia. So solo che questa è una questione che dovrebbe coinvolgere non tanto lo sceriffo della Contea, quanto il buonsenso e il rispetto. Per la comunità e per i lavoratori. Io lavoro in un’azienda gualdese che ha dipendenti non solo gualdesi. Si sono sempre rispettate le festività patronali di tutti e quando è necessario tenere l’ufficio aperto il 15 gennaio (lavorando nella sanità, spesso lo è) ci si rivolge ai dipendenti non gualdesi. Questo significa rispetto e buon senso. Non può essere neanche questione di incassi, di profitto: primo, perché è impossibile che una mancata apertura di otto ore riduca sul  lastrico un’attività e, secondo, perché basterebbe tenere aperto la domenica successiva e il bilancio è salvo. L’apertura è facoltativa, ma di fatto tenere aperto un centro commerciale significa facoltà per la struttura, ma obbligo per il dipendente. Per questo considero un vero e proprio affronto alla Città intera anteporre una logica di mercato (giusta quanto si vuole) ad una tradizione, che vede i gualdesi partecipare agli eventi legati al Beato Angelo o semplicemente trascorrere la giornata con la famiglia o fare una gita fuori porta.

La mia mentalità porta al libero commercio, alla libera concorrenza, ma con i limiti dettati dal buon senso. Sono rimasto a bocca aperta quando, entrando all’Apple Store di New York, ho letto il cartello “open 24-7-365”, che significa sempre aperto dal 1 gennaio al 31 dicembre e anche di notte! Non solo nella metropoli; stessa cosa per il supermercato Price Chopper che avevo di fianco al motel in una piccola cittadina della Pennsylvania…  “open24-7-365”. Lì per lì ti prende. Pensi “che comodità! Il giorno di Natale  t’accorgi che non ti basta il pane, esci e vai”. Poi però pensi che negli Stati Uniti la tradizione più radicata è quella del tacchino il giorno del ringraziamento.

Qui no.

Noi viviamo in un Paese con radici profonde come quelle delle querce, in un Paese dove per le tradizioni ci si commuove, ci si esalta, si versano lacrime di passione. Allora la notte dormiamo, compriamo il telefonino venerdì, il pane sabato, così da celebrare la domenica le nostre tradizioni. O il giorno del Patrono la nostra Città. Questi siamo noi. Ma oggi mi viene da scrivere che questi dovremmo essere noi. Che cosa stiamo diventando se le svendiamo ad un supermercato le nostre tradizioni? Se sorridiamo al racconto/chiacchiera di un operatore commerciale non di Gualdo che dice “il Beato Angelo? E che santo è… io tengo aperto”? Se ci limitiamo a scrollare le spalle quando ci dicono che dobbiamo andare a lavorare il giorno del Patrono? E’ uno, per la miseria!! Uno solo all’anno, il giorno del Patrono.

Non sono sfiduciato, continuerò a lottare affinché questa Città abbia l’attenzione e il rispetto che si merita, ma non mi meraviglierei per un’eventuale richiesta di trasferire il rito gualdese del bacio al Beato Angelo all’interno del parcheggio di un supermercato. Sono sicuro che, in cambio di denaro per la comunità, la proposta potrebbe essere accolta da qualcuno con una scrollata di spalle. “Che vuoi che sia, i problemi  sono altri, ci sono i cassaintegrati, non c’è più un euro in giro e i soldi servono”. Sarebbe niente di più che il passo successivo di quanto accaduto lo scorso settembre. Sarebbe anche l’inizio dell’open 24-7-365, cioè la fine. E forse sarà anche il caso di cancellare il motto di D’Azeglio da questo post. Perché qui, di fronte alla marea di aziende forestiere che non solo non investono un centesimo nel territorio in cui operano (un nome a caso: Rocchetta), ma non ne rispettano neanche le tradizioni civili e religiose, mi sa che non s’è finito di fare ancora neanche Gualdo. Figuriamoci i gualdesi.

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