New York City, diario di viaggio

Mercoledì 25 Aprile 2007  – La sveglia suona alle 3.15 di mattina, ma la particolarità del momento atteso da mesi, per una volta non ci fa odiare il suono che ogni mattina ricorda inesorabilmente l’inizio di una nuova giornata di lavoro. L’appuntamento è alle 4 in Piazza Beato Angelo, a Gualdo Tadino. Da lì si muoverà il gruppo di ventuno persone che dovrà unirsi ad altre dodici che, essendo di Ostia, ci attenderanno direttamente all’aeroporto di Fiumicino. La destinazione? New York, the Big Apple. Ero già stato negli States, ma New York era stata solo sfiorata in un trasferimento aereo tra Orlando (Florida) e Milano. Le sale d’imbarco del JFK ovviamente non avevano soddisfatto la curiosità di conoscere la “capitale del mondo”.  E’ per questo che l’attesa, specialmente nelle ultime settimane, era diventata spasmodica anche per uno come il sottoscritto che ha sempre avuto un attrazione particolare si per l’America, ma per la più selvaggia. Non quella dei grattacieli, ma quella delle grandi praterie, dei parchi nazionali e della country music.

La gita è capitanata da Mario, amante della Grande Mela che tutti gli anni organizza, per amici, conoscenti e amici degli amici, una settimana alla scoperta della grande città americana. Sfruttando le sue conoscenze newyorkesi e italiane, la cifra che riesce ad ottenere per volo e hotel è sempre più che abbordabile. Il pullman che ci dovrà portare a Fiumicino è un… pulmino da 25 posti e alla fine raggiungere Roma in ventuno, con ventuno valigie più il bagaglio a mano, sarà l’unica parte scomoda di un viaggio, che andrà liscio come l’olio. Si parte alle 4.30 e arriviamo a Fiumicino circa tre ore prima del volo AZ644 di Alitalia con destinazione Newark, New Jersey, aeroporto ormai quasi più utilizzato del Kennedy per i voli verso New York. Le operazioni di imbarco sono abbastanza veloci, nonostante le nuove procedure di sicurezza che praticamente costringono tutti ad un mezzo striptease sotto i metal detector.

Le nove ore e mezzo di volo trascorrono in maniera tranquilla. Tre film, un pranzo al limite della commestibilità e uno spuntino migliore del pasto precedente è quello che la nostra compagnia di bandiera offre per trascorrere il tempo a bordo. Dopo un atterraggio che sembra fatto con una ruota sola, ma che è ugualmente salutato da un immeritato applauso verso i piloti, eccoci negli USA. L’ampia vetrata della sezione dove vengono controllati i passaporti, ci regala il primo lontano skyline di Manhattan. E’ lo stesso che videro dalla torre di controllo dell’aereoporto quell’ 11 settembre di oltre cinque anni fa, il giorno in cui il mondo si fermò (where were you when the world stop turning?, canta Alan Jackson). Ci rendiamo conto solo ora, e ci verrà in mente ancora più avanti, di quante persone assistettero quel giorno allo schianto degli aerei sul World Trade Center dal Newark, dalla statua della Libertà, da Ellis Island, dai traghetti e dai tanti promenade di cui la città è piena. Lorenzo scatta una fotografia della città attraverso la vetrata, ma parte il flash. Una poliziotta se ne accorge e dopo aver visionato lo scatto, lo costringe a cancellarlo.

Il funzionario della U.S. Custom & Border Protection (la dogana) in cui molti di noi si imbattono, un asiatico, non è il massimo della gentilezza. Sarebbe stato meglio seguire il consiglio di Mario, dire subito di non conoscere una parola d’inglese e fare scena muta. Il sottoscritto ha avuto l’ingenuità di rispondere ad un paio di domande, ma nel momento in cui ha confuso un “when” con un “where” tra uno slang quasi incomprensibile, è stato fatto oggetto di occhiatacce e sospiri ironici. L’agente ci prende le impronte digitali, ci scatta una foto, vista il passaporto elettronico e ci congeda con la faccia di chi ha appena fatto entrare nel territorio americano Bin Laden. Veloce ritiro bagagli e salita sul confortevole pullman che dovrà percorrere i trenta chilometri che separano Newark da Manhattan. L’ingresso nell’isola più abitata del mondo avviene attraverso l’Holland Tunnel, dato che la radio ha appena annunciato che il Lincoln è molto trafficato. Le previsioni e gli aggiornamenti sul traffico in tempo reale sono molto efficienti e i consigli sono seguiti alla lettera dagli automobilisti statunitensi. Sarà stato un caso, ma nella nostra settimana di permanenza e nonostante il traffico elevatissimo, ci siamo imbattuti in un solo ingorgo (risoltosi in pochi minuti). Il passaggio tramite l’Holland allunga il percorso, ma ci permette di percorrere e gustare buona parte di Manhattan partendo da Canal Street, Soho, il Village, fino ad arrivare su fino all’incrocio tra la Madison Avenue e la 38th street, sede del nostro hotel.

Le stanze del Jolly Madison non sono grandissime, ma comode e dotate di tutti i comfort. L’hotel è perfetto per chi intende visitare la città. A pochi minuti a piedi dalla famosa Fifth Avenue, dall’Empire State Building, dal Rockfeller Center, ma soprattutto dalla Grand Central Terminal, l’immensa e bellissima stazione di treni e metropolitana da cui partiranno tutte le nostre escursioni dei giorni seguenti. E’ lì che ci rechiamo, dopo una veloce rinfrescata, per acquistare la Metro Card: 24$ per una settimana di corse illimitate che ci permetteranno, grazie all’efficienza della rete metropolitana, di girare tranquillamente e velocemente per tutta la città.

Blocchiamo praticamente tutte le macchinette che distribuiscono le card poste all’ingresso della metro. I newyorkesi che si mettono in coda dietro di noi si dimostrano pazienti e comprensivi verso il gruppo di italiani “caciaroni” che con banconote e carte di credito in mano tentano di venire a capo delle istruzioni dei distributori automatici (fra l’altro anche in italiano). Quando noto la presenza della nostra lingua fra le quelle selezionabili, mi viene in mente quella località del lago di Garda in cui le indicazioni nei bar erano solo in tedesco!! Utilizziamo subito l’abbonamento salendo sullo shuttle che fa avanti indietro tra la Grand Central e Times Square. Il treno è strapieno, ma l’aria condizionata allevia i tre minuti scarsi di corsa.

Eccola New York. Per chi è partito poche ore prima da una tranquilla cittadina umbra, l’impatto con Times Square è devastante! I neon, il traffico impazzito di gente di tutte le razze, locali storici come Planet Hollywood, Hard Rock Cafè, BB King Blues Club, Virgin Megastore, i giganteschi lcd che trasmettono pubblicità e notiziari. Nessuna delle foto che stiamo scattando riuscirà mai ad immortalare la grandezza e la maestosità di questo pazzo crocevia tra il vecchio sentiero indiano ora chiamato Broadway e la 7° Avenue. Per la cena seguiamo il consiglio di Mario ed andiamo ad assaggiare la prima bistecca americana della settimana da Tad’s Broiled Steaks, un locale gestito da peruviani sulla Broadway, a pochi metri dalla piazza. Il locale è un self service con un menù fotografico in stile McDonalds esposto sopra la grande griglia. L’ottima carne, annaffiata da una fresca Budweiser ci fa dimenticare il triste menù di Alitalia e ci da l’energia per tornare a piedi verso l’hotel nonostante la stanchezza data dalle ventiquattro ore passate senza dormire. Facciamo un giro lungo, passando davanti al Rockefeller Center, alla chiesa di Saint Patrick, al GE Building e alla Public Library immortalata dal film “The Day After Tomorrow”. Foto davanti al Radio City Music Hall e rientro in albergo ormai zuppi di pioggia. Già, perché pioveva e nessuno aveva l’ombrello. Ma non ce ne siamo quasi accorti, tanto era l’entusiasmo.

Giovedì 26 Aprile 2007 – Inutile rimettere la sveglia. Il fuso orario si fa sentire e alle 4.15 io e Donatella siamo a rigirarci sul letto col fermo proposito di resistere almeno fino alle 7.00. Inutili anche i tentativi di controllare dalla finestra la temperatura dell’aria. Sotto la strada passa una signora in t-shirt, un ragazzo con una felpa e dietro un signore con un piumino! Gli abitanti della Grande Mela sono imprevedibili come la loro città! La colazione dell’albergo è abbondante e ottima. L’intenzione è quella di fare una prima colazione sostanziosa così da permetterci un pranzo più che leggero e i fatti seguono alle intenzioni! Ci incamminiamo verso la Grand Central per prendere la metropolitana che ci dovrà portare alla fermata di Bowling Green, punto più vicino alla zona d’imbarco dei traghetti che dovranno portarci a Liberty Island ed Ellis Island. La New York sotterranea è simile a quella sovrastante: un formicaio di gente i-poddata che corre a destra, a sinistra e in diagonale. Ognuno con la propria colonna sonora infilata dentro le orecchie, ognuno isolato acusticamente dal mondo che lo circonda. Ai pochi che l’i-pod non ce l’hanno e ai pochissimi che non hanno fretta, provvedono i musicisti della subway. Bravissimi e autorizzati dal comune con tanto di striscione attaccato al muro con su scritto nome e sito internet. Vendono i propri cd (masterizzati) a 10$ e il livello artistico è di gran lunga superiore a gente che in Italia si trova, purtroppo, in vetta alle classifiche. Dalla fermata della metro raggiungiamo i giardini di Battery Park, dove spicca The Sphere, la scultura “sopravvissuta” al crollo delle torri gemelle e qui riassemblata.

Castle Clinton, costruito per fermare l’invasione britannica del 1812, è il punto dove si possono acquistare i biglietti del traghetto della Circle Line.  Il fortino è stato anche il primo centro di accoglienza degli immigrati prima di Ellis Island. Sorvegliati dai Rangers (il forte fa parte dei parchi nazionali americani) paghiamo gli 11,50$ e ci mettiamo in coda per raggiungere il posto di controllo prima dell’imbarco. Dopo l’11 settembre tutti i visitatori dei monumenti e dei musei di New York sono sottoposti a controlli capillari. Ci si deve spogliare di cinte, scarpe, orologi, catenine, collanine, monete e cellulari per passare sotto sofisticati metal detector. I risultati sono code interminabili, ma tanta sicurezza in più. Pensiamo a coloro che ancora sostengono la tesi della messinscena riguardo l’attentato al World Trade Center.  Fosse vero, un Paese intero si sarebbe oltretutto complicato dannatamente la vita danneggiando il turismo e speso milioni di dollari in più per rafforzare le misure di sicurezza. Quando sei in un paese estero, è inevitabile fare paragoni con casa tua. Negli Stati Uniti non basterebbe un libro e, purtroppo, ne usciamo sempre perdenti. E’ il caso delle code. Lunghe, ma veloci. La nostra parte dall’ingresso di Castle Clinton e per raggiungere l’imbarcadero non impieghiamo più di quindici  minuti, perquisizioni comprese!

La prima tappa è Liberty Island, dove si trova la celeberrima statua della libertà realizzata da Bartholdi ed Eiffel (lo stesso della torre) e che la Francia donò agli Usa per festeggiare il centenario dell’Indipendenza nel 1886. Lady Liberty ci fa da sfondo alle foto di rito, insieme allo skyline di New York. Giro dell’isola e primo incontro con i fast food americani. Anche qui la coda è lunga, ma veloce. Quello che salta all’occhio è la mancanza di ressa davanti alle casse, così come siamo abituati a vedere nei nostri Mc Donalds. C’è una riga gialla dove aspettare il proprio turno e andare verso la prima cassa libera. Insalatona gigante, hot dog e bibite per un totale di 15$ in due. Consumiamo il pasto nell’area esterna, proprio sotto la statua che vigila sulla libertà degli americani. Riprendiamo il traghetto, che fa continuamente il giro Battery Park-Liberty Island-Ellis Island, dove arriviamo dopo pochi minuti.

Ellis Island è forse il posto più emozionante visitato nella nostra gita. In questa struttura, aperta il primo gennaio del 1892 e in funzione fino al 1954, arrivarono e furono accolti oltre 12 milioni di immigrati, di cui moltissimi italiani (tra cui il mio bisnonno). Un tipo di immigrazione diversa rispetto a quella che stiamo subendo in Italia. Un immigrazione che ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione, fisica e culturale, degli Stati Uniti. La nazione americana, la più multietnica al mondo, non perde mai occasione di ricordarlo e di riconoscere l’importanza fondamentale delle milioni di persone che sono state accolte in questo luogo, che è così diventato un toccante museo pieno di cimeli e foto. Significativa una gigantografia che ritrae un gruppo di bambini appena arrivati ad Ellis Island a cui è stata subito donata una bandiera americana. L’integrazione è stata quindi immediata. In Italia, anche da questo punto di vista, siamo ancora indietro.

Un altro traghetto ci riporta sull’isola di Manhattan e da qui ci incamminiamo verso la zona di Wall Street. Passiamo alla sinistra del Museo Nazionale degli Indiani d’America e ci promettiamo una visita (oltretutto l’ingresso è gratuito), ma la brevità della vacanza purtroppo non ce lo permetterà. Ci accorgiamo di essere arrivati dalle parti del Financial District a causa della presenza del famoso toro a cui tutti toccano le parti intime. Dicono che sia di buon auspicio. Pochi conoscono la vera storia della scultura. La mattina del 16 dicembre 1989, gli operatori di Wall Street trovarono il toro in bronzo di 3,2 tonnellate sul marciapiede della borsa. Nessuno aveva commissionato l’opera e al municipio di New York impiegarono tutta la mattina per capire cosa fosse accaduto. Nella notte Arturo Modica, scultore di origini siciliane, e una trentina di amici e parenti, erano riusciti a scaricare l’opera da un camion. Un’opera abusiva “simbolo di forza, potere e speranza della gente americana”, concepita dopo il crac del 1987. Lo stesso pomeriggio fu chiamato un camion per rimuovere l’opera, ma il clamore suscitato convinse il Park Department di New York a furor di popolo a dare una sede al “Charging Bull” a qualche isolato di distanza dalla borsa. Il toro è così diventato un’attrazione simbolo della città al pari della statua della libertà. Arriviamo a Wall Street e uno di noi va ad informarsi della possibilità di visitare la borsa, la New York Stock Exchange. Non è possibile, data l’ora, e ci incamminiamo verso Ground Zero. Solo il percorrere le vie limitrofe alla zona della tragedia del 2001 è scioccante. Tornano in mente le centinaia di filmati con la gente che fugge terrorizzata nelle vie che ci circondano dopo l’impatto degli aerei. Tutti i palazzi della zona sono stati ristrutturati. Solo una palazzina completamente sventrata a fianco di Vesey Street porta ancora i segni del crollo delle adiacenti torri. Tutte le foto e i messaggi lasciati sulla recinzione di Ground Zero sono stati rimossi. Vediamo solo una serie di gigantografie ci ripropongono le immagini della tragedia, ma anche il progetto del nuovo World Trade Center che sorgerà nell’immensa buca piena di gru e camion che stiamo osservando sotto di noi. Entriamo nel Winter Garden, posto tra i grattacieli del World Financial Center, per una pausa ristoratrice, ma anche per vedere la mostra che illustra le fasi della futura nuova costruzione che dovrà sostituire, ma anche ricordare, le torri gemelle.

Pausa al sole del piccolo porticciolo sull’Hudson posto sul retro del Winter Garden  e poi metro fino a Times Square per il primo assaggio di shopping. Virgin Megastore e Hard Rock Cafè le tappe, dove acquistiamo dvd e t-shirts ricordo. Pausa doccia in albergo e via di corsa alla scoperta di uno dei locali scovati in internet prima della partenza: il Rodeo Bar sulla 3rd Avenue. Raggiungiamo il locale in metro (fermata 28th street) e ovviamente è stracolmo di avventori. Trattiamo con una delle cameriera che non nasconde la sua ammirazione per l’Italia e gli italiani. Non fa altro che ripetere “molto bene” e ci promette un tavolo per le 21.15. Passiamo l’ora e un quarto che ci separa dalla cena con una passeggiata sulla 3rd. La serata è fredda ed entriamo in uno degli onnipresenti Starbucks per un caffé. A New York, la stragrande maggioranza dei locali pubblici mette a disposizione dei propri clienti la connessione wi-fi gratuita ad internet. Troviamo così gente che, con il proprio portatile o palmare, scarica la posta elettronica e scorre le ultime news mentre sorseggia un “frappuccino“ (ottimo frappé di caffé di cui diventerò assiduo consumatore). In Italia c’è qualche rarissimo Autogrill dotato di wi-fi, ma niente paura: ci vorrà il solito decennio, ma alla fine ci arriveremo anche noi. Il Rodeo Bar è come il sito lo descrive: stile western, affollato, chiassoso, americano. Molto country nello stile, ma non nella musica. Il gruppo presente sul palco stasera, Jay Collins Band, suona infatti del discreto blues. Anche il calendario musicale del mese, stampato dietro il menù, non presenta tracce di country music. New York si conferma città non incline alla musica più diffusa degli States. Prendiamo quasi tutti il piatto del giorno: la Cowboy Ribeye Steak (anche il nome del piatto avrebbe meritato un po’ di country di sottofondo…) e birra Budweiser. Nota: nei ristoranti statunitensi l’acqua è gratis. Viene portata a tavola immediatamente e rabboccata dal personale quando le caraffe si svuotano. Ottima abitudine. Bistecca gustosa (anche se non all’altezza di quella di Tad’s della sera prima) e serata gradevolissima grazie anche all’affiatamento del nostro gruppo. Arriva il conto: sono 19$ a testa, 14 euro. Il massimo che spenderemo per mangiare a New York!

Venerdì 27 Aprile 2007 – Piove. Il cielo non promette nulla di buono, per lo meno a breve termine e si decide per la ”giornata musei”. Dopo la solita abbondante colazione, Mario lascia a tutti la libertà di scegliere. Metropolitan, Moma, Guggenheim, American Museum of Natural History, e decine di altri. Come in tutte le cose anche qui New York è esagerata e lascia una varietà di scelta senza eguali. Solita passeggiata, stavolta bagnata, verso la fermata della metro alla Grand Central. Una volta aperte le porte che portano verso le barriere della metro, ecco il sottofondo musicale degli artisti di strada. Stavolta ci imbattiamo in Susan Cagle, una cantante/chitarrista di colore che si fa accompagnare da basso e batteria. E’ bravissima e compriamo il cd in società. Aprendo il sito internet si scoprirà che ha un contratto con Sony Music e che il cd che abbiamo acquistato è stato registrato in presa diretta nella subway di New York. Di più: la ragazza ne ha vendute oltre 30.000 copie (a 10$ l’una in versione masterizzata!) in circa tre anni di permanenza nelle fermate della metropolitana della città e sta partecipando ai MTV Video Music Awards col nome d’arte di Susan Justice! Nonostante questo continua a suonare nella subway. Un modo di concepire la musica lontano anni luce dal nostro. Mentre pago il cd, prometto al bassista di far suonare il loro disco in una radio italiana. Promessa che manterrò presentando il disco a “Sorgente Aperta” di Radio Tadino. La fermata in cui scendiamo è quella della 86th street. Giriamo a sinistra costeggiando Central Park e arriviamo al Metropolitan, dove ci attende una fila infinita. Alcuni di noi, dopo aver assaporato anche la coda fuori al vicinissimo Guggenheim decidono in questo istante che l’unico museo che gusteranno sarà quello a cielo aperto della stessa New York City. Saranno anche code veloci, ma arriviamo alla sofferta decisione di non dedicare uno dei nostri soli sei giorni per una mostra sugli antichi romani avendo anche oltretutto il foro romano a due ore da casa!

Attraversiamo Central Park fino all’altra sponda costeggiando il grande lago Reservoir. Arrivati alla Central Park West, giriamo a sinistra ed ecco l’American Museum of Natural History (quello del film “Una notte al museo”). Qui, tre dei nostri, Lorenzo, Leonardo e Riccardo si fermano e per 53$ acquistano il pass per accedere a tre musei, oltre al giro in battello dell’isola di Manhattan e alla salita sull’Empire State Building. Il resto del gruppo, dopo la sosta… ai bagni del museo, prosegue sotto una pioggia sempre più torrenziale verso sud.

Cerchiamo il Dakota, il residence sulla 72th street davanti al quale fu ucciso, nel 1980, John Lennon e dove abita tuttora la moglie Yoko Ono. L’ultima delle innumerevoli persone a cui Lorenzone chiede informazioni è proprio… il portiere del residence. Siamo arrivati proprio sul punto esatto dove l’8 dicembre di ventisette anni fa Mark Chapman sparò al ‘beatle’ dopo averlo fermato la mattina mentre usciva di casa per farsi firmare l’album Double Fantasy e averne atteso per ore il rientro. Il portiere è abbastanza giovane, quindi non è sicuramente lo stesso che quella sera assistette alla scena, ma il luogo è quello in cui il mondo perse l’autore di tutte le canzoni dei Beatles, nonché uno dei più grandi poeti. Prendiamo la metro imboccando la fermata della 72th, destinazione Columbus Circle, 59th street. La piazza è famosa per la presenza del monumento al nostro Cristoforo Colombo e per essere il luogo della celebrazione di una delle ricorrenze più importanti degli Stati Uniti, il Columbus Day. La festa, nata per commemorare la storica impresa del grande navigatore genovese, rappresenta la giornata dell’orgoglio italiano sul territorio statunitense. La pioggia sembra concedere una piccola tregua, ma noi entriamo lo stesso al riparo del Time Warner Center, un centro commerciale-culturale di alto livello in cui spiccano grandi nomi della moda, ristoranti e bar raffinati, ma anche il famoso Jazz at the Lincoln Center, vero e proprio tempio della musica jazz newyorkese. L’atrio del centro è pieno di gigantesche sculture di Botero e tra queste passiamo per raggiungere il primo piano, dove spicca Borders, un grande negozio di libri e musica. Riceviamo un volantino da un tizio all’entrata del negozio e scopriamo che all’una i Simply Red saranno presenti all’interno della stessa libreria per un mini concerto gratuito. Mancano dieci minuti e ovviamente aspettiamo. Nell’attesa, acquisto l’ultimo album del gruppo, Stay, a 12$ (circa 10 euro – prezzo in Italia 25 euro!!). Arriva Mick Hucknall e dopo un paio di brani c’è subito la pausa per la firma degli autografi sugli album. Approfittiamo anche noi e scambio due parole col rosso cantante del gruppo a cui chiedo se abita tuttora in Italia. “Ho una casa e ci trascorro molto del mio tempo” è la risposta di un gentile Hucknall.

Abbandoniamo il Time Warner Center, dopo una breve visita al CNN Store, alla ricerca di un posto dove mangiare e constatiamo con piacere che ha smesso di piovere. Prendiamo la metro fino a Porth Authority e da qui il sottopassaggio che ci porta a Times Square, dove entriamo nel primo ed unico Mc Donald’s della vacanza. Pochissima gente (forse l’ora), locale molto bello e gli hamburger dello stesso sapore di quelli italiani (anche il tempo in cui lo senti in stomaco sarà stesso). Usciamo in piazza e assistiamo ad una sorta di singolare riunione di “Cops”. Sembra che tutta la polizia di New York si sia data appuntamento in Times Square. Probabilmente un esercitazione, ma non lo sapremo mai. I poliziotti si lasciano fotografare senza problemi e lasciano fotografare le auto viste in centinaia di film. E’ a questo punto che facciamo il giro dei teatri per vedere se c’è la possibilità, stasera o domani sera, di assistere a qualcuno dei leggendari musical di Broadway. Il theatre district è a pochi metri da Times Square. Proviamo al ticket box proprio di fianco a Mc Donald, che vende i biglietti di tutti i musical. Tutto esaurito, ma un gentile ragazzo che controlla la fila ci consiglia di andare a sentire teatro per teatro. Seguiamo il consiglio. Del resto sono tutti lì, nel giro di due isolati. Al Minskoff Theatre (The Lion King) non esistono più biglietti per il week end. Al Lunt-Fontanne (The Beauty and the Beast) disponibili solo posti da 115$. Troviamo disponibilità al Richard Rodgers Theatre per il musical Tarzan, con musiche di Phil Collins. Ci sono biglietti per tutti gli ordini di posti, a partire da 51$, ma il titolo sembra non entusiasmare nessuno. Abbandoniamo l’idea musical.

Riprendiamo la metro fino alla Grand Central e, appena usciti dalla stazione, entriamo da Modell’s, un negozio di articoli sportivi con prezzi abbastanza convenienti. La prevalenza dei prodotti riguarda basket e baseball. Qualcuno ne approfitta per acquistare scarpe più comode per affrontare i chilometri a piedi che stiamo percorrendo e che dobbiamo ancora affrontare nei prossimi giorni! Per la cena, dopo il riposo in hotel, seguiamo Mario che ci porta da Sbarro, all’incrocio tra la 49th e Broadway. Sbarro è una catena fondata da due immigrati italiani, ma che ha molto poco di italiano nel pur gustabile cibo. E’ un grande self service con una vasta varietà di pietanze, dalla pasta alla carne, dalle insalate ai dolci. Alla fine si paga a peso. La spesa stavolta, per due, è di 26$. Consumiamo il pasto nel piano seminterrato del locale e via di corsa verso la metro più vicina. Destinazione: la fermata della 59th Street/5th Avenue. Pochi metri più a nord c’è l’Apple Store. La costruzione, posta sotto al grattacielo della General Motors, è un grande cubo di vetro, ma il negozio è posto sottoterra ed è aperto giorno e notte tutto l’anno! Il locale è una vera e propria mecca per i patiti Apple. Tutto l’assortimento di monitor, PC, portatili, ipod e tutti a disposizione di coloro che vogliono provarli. Ne approfittiamo per ascoltare musica e navigare in internet per controllare quello che sta succedendo in Italia e a Gualdo. Trascorriamo una mezz’ora nel paradiso della “mela” nella “Grande Mela” e poi tutti a nanna non prima di accorgerci, nel tratto che facciamo a piedi, che a New York i tombini fumano veramente!

Sabato 28 Aprile 2007 – E’ una bella giornata. L’ideale per applicare alla lettera il programma di Mario che prevede l’attraversamento a piedi del ponte di Brooklyn con mangiata di pesce finale a Seaport. Stavolta il viaggio è più lungo del solito, perché dobbiamo arrivare a Clark Street, la prima fermata di Brooklyn. Passiamo quindi con la metro sotto l’East River e quando sbuchiamo in superficie il paesaggio è drasticamente cambiato. Sono scomparsi i grattacieli, le vie in cui iniziamo a passeggiare sono tranquille, poco trafficate e piene di tipiche abitazioni unifamiliari. Brooklyn è uno dei cinque distretti (boroughs) che compongono la città di New York, insieme a Manhattan, Bronx, Queens e Staten Island. E’ anche il più grande e il più popoloso con i suoi 2,6 milioni di abitanti. Se fosse una città sarebbe la quarta degli USA! Ne percorriamo a piedi una porzione infinitesimale (provate a vedere con Google Earth la vastità impressionante del distretto) e ci imbattiamo nella stazione dei pompieri di Brooklyn Heights, che ci accolgono sia con sorrisi, sia con la massima disponibilità nel farci entrare fin dentro il garage per scattare qualche foto insieme agli eroi dell’11 settembre. Arriviamo alla promenade di Brooklyn Heights, da dove si gusta un visione mozzafiato dello skyline di Manhattan. Altre foto di rito e imbocchiamo il ponte. In cima, due corsie, una per i pedoni e una per i ciclisti. Una regola che viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo, dalla parte opposta alla nostra, di un orda di non so quante migliaia di giapponesi che festeggiano una qualche ricorrenza. Ci rovinano un po’ la tranquilla passeggiata sul ponte, data la difficoltà nel camminare, ma pazienza. Giungiamo alla fine del ponte proprio davanti alla City Hall, la residenza del sindaco di New York e ci dirigiamo verso Seaport dove ci aspetta il pesce fritto di Jeremy’s.

Il locale è meta annuale fissa di tutti i gruppi che Mario porta a New York ed è famoso per il soffitto “arredato” con i reggiseni che le avventrici lasciano come ricordo. L’interno è caratteristico e tipicamente americano. Le targhe, le magliette e i ricordini delle vittime che la tragedia dell’11 settembre ha causato tra i pompieri, ne lasciano intuire un rapporto speciale con Jeremy. Altra particolarità del locale è la birra, che ci viene subito portata in quantità industriale. Fresca e buonissima, tanto che qualcuno ne abuserà leggermente. Il pesce è abbondante e fresco, anche se la frittura “pesante” costringerà molti di noi a cenare con un insalatina! La musica irradiata a forte volume dall’impianto Bose del locale è selezionata: Eagles, Led Zeppelin, Johnny Cash e alle prime note di Proud Mary dei Creedence parte anche la danza sul tavolo. Mario omaggia il locale di una bella targa in ceramica raffigurante la Rocca Flea di Gualdo Tadino, che viene subito posta sul muro in pietra. Un pezzo della nostra città è ora in bella vista in uno dei locali più caratteristici di New York. Il conto? 13.50 $, meno di 10 euro a testa.

Lasciamo Jeremy’s sazi e andiamo nel grazioso centro commerciale all’aperto di Seaport. Spicca il negozio di Abercrombie & Fitch a Water Street, capi d’abbigliamento molto ricercati e introvabili in Italia. Singolare anche il negozio, situato proprio davanti al molo, che vende targhe automobilistiche e insegne viarie personalizzate. Dopo un oretta di shopping riprendiamo la metro e scendiamo a Canal Street. Breve incursione a Chinatown e Little Italy, attraversando la famosa Mulberry Street, piena di ristoranti italiani con relativi imbonitori esterni che attirano clienti promettendo “la pasta più buona del mondo” o “la vera pizza di Napoli”.

Di nuovo in metropolitana fino alla 33th dove, poco distante, ci aspetta l’imponenza dell’Empire State Building, tornato purtroppo da sei anni ad essere il grattacielo più alto di New York. Alcuni salgono sull’osservatorio affrontando le due ore e mezzo di attesa che segnala il cartello posto all’inizio della fila. Io e Donatella rinunciamo, uno a causa dell’estrema stanchezza, l’altra anche per le vertigini! Ci rechiamo da Macy’s, in Herald Square, per una sosta ristoratrice (altro Frappuccino nello Starbucks all’interno) e per la curiosità di mettere il naso nel “World’s Largest Store”. Macy’s copre un intero isolato e il “su e giù” con la scala mobile che facciamo riguarda solo la sezione profumeria, bigiotteria e abbigliamento donna/bambino. Nove piani! Torniamo a piedi in albergo sfruttando le poche forze lasciate da una giornata trascorsa completamente camminando. Un breve conto fatto a tavola ci porterà a calcolare che le nostre scarpe da tennis ci hanno accompagnato all’incirca per dieci chilometri! E’ soprattutto per questo che quasi tutto il gruppo decide di cenare a distanza minima dall’albergo. Per arrivare a “Monstruck On Madison” c’è bisogno solo di attraversare la strada. E’ un locale gestito da messicani le cui bistecche, per chi le ha mangiate, non sono male. Abbiamo anche la possibilità di gustare una partita di calcio del campionato messicano in tv. Dopo tanto parlare del “derby” di football americano tra New York e Boston svoltosi oggi allo Yankee Stadium, qualcuno sentiva la mancanza del pallone calciato…

Domenica 29 Aprile 2007 – Domenica è domenica in tutto il mondo e anche a New York smettono di correre. O meglio, smettono di correre per andare a lavorare e iniziano a fare footing in giro per la città. L’appuntamento è alle 9.30 sul marciapiede del Jolly Madison con l’autobus di De Rosa che ci dovrà portare ad assistere ad una funzione religiosa nel quartiere nero più grande del mondo, quello di Harlem. Arriviamo alla 108th street, nella punta nord-ovest di Central Park, proprio dove inizia il quartiere ed entriamo nella Southern Baptist Church accolti da una simpatica signora che ci fa sedere in una sorta di galleria circolare che sovrasta la zona riservata ai fedeli. Parte subito il primo gospel e poi inizia la messa vera e propria. La funzione è notevolmente diversa da quelle che siamo abituati a vedere nelle nostre chiese cattoliche. C’è un pastore che presiede e i fedeli che, a turno, salgono sullo scranno per parlare liberamente (peccato non capire praticamente niente di quello che viene detto). Dopodiché parte la canzone eseguita da un coro, ma “ballata” da tutti. Ce ne andiamo poco prima della fine e proseguiamo verso il vicino Central Park. Qualcuno decide di attraversare l’immenso parco a piedi. Col solito gruppo optiamo per una mezza giornata di shopping.

La prima meta è Nike Town e prendiamo la metro sulla 110th street fino alla 50th, cambio di treno ed ecco la fermata della Fifth Avenue. Il mega store della Nike è sulla 57th. Non lo sappiamo e ci mettiamo un po’ a trovarlo. Nel frattempo dedichiamo dieci minuti al pranzo sfruttando i venditori di hot dog presenti ogni dieci metri. 4$ per hot dog e Coca Cola. Nike Town significa cinque piani di abbigliamento e calzature del famoso marchio americano. I prezzi sono simili ai nostri, perché il negozio è più una boutique. Bisognerebbe uscire da New York per cercare gli outlet dove si trovano a metà prezzo gli stessi articoli che sono ora in Italia. Nei dintorni di Nike Town visitiamo il famoso negozio Tiffany location di “A colazione da Tiffany” che, a dispetto del nome, ha anche un reparto dedicato ai comuni mortali dove è possibile acquistare bigiotteria a prezzi abbordabili. Si può provare così l’ebbrezza di uscire dal negozio sulla Fifth Avenue con una busta marchiata Tiffany! Visita anche al Nokia Store, di fronte alla gioielleria, per la solita navigata a sbafo su internet. Nel negozio sono infatti esposti gli ultimi modelli di cellulari tutti funzionanti e tutti collegati alla rete. Si continua lo shopping sfrenato, andando alla ricerca di un Levi’s Store già intravisto nella serata dedicata all’Apple Store.

Lo troviamo sulla Lexington Avenue, all’altezza della 32th street. La differenza di prezzo è vertiginosa! In Italia un paio di jeans 501 costa sui 100 euro. Qua lo troviamo a 59$ (43 euro!). Passiamo una mezz’ora nel locale e poi riprendiamo la metro fino a Pennsylvania Station con l’intenzione di andare a visitare B&H, il più grande negozio di elettronica del mondo (qua tutti fanno a gara per avere il ”world’s largest store”). All’uscita della metropolitana, proprio davanti al Metropolitan Squadre Garden, ci accorgiamo che il megapalasport/teatro stasera ospita Van Morrison. Chiaramente è inutile andare in cerca di biglietti a poche ore dall’inizio dello spettacolo. B&H chiude alle 17. Arriviamo davanti alla porta alle 17.02 e la visita è rimandata a domani. Si torna al Jolly e si decide che la cena sarà dedicata alla pizza. Molti dicono che a New York si riesce a mangiare la pizza più buona che in Italia. Quella di John’s Pizzeria è sicuramente migliore di qualche locale nei nostri dintorni. La sera prima avevamo letto del locale in una guida turistica, ci siamo fidati e abbiamo fatto più che bene. La pizzeria è nei pressi di Times Square, sulla 44th street. Ci arriviamo col solito Shuttle dalla Grand Central. Non troviamo ovviamente subito posto, prenotiamo e ci facciamo l’ennesima passeggiata in Times Square. Non stanca mai il centro del mondo, specialmente di sera, quando basta alzare la testa verso i display per non annoiarsi. Spenderemo 13$ a testa per una buona pizza, una splendida Budweiser alla spina e un’altra bella serata trascorsa insieme. Peccato che sia l’ultima. Perlomeno in America.

Lunedì 30 Aprile 2007 – L’ultimo giorno. New York sembra accorgersene e ci saluta con uno splendido sole. La mattinata è libera per tutti dato che l’appuntamento con il pullman che dovrà portarci all’aeroporto è alle 14.00. All’ordine del giorno c’è tassativamente l’obbligo di acquistare i francobolli per spedire le cartoline già comprate tre giorni prima. Particolarità di New York è il fatto che i suddetti vengono venduti soltanto dagli uffici postali e non anche dai tabaccai o da coloro che vendono le cartoline. Piuttosto scomodo, ma fortuna vuole che vicino B&H, dove vogliamo recarci, sorga proprio l’ufficio postale centrale della città. Il primo pensiero va alle nostre poste l’ultimo giorno del mese e di lunedì! Pensiamo già al girone infernale che ci attende, dimenticando che qui la tecnologia funziona e, soprattutto, è al servizio di tutti. Gli americani non utilizzano la Posta come una banca, dato che pagano e incassano praticamente tutto online (pensioni, tasse, bollette). Gli americani utilizzano la Posta come una Posta, cioè per ricevere e spedire pacchi e lettere. Il risultato è tutto nella sessantina di sportelli con al massimo tre persone a sportello. Niente numerini da ritirare, né litigi vari. C’è uno sportello dedicato esclusivamente ai francobolli e uno con una grande buca per impostare il tutto.

B&H è famoso anche in Italia per il portale online che spicca per i prezzi convenienti che però, una volta pagati i dazi doganali, l’IVA e le spese di spedizione, smettono di essere convenienti. Ad acquistare qui di persona il discorso cambia. Mentre sulle macchine fotografiche digitali i prezzi sono di poco più bassi rispetto all’Italia, videocamere e soprattutto gli accessori fotografici sono molto convenienti. La particolarità del negozio è quello di essere  gestito completamente da ebrei yiddish. Praticamente tutti i gentilissimi commessi sono con il copricapo e le treccine tipiche. Quando mi sono scusato con uno di loro per avergli chiesto informazioni su un accessorio con un inglese non proprio perfetto, questi mi ha risposto “Non ti preoccupare, anche il mio è quasi incomprensibile di inglese”. Ottimo l’assortimento di foto, video e audio professionale. C’è veramente di tutto. Sulla strada per l’hotel c’è Times Square e ne approfittiamo per la visita all’MTV Store, posto proprio sotto gli studi dell’emittente musicale. Ultima occhiata e ultime riprese video all’indescrivibile piazza, pranziamo con un hot dog in strada ed eccoci al marciapiede del Jolly Madison dove già ci attende il pullman per Newark. Stavolta per tornare nel New Jersey imbocchiamo il Lincoln Tunnel. Il traffico è intenso e ci imbattiamo nel primo ingorgo dei nostri sei giorni newyorkesi. Si risolve nel giro di un paio di minuti e qualche istante dopo che una romana del gruppo pronuncia la fatidica frase “anche qui è come Roma”.

Il volo AZ645 è alle 17.45. Le operazioni di imbarco sono abbastanza veloci e l’aereo parte puntuale. Chi siede sulla fila di destra ha la fortuna di ammirare un panorama mozzafiato di Manhattan, dato che il Boeing vi passa proprio accanto. Poi si fa notte. Il volo è tranquillo, con la solita nota stonata del pasto immangiabile che Alitalia offre ai suoi clienti. Atterriamo a Roma alle 8.00. E’ il primo maggio, e per festeggiare la festa dei lavoratori, sul pullman che ci riporta a Gualdo… tutti dormono. Arriviamo a destinazione alle 12.00  Ci salutiamo assonnati col proposito di rivederci presto per una cena tutti insieme. See you later America!

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