Comuni più vivibili d’Italia. Gualdo al 20° posto? Se sbagli a cliccare, si!

Gualdo tra i primi 100 comuni più vivibili d’Italia? Secondo Umbria Left (giornale telematico della sinistra umbra) sembra di si. “Il settimanale Panorama – cita il giornale online – è fonte insospettabile: il settimanale della Mondadori, di proprietà, quindi, del premier Berlusconi e perciò non certo tenero con i comunisti e con le amministrazioni di sinistra. Eppure l’Umbria non ne esce certo male… con Gualdo Tadino al 20° posto e San Giustino al 45°

Aggiunge Eugenio Pierucci l’autore dell’articolo: “L’exploit gualdese è senz’altro sorprendente poiché smentisce clamorosamente quanto sostenuto dal centro destra in campagna elettorale, sulle insufficienze dell’allora Giunta di centro sinistra che poi uscì sconfitta dalle urne. E’ del tutto evidente che in pochi mesi l’amministrazione Morroni non può aver ribaltato questo giudizio “negativo”, tanto più che le rilevazioni che stanno alla base dell’indagine risalgono ad epoca precedente. La conclusione è, allora, che della realtà amministrativa gualdese ante elezioni venne data una visione distorta, non rispondente alla realtà, approfittando anche della sopravvenuta emergenza economica che aveva pesantemente colpito la fascia appenninica umbro-marchigiana (con la crisi della Merloni in particolare) che ha determinato un innegabile clima di sfiducia fra la popolazione del quale la Giunta Scassellati, che ora viene riabilitata, ha finito per pagare le conseguenze.

Siccome sono curioso di sapere come mai una notizia così importante e storica per la nostra comunità sia stata tenuta nascosta, sono andato a sbirciare sul sito di Panorama.

Ecco la pagina che parla dell’inchiesta.
Strano! C’è la lista dei primi cento, ma non c’è Gualdo!!! Clicco sul link in fondo. C’è un collegamento al file excel dei primi cento comuni. Niente, di Gualdo nessuna traccia. Clicco sul secondo, quello dove sono elencati i comuni che vanno dal 101° al 249° posto.
Eccoci! In effetti c’è di fianco un numero 20, ma è quello della riga di excel. Quindi bisogna aggiungere un 1 davanti per trovarsi di fronte alla realtà: siamo al 120°.

Un buon piazzamento, ma di gran lunga differente rispetto al 20° che ci avrebbe fatto balzare agli onori della cronaca nazionale.

E’ strano anche che proprio un altro articolista di Umbrialeft, l’amico e collega Nicola, scrivesse poco tempo fa su Tadinates “Crisi occupazionale, economica, morale e sociale che sta colpendo Gualdo e l’intera fascia appenninica. Brucia la città. Troia Brucia” (ecco il link)
Evidentemente in quella redazione vi è grande possibilità di confronto e dialettica: chi avrà ragione, Pierucci per il quale siamo (o eravamo?) un paradiso o Nicola per il quale la città brucia? 🙂 Ad onor del secondo diciamo che il primo è stato ingannato da un semplice… mouse

Comunque peccato. Cinque minuti di illusione…. anche per Umbria Left che oltre alla figura non brillante, ora dovrà riscrivere l’articolo scremandolo di cento posizioni e cento chili di incenso!

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Dal trekking someggiato al trekking… azzardato

La cronaca semiseria del IV Tadinates Trekking (pubblicato su Tadinates.it)
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Il vero trekking per molti inizia il sabato. Ed è fatica vera… quella per riuscire a scovare la scusa più decente per non partecipare. Tra i vari “nun c’ho l’attrezzatura” (???!!!), e “stavolta giuro che c’ho da fa coi scout”, ecco il messaggio più classico e diplomatico del mondo. Mi arriva alle 18 e recita “si me vedete pe le 8.30 bene, si no voldì che nun ce vengo”. Che sarebbe come dire “si ce vengo ce vengo si nun ce vengo nun ce vengo”. Che sarebbe come dire “nun ce vengo”. Così è stato. Non facciamo nomi e cognomi, sta brutto, solo che l’autore del suddetto sms si occupa di quella materia di cui sono fatti i boccali di birra ed è ricoperto di inquietanti tatuaggi.

Si parte dalla Rocca Flea e qui mi sembra doveroso citare coloro che hanno accolto, impavidamente, l’invito mio e del co-organizzatore Stefano “TanoCanario” Giombini. Mario Becchetti e Franco Chiucchi sono i primi ad arrivare a bordo del Mercedes di Franco. Segue il sottoscritto e la new entry Marco Bartoccioni, che ha dimostrato profonda e, a tratti, ahimè inascoltata conoscenza dei sentieri nostrani. Arriva Luciano Minelli. Dal giubbotto Kawasaki che indossa deve aver sicuramente scambiato il trekking per la motognoccata, ma non gli diciamo niente. A bordo di una fiat 500 ecco Marcello Diso, munito di attrezzatura tipo-Nepal (tra cui navigatore satellitare e bandana) e Sergio Ponti. Nessuno fa caso al sorrisetto sarcastico di quest’ultimo mentre scende dall’auto. Sarebbe bastato osservarlo attentamente per scoprire che lui e solo lui avrebbe segnato il destino della nostra tranquilla passeggiata domenicale…

Arriva anche Stefano. La leggenda narra che per ammortizzare la spesa folle sostenuta per l’acquisto della sofisticata attrezzatura tecnica in occasione del III Tadinates Trekking, il nostro percorra tutti i giorni a piedi e vestito come Gnaro Mondinelli (si nun sapete chi è andate su internet, tanto se state a legge… vol di’ che già siete collegati) la strada che lo separa dal suo ufficio di Perugia. Un fatto certo è che due domeniche fa, durante la partita Gualdo-Am98 svoltasi sotto una tormenta e un freddo polare, Stefano si aggirava per la tribuna del Luzi così vestito, col cappuccio alzato e guardando soddisfatto coloro (tutti) che esclamavano “Porc… me sto a strinà”.

Dalla Rocca ci spostiamo alla Rocchetta, via Santo Marzio, dove ci aspetta il nono partecipante, Paolo Venarucci, vero e proprio figlio d’arte.
Ci accorgiamo che non sarebbe stato un trekking normale dalla frase che, improvvisa, riecheggia dal fondo del gruppo durante la dura salita che porta al fontanile di Campitella. “Sarà ‘lcaso pe i due davanti de gi un po’ più piano?”. Tutti quanti ci giriamo, convinti di trovare il Casaglia trafelato di sempre. Invece è Mario, il motore di tutti i precedenti trekking, l’oggetto delle continue invettive di Casaglia a causa della sua folle andatura. C’è qualcosa di strano nell’aria.

Intanto i “due davanti”, Marcellino e Sergio, continuano imperterriti a tenere la media di Valentino Rossi a Sepang e con le lingue che toccano terra arriviamo alla prima sosta, quella del fontanile di Campitella. Si confrontano i dati dei due gps in possesso. Praticamente per il Garmin di Marcellino ci troviamo su per giù alla stessa altezza di Namche Bazaar, ai piedi del campo base dell’Everest, mentre il mio iphone segna l’altitudine di Palombina.

Non sarà certamente la tecnologia a fermarci e dal fontanile alla balza di mezzogiorno procediamo abbastanza spediti, ma l’altitudine comincia a farsi sentire: vediamo Casaglia ovunque. Stefano si accorge di essere sopraffatto dal mal di montagna, quando gli sembra di venire sorpassato da un Casaglia-che-non-si-lamenta. Arriviamo in cima alla balza e ci sembra veramente di essere in cima al tetto del mondo. Un cielo terso e un mare di nebbia ai nostri piedi. Gualdo come Atlantide, completamente nascosta da un oceano che quasi invita ad un tuffo. Di fronte a tanta bellezza anche i gps si commuovono, si parlano e decidono di fare la pace: ora tutti e due segnano la quota di 1200 metri sul livello del mare. A noi invece il mare sembra lì, pochi metri più in basso.

Mangiamo, beviamo. Fa freddo. Stefano alza il cappuccio antivento abbassando così di dieci minuti i tempi di ammortamento del suo investimento. Sergio ci guarda. Ci squadra dalla testa ai piedi. Chi ha incrociato quei minuti i suoi occhi parlerà poi di uno sguardo inquietante. Sta tramando qualcosa, ormai è certo.
Un occhiata all’orologio, qualcuno deve rientrare per mezzogiorno e allora si decide per il comodo sentiero del Razzipante. Quarantacinque minuti scarsi di cammino per sbucare sulla brecciaia della Madonnuccia. Semplice.

Prendiamo una via più corta”. E’ la voce di Sergio. Finora nessuno l’aveva sentito pronunciare alcunché. Ci voltiamo. La via più corta è sicuramente il Razzipante. “E do voe gì? Dritto per dritto dalla balza de mezzogiorno?” – scherza qualcuno. Non sarà uno scherzo. Nessuno di voi ci crederà, ma SIAMO ANDATI GIU’ DRITTI PER DRITTI DALLA BALZA DI MEZZOGIORNO!!!

L’inizio del percorso è abbastanza fattibile… diciamo i primi ottanta centimetri. Poi il dramma. Una pendenza inaudita che Reinhold Messner non si sognerebbe mai di affrontare. Smettiamo di camminare e iniziamo a scivolare, aiutati dal terreno umido. Partono i primi ciotoli. Quelli sopra avvertono quelli sotto: “Sasso!!”. E quelli sotto che si scansano. Dopo tre minuti partono altri avvertimenti: “Omo!!”. E quelli sotto che si scansano. Chiediamo a Sergio dove diavolo è ‘sto sentiero. Ci guarda stupito: “E que ne so? Chi ha parlato di sentiero”. Allora quelli sopra avvertono quelli sotto: “Bastigna!!”. E quelli sotto che si scansano.

Luciano scivola in maniera catastrofica e parte un sasso dritto verso Marco Bartoccioni; una prontezza di riflessi incredibile evita la totale evirazione al neo trekker.
Il sottoscritto frana tranquillamente (e devo dire anche con molta eleganza) verso un ramo che sembra messo apposta per reggermi e permettermi un gesto alquanto acrobatico, sicuramente da raccontare con vanto. Niente di tutto ciò. Il ramo si spezza e con questo la speranza di non portare i pantaloni in lavanderia.
E’ una strage.
Stefano è preoccupatissimo. Il materiale che indossa è antivento, ma non antistrappo. Un eventualità del genere gli fa perdere il lume della ragione e ricomincia a vedere Casaglia dappertutto.
Facciamo una sosta proprio sotto la parete, liscia come l’olio, della balza di mezzogiorno. Una vista simil dolomitica di cui probabilmente pochissimi gualdesi hanno goduto (e ce credo!!)
Proseguiamo. Sempre più in pendenza. Scoppia un leggero tafferuglio verbale riguardo al sentiero che dovremmo incontrare più sotto. Marcellino ha passato la serata davanti a National Geographic Channel e accende il gps. Ci dice che siamo poco più ad est del centro abitato di Gualdo Tadino, esattamente sotto la balza di mezzogiorno! Rinfrancati da questa certezza e dopo aver scaraventato il costosissimo Garmin giù nel dirupo, proseguiamo la discesa. Mi suona il telefono. All’altro capo c’è quello che “si me vedete pe le 8.30 bene, si no voldì che nun ce vengo”. Rispondo con un “Uttio uttio, adesso nun te posso parlà che sto giù pe no scarapeto. Te dico solo: avverte l’elisoccorso”. E riattacco.
Attraversiamo una brecciaia. Ormai si insinua in noi il terrore di non trovare vie d’uscita in discesa e di dover risalire fino in cima. Impensabile. Stefano sdrammatizza facendo il gioco del “Indovina cosa avrebbe detto Casaglia in questa circostanza?”.

Si continua a cadere. Incessantemente. La nebbia ci impedisce di vedere sotto. Si continua a scherzare sul fatto che “tanto Gualdo di qui sotto è. Do va?”. Nessuno lo dice, ma il timore è quello di trovare Fossato, e non Gualdo, la sotto. All’improvviso l’abbaiare di un cane. Si comincia ad intravedere anche un sentiero. Minuscolo.
E’ in questo preciso istante, proprio quando la salvezza sembra veramente a portata di mano, che Mario cede. Indossa una fascia in testa che lo fa sembrare Robert De Niro ne “Il Cacciatore”. Gli gridano “sasso!”. Lo schiva, ma la forza di gravità rende vano ogni suo sforzo di mantenersi in equilibrio. Due piroette ed eccolo protagonista di una caduta degna di Real Tv. Rotola fino ai piedi di Franco che ne ferma la discesa. Da Robert De Niro al Gary Cooper de “La Maschera di Fango” il passo è breve! Franco ne raccoglie gli occhiali, miracolosamente integri e si continua.

Ad un certo punto eccolo! Il sentiero della Spina! Ci porterà diritti al convento dei Zoccolanti. Arriva anche il padrone del cane che ci saluta con “ma da do c…o venete?”. Glie lo diciamo. Ci saluta terrorizzato con un “vualtre sete matti”.

Il sentiero ci fa lo stesso effetto della tangenziale di Los Angeles dopo aver percorso le curve di Casacastalda. Chi lo fa con un piede solo e chi all’indietro. Non paghi di quanto successo, a metà sentiero Marcellino e Paolo deviano per una ripida e piccola brecciaia che, secondo loro, avrebbe dovuto portare direttamente a Santo Marzio. Nessuno li ha più visti.
Arriviamo in perfetto orario alle auto e ci salutiamo proprio mentre i primi racconti dell’avventura stavano cominciando a trasformare la realtà in leggenda.

EPILOGO: tutto quello che ho raccontato, benché molto caricaturato, è successo veramente, comprese le cadute. Così come veramente abbiamo potuto ammirare panorami mozzafiato. La cosa incredibile è che, benché siano gli stessi luoghi in cui ci imbattiamo in ogni passeggiata, la meraviglia è sempre nuova. C’è stato però un piccolo neo: quando abbiamo visto la fine del sentiero della Spina devastato dalle moto. Un peccato. Per la bellezza del posto e perché pensiamo ci siano luoghi migliori che un sentiero segnato per divertirsi con le fantastiche due ruote.
Mario Rigoni Stern, un mito della letteratura di montagna, ha scritto che “la montagna è l’ultimo baluardo, l’ultimo serbatoio di risorse in un mondo dilapidato e va difesa ad ogni costo. Il mondo che stiamo vivendo è fatto per consumare, ma consumando consumiamo anche la natura, quindi consumiamo noi stessi”. Davanti a questo fatto Rigoni Stern sperava di vivere abbastanza per vedere “il mondo rinsavire, con la fine degli sprechi, delle cose inutili, del chiasso e delle luci che nascondono le stelle”. Non ce l’ha fatta. Forse non ce la farà nessuno di noi.

Gustatevi le foto qui sotto, ma l’invito, rivolto a tutti coloro che non hanno mai partecipato ai nostri trekking, è quello di unirsi a noi. Perché le montagne viste da Gualdo sono magnifiche, ma Gualdo da lassù … toglie sempre il fiato.