Ciao… Ciao

Articolo pubblicato nel numero di marzo 2010 del mensile Jam e scelto fra i migliori racconti della VII edizione del Concorso Nazionale “Il Corto letterario e l’illustrazione”. Il libro con i racconti premiati, tra cui il mio, è acquistabile cliccando qui.

 

Il garage profuma dell’umidità delle lenzuola stese ad asciugare. Il garage è la casa di riposo degli oggetti che non servono più, ma che hanno avuto un legame così forte con noi, pur essendo solo oggetti, che inconsciamente non si ha il coraggio di gettarli nella spazzatura. Il garage è pieno di scatole impolverate e chiuse da anni. E’ dalla fessura di una di queste scatole, prodotta da un nastro adesivo ormai logoro, che fa capolino il viso di Joni Mitchell. La cantante mi guarda dalla copertina impolverata del primo numero di una raccolta di riviste ormai dimenticate.

Apro lo scatolone proprio mentre, strano scherzo del caso, dal mio i-pod pulsa forte “Since I’ve Been Loving You”, blues struggente dei Led Zeppelin. L’unico vero blues degli Zeppelin e uno dei più belli della storia della musica.

Apro la rivista. L’ultima volta che lo avevo fatto non c’era l’i-pod, non c’erano i cd, internet, YouTube. Quella rivista era l’unica fonte da cui attingere musica. Quella rivista è Ciao 2001.

Mi siedo sul pavimento freddo del garage. Fuori soffia forte la tramontana. Quella è la stessa degli anni ’70, fa sempre la stesso rumore, ma per un vero gualdese può essere anche musica. Già… la musica. La rivista che stringo tra le mani è LA musica ed è datata 1976.

C’è scritto che Joni Mitchell, dal folk, sta deviando verso il jazz. Scorro le pagine. Si parla di Grateful Dead, Santana, Linda Ronstadt, Genesis. C’è anche Jimi Hendrix, che è morto da neanche sette anni, ma è viva la musica e la tecnica che ci ha lasciato. La musica italiana è marcatamente progressive: Banco del Mutuo Soccorso, PFM, Orme. Le classifiche internazionali sembrano irreali: Desire di Bob Dylan è al primo posto negli States, grazie allo straordinario singolo Hurricane. Quelle italiane fanno sorridere. Si, c’è Dylan, ci sono gli Eagles di Hotel California, ma al primo posto gli Oliver Onions guardano tutti dall’alto con Sandokan, segno che la cultura musicale italiana è da sempre arroccata sulla linea mediana. Faccio due conti: ero praticamente un bambino quando l’edicola Zuccarini voleva dire per me e tanti giovani gualdesi solo Ciao 2001. Non è possibile che un bambino fosse interessato ai Van Der Graaf Generator o a Santana, ma poi mi ricordo di quando acquistai “Wish You Were Here” dei Pink Floyd il giorno della sua uscita. Ed era il 1975. D’altronde la musica in quel periodo era quella. Non c’era via di mezzo. O ascoltavi il progressive, i nostri cantautori più impegnati, la musica che proveniva da Stati Uniti/Inghilterra o l’alternativa era Mal con Furia, gli Oliver Onions con Sandokan e i Santo California con Tornerò.

Le pagine di Ciao 2001, quelle che sto sfogliando, emanano un fascino ancora più grande a distanza di trent’anni. Lo mangiavo quel giornale. Mitiche le rubriche. “Lettere al Direttore”, “Fermate il mondo, voglio scendere”, “Underground e Pop”, “Help”, “Psicologia e Psicoanalisi”. All’interno, un mondo giovanile che stava subendo enormi mutamenti, che stava continuando tutto quello che la generazione del ’68 aveva lasciato, deviando un po’ per volta verso direzioni più soft, quelle che poi sfoceranno nel nulla degli anni ’80.

Ciao 2001 era una bibbia. L’unica possibilità che avevamo di sapere chi sarebbe diventato famoso da lì a poco. Le recensioni erano il nostro i-Tunes. Ci si doveva fidare del giornalista di turno, perché se andavi al negozio e chiedevi di scartare un lp per assaggiarlo, ti guardavano male. Ma mica ti dovevi fidare di Simona Ventura! C’erano Mario Caffarelli, Marco Ferranti, Dario Salvatori, tutte penne che si nutrivano di musica scegliendo i “ristoranti” più sopraffini.

Ciao 2001 ha seminato cultura. Era un giornale di musica, ma rileggendo oggi le lettere al direttore si può scorgere il periodo storico, si possono intuire i disagi giovanili dell’epoca. Tutto magistralmente coordinato da Saverio Rotondi, il direttore scomparso nei primi anni ’80, che aveva la capacità di rispondere ai quesiti dei lettori “smorzando ogni estremismo”. Per un periodo, la rivista ha anche cercato di entrare nelle case dei giovani rockettari italiani con una rubrica di jazz, ma allora questa era musica per vecchi. Woodstock era vicino esattamente come adesso è vicino l’11 settembre e non fu proprio un successo.

Ciao 2001 era il poster. Ora in camera c’è il desktop del PC che possiamo riempire a nostro piacimento. Noi avevamo i poster di Ciao 2001. Quello di Bennato con chitarra e armonica rappresenta il più nitido ricordo della mia stanza della musica. Quelli di Emerson Lake & Palmer e dei Queen invece vogliono dire la soffitta di Giampaolo, quella dove sognavamo di diventare musicisti veri (per lui è diventato realtà).

Ciao 2001 era da guardare e riguardare, come si faceva con gli Lp.

Chiudo la rivista e la ripongo insieme agli altri numeri. Salgo le scale e spegnendo l’i-pod mi arrivano le note di un brano di Hillary Duff provenienti dalla stanza di mia figlia. C’è anche una rivista colorata riposta sul tavolo sotto il plasma. Mi viene in mente lo sfondo che Ciao 2001 poteva avere quando era appoggiata, fresca di stampa, sul tavolo della sala: un televisore bianco e nero con i tasti 1 e 2, che corrispondevano agli unici canali Rai. Sorrido leggendo il titolo. Si chiama “Cioè”. Un segno dei tempi; “cioè” è la congiunzione dichiarativa che nel linguaggio attuale non congiunge nulla, ma è l’incipit di molti discorsi adolescenziali.

Chissà se i due giornali potessero parlare le cose che si direbbero. L’uno sorriderebbe dell’altro. “Piacere, mi chiamo Ciao e ti racconto la storia della musica”. “Ciao Ciao, io sono Cioè…. cioè…. dunque… quindi… ehmmm”.

© Marco Gubbini 2009

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Viva il Gabon

Leggo di iniziative volte a far rinascere la vita nel centro storico. Ottimo, encomiabile. Ma ricordiamoci che i suoi assassini siamo noi. Provate a passare per Piazza Martiri ora che ci sono di nuovo le transenne per la ripresa dei lavori. Stasera alle 18.00 era uno spettacolo INDECENTE e VERGOGNOSO. Non tanto per le transenne, quelle passano (prima o poi), ma per la quantità di auto messe diritte, storte, capovolte.

Ogni minimo buco libero occupato da auto! In Piazza ovunque, lungo Corso Italia un pò a spina di pesce e un pò per diritto lungo la fiancata di San Benedetto. Una vista indegna anche per un paese della provincia più sperduta del Gabon (nella foto). La chiusura totale del centro è ormai una chimera irraggiungibile, ma che si stoppi almeno la sosta. I divieti sono ad oggi regolarmente disattesi e non puniti (oltre che segnalati sempre dal bel segnale montato su una ruota d’auto).

E’ ora che chi si deve vergognare lo faccia e subito! Si vergogni chi permette un affronto simile ad una piazza, si vergogni chi deve punire e non lo fa. Vergogniamoci noi che viviamo nel paradiso del trekking e non siamo capaci di fare a piedi dal parcheggio di Piazza Mazzini al bar Appennino.

Voterò solo chi presenterà un programma preciso sul traffico del centro storico. Voterò solo chi dimostrerà di conoscere il senso di un arredo urbano decente. Voterò solo per chi farà sparire quelle macchie d’olio da Piazza Martiri. Vi voterò, ma se poi si seguirà ancora la strada del permissivismo, del menefreghismo, se ancora dopo giugno dovrò vergognarmi della MIA piazza, venderò la mia carta d’identità su eBay come fece Simone Cappellini e chiederò la cittadinanza alla Repubblica Gabonese.

E se è vero che, come diceva Virginia Woolf, più si invecchia più si ama l’indecenza, allora forse è arrivato proprio il momento di dare una svecchiata al palazzo che, silente e accondiscendente, domina il parcheggio selvaggio di Piazza Martiri.