I giorni dei Giochi de le Porte

Prima avvertenza: non fate l’errore di arrivare domenica, quello che voi pensate sia il giorno della Festa. Non fatelo. Quando si parla di Giochi de le Porte non esiste IL giorno. Esistono I giorni.

Allora prendetevela comoda e imbarcatevi in auto il venerdì mattina. Arriverete in tempo per iniziare a godervi i Giochi proprio come i gualdesi doc. Sì, perché qui a Gualdo Tadino da sempre si dice che “il venerdì è dei gualdesi”, ma non preoccupatevi: non sarete certamente di intralcio. Anzi. Verrete semplicemente travolti dalla sana follia che avvolge questo giorno che segna l’inizio di tutto.
Venite con noi.

È venerdì e ogni cosa prende il via. O meglio, ogni cosa finisce. Finisce l’ansia di un anno, finiscono i preparativi, le prove, le paure. Tutto. Avete presente lo stato d’animo di una sposa che sta per uscire di casa per andare all’altare dopo mesi e mesi di attesa? Ecco, è così che si sente la nostra Città. Ansiosa, si mira allo specchio con la speranza che tutto sia a posto e che sia più bella che mai.

Arrivati? Parcheggiato? Bene! Fatevi trovare alle ore 18 in piazza Martiri e sistematevi in modo tale da gustarvi lo scambio di doni tra i tavernieri, quello che segna l’avvio ufficiale dei Giochi de le Porte. Soffermatevi sullo sguardo dei portaioli. Vedrete voglia di rivincita per chi lo scorso anno ha perso e voglia di ripetersi per chi tiene il Palio ben custodito in taverna. Però attenzione: il venerdì non esiste la Porta di San Benedetto, di San Donato, di San Martino e di San Facondino. Il venerdì esiste solo la Porta di Gualdo, perché tutti sono uniti nel festeggiare l’avvio di una tre giorni che, nonostante le rivalità, in primo piano metterà sempre e comunque la Comunità.
Poi assisterete alla consegna delle chiavi. Quali chiavi? Quelle della Città, perché qui, da oggi a domenica, non sarà il Sindaco a guidare il popolo, ma il popolo dei Giochi a guidare la Città.
Se al “Viva Gualdo, viva i Giochi de le Porte” urlato alla folla avete sentito un brivido sulla pelle, accertatevi che non sia il freddo. Se non lo è stato, vuol dire che siete pronti per il resto di questa avventura.

Seguiteci, perché da adesso si aprono gli usci delle taverne e allora i colori e gli odori che avete appena visto e sentito in Piazza, li ritroverete fra le mura di queste splendide e romantiche dimore medioevali pronte a conquistare i vostri occhi e il vostro palato.
In tre giorni avrete tempo per visitarle tutte. Anzi, mettiamola così: dovete farlo, perché solo in questo modo il tuffo nel Medioevo sarà completo e soddisfacente.

Mangiato? Allora tornate in Piazza, perché alle 21 verrete avvolti dal ritmo e dalle coreografie mozzafiato dei Tamburini delle quattro Porte. Poi ecco i giochi con i vessilli di uno dei gruppi più antichi dell’Umbria, quello degli Sbandieratori e Musici della Città di Gualdo Tadino. Ok, ora potete andare e dormire, magari dopo un salto in taverna per un buon bicchiere di vino e per fare amicizia con i tanti gualdesi che troverete lì, ma anche sparsi per le vie di un centro storico che stasera è più vivo che mai.

È sabato, il giorno del Corteo Storico. Di mattina la città dorme e speriamo la perdonerete. Anche perché la sorpresa che vi regalerà all’imbrunire, si rivelerà sicuramente uno degli spettacoli più belli, affascinanti e commoventi che possiate mai aver visto.

Sapete allora che dovete fare stamattina? Un giro per i nostri fantastici musei. Sì, perché Gualdo Tadino, che conta quindicimila abitanti, ha la bellezza di sei musei bellissimi. Ma non sono “bellissimi” perché chi scrive è di parte. Lo sono veramente!! Molti vi racconteranno la ceramica, il nostro orgoglio. Un altro vi racconterà l’emigrazione, quella nostra, quella che ha piantato il seme gualdese e italiano praticamente in tutto il mondo. È in questi luoghi che capirete da dove viene la nostra tenacia e perché Gualdo Tadino è la città dai Lustri d’Oro.

Il pomeriggio la piazza, la stessa che avete vissuto ieri, si riempirà di gente in costume. Chi sono, cosa fanno e quanto sono bravi lo scoprirete domani, ma volendo potete assistere alle loro prove, al loro “assaggio” di quella Piazza che domani vedranno dall’alto del loro palchetto, piena di migliaia e migliaia di visi rivolti verso l’alto, verso loro e verso i bersagli. Parliamo di fionda e arco, parliamo di bilie e frecce. Parliamo di strumenti vecchi di secoli, riportati in vita dai nostri bravissimi Giocolieri.
Non vi muovete, state lì, perché alle 18 arrivano i balestrieri della compagnia Waldum. La balestra è un’arma antichissima, inventata subito dopo l’arco, per aumentarne la potenza e la gittata. Dovete sapere che la gara a cui state per assistere ha un nobile scopo, perché colui che vincerà avrà l’onore di sfilare nel corteo storico di stasera con il drappo che domani si aggiudicherà il vincitore dei Giochi de le Porte. Con il Palio! Una bella responsabilità!

Adesso avete due possibilità: andare a cena o prendere posizione in Piazza per scovare un posticino utile per gustarvi uno dei Cortei Storici più belli d’Italia. Un suggerimento? Se siete in una buona posizione, tipo la scalinata della Basilica di San Benedetto, andate a mangiare dopo. Le taverne sono aperte fino a tardi e il cibo è sempre freschissimo. Se invece magari avete acquistato un biglietto per un posto in tribuna, mangiate con calma e tornate in piazza alle 21.
È a quest’ora che gli oltre mille figuranti delle quattro Porte, in costume d’epoca del XV secolo compariranno annunciati dal suono dei tamburi e sfileranno davanti ai vostri occhi, dando vita ad allegorie e scenografie fantastiche, che vi lasceranno senza parole. Magari non dimenticatevi di scattare tante tante foto!

Al termine del Corteo, vi diamo un altro consiglio: contornatevi di gualdesi, state loro vicino, così da farvi tradurre qualche parola in dialetto che inevitabilmente uscirà fuori dalla lettura dei Bandi. I quattro Priori saliranno infatti sul palco per sfidare le Porte rivali. Sfottò, battute, aneddoti. Qualcuno lo capirete, qualcun altro no. Provate a farvelo spiegare e se non ci riuscite nessuna paura. Tutto renderà più trepidante l’attesa per le gare di domani.

Adesso è il momento di andare a letto ma, se non lo avete già fatto, scegliete una Porta per cui tifare. Sceglietela in base ai colori, alle simpatie, a quello che volete. Però fatelo, perché non esiste domenica dei Giochi senza una Porta per cui tifare. E poi è bello parlare al plurale, dire “vinciamo noi”, urlare, incitare. È bello regalarsi un po’ di gualdesità.
Allora buonanotte. E nel sonno abbracciate il fazzolettone della Porta che vi siete appena regalati.

Siamo arrivati a domenica e ancora non vi abbiamo raccontato di un animale, che sicuramente in queste due giornate passate a Gualdo Tadino avrete visto decine di volte.

Il somaro è un animale addomesticato ormai da millenni, che ha rappresentato, anni e anni fa, il mezzo di sostentamento di tante famiglie. Bene, noi il somaro lo veneriamo. Esagerati? No, se andate a visitare le stalle dove le quattro Porte custodiscono questi animali, vi accorgerete che l’amore e la cura che i portaioli hanno per i somari è incredibile e a tratti commovente. Tant’è che abbiamo affidato a loro il compito di conquistare il Palio tanto ambito. A loro e ai giocolieri che avete visto all’opera ieri.

Pronti per i Giochi de le Porte?
Premessa: dovete sapere che la storia di Gualdo Tadino è una storia dura, intrisa di difficoltà, di cadute anche pesanti, ma Lei, la città, è rimasta sempre in equilibrio, quasi danzando sopra alle tante, tantissime avversità.
I Giochi de le Porte non possono che rispecchiare tutto ciò. Competitività, confusione, caos, difficoltà, cadute, risalite. È la storia di Gualdo e quindi è la storia dei Giochi.
Non aspettatevi nulla di normale, non sarebbero i Giochi de le Porte. Questa è una festa dove niente è ripetitivo, come nelle cento altre rievocazioni. Qui abbiamo una montagna con rocce dure come le nostre teste e una tramontana che ogni inverno tenta di tagliarci in due, senza mai riuscirci. Potevamo avere un Palio normale? No, non ce l’abbiamo.

Se ieri vi siete persi gli Sbandieratori e il corteo storico, o se avete voglia di rivederli, alle 14 e alle 14.30 arriveranno di nuovo in piazza Martiri. Poi, alle 15.30, trattenete il respiro e tuffatevi nel più grande spettacolo.

Se siete stati mattinieri avrete visto alle 10.30 pesare dei carretti di legno. Bene, saranno i protagonisti della prima delle quattro prove. Insieme ai nostri cari somari.
Ogni Porta si presenterà nell’Arengo Maggiore – ci siamo dimenticati di dirvi che la Piazza oggi si chiama così – con un carretto trainato dal somaro. A bordo un auriga e un frenatore, che tenteranno di compiere il giro dell’anello del centro storico nel più breve tempo possibile.
La seconda gara è quella con la fionda. Quattro tiratori, uno per Porta. Ognuno, con cinque biglie a disposizione, deve colpire un piatto bianco con un cuore al centro. Quel cuore sapete cos’è? La nostra città. Sì, perché Gualdo Tadino è l’unico luogo al mondo ad avere un centro storico a forma di cuore e un pezzo di cuore scolpito nella montagna. E, oggi, anche tanti cuori che battono all’unisono.
Per la terza prova, sullo stesso palchetto, salgono gli arcieri. Stessa modalità: cinque tiri ognuno, cercando di portare a casa più punti possibile.

Ora date un’occhiata al punteggio. È difficile che, a questo punto, una Porta abbia già vinto il Palio. Può succedere, certo, ma è più facile che a decidere chi porterà a casa il drappo dedicato al nostro San Michele Arcangelo, sia la quarta prova. Quella più bella, quella unica, la gara che quel cuore di prima ve lo farà saltare nel petto: la corsa a Pelo.
Stavolta i quattro somari partono insieme, senza carretto, cavalcati da altrettanti fantini. La corsa è avvincente, caotica, veloce, fatta di sorpassi, contro sorpassi, imprecazioni, sudore, urla dei portaioli. Tutto questo in due minuti, attimi in cui non ce la farete mica a stare fermi, a non esultare, a non disperarvi, a non essere trasportati dallo speaker che la corsa ve la racconta metro dopo metro. Una curva, il rettilineo, un’altra curva, la salita.
Nell’Arengo Maggiore compare il primo somaro. Magari è un testa a testa. La piazza esplode all’improvviso, appena gli zoccoli del somaro iniziano ad affrontare l’ultima curva prima del traguardo. Un boato, che il clamore di prima vi sembrerà un sussurro.

Poi è l’apoteosi.
Poi è il rogo…. Un rogo? Calmi, adesso ve lo spieghiamo.

Abbiamo una nemica. Si chiama Bastola ed è una strega, la reincarnazione del demonio, capace di assumere sembianze animalesche e di compiere rituali macabri nei nostri boschi. L’avrete sicuramente vista lungo il corteo storico: incatenata e imprigionata. Pensate che in una fredda notte del marzo del 1237 bruciò la nostra città. Come si fa a non odiarla? Non si fa e infatti da quaranta anni noi bruciamo lei.
La Porta vincitrice non si aggiudica solo il drappo del Palio dedicato a San Michele Arcangelo, ma avrà anche il diritto, l’onore e il piacere di bruciare la Bastola.
Così ecco un pupazzo, con le sembianze della nostra cara nemica, comparire nell’Arengo per essere oggetto di scherno da parte dei portaioli. Poi il rogo, in cui i vincitori partecipano con un girotondo di festa.

I Giochi finiscono con le rovine fumanti della Bastola e con i portaioli che, al ritmo dei tamburi, si tingono di nero con la fuliggine del rogo.
Se la Porta che avete ‘adottato’ ha vinto, fatelo anche voi. Sporcatevi le dita e segnatevi il viso. Se non ha vinto, fatelo lo stesso. Tanto sarete comunque segnati da questi tre giorni trascorsi nella città murata. Nella città dai Lustri d’Oro.

Buon rientro a casa, ma un ultimo avvertimento: qui assistiamo ancora ad un mezzo miracolo. Chi arriva in questo luogo bello, ma strano, in questo luogo che sembra rude, ma è cortese, sotto queste montagne aspre, ma bellissime…. beh, questo luogo lo sente come casa propria fin dal primo passo, fin dal primo giorno.
Gualdo è così. Ti obbliga a viverla, non vuole essere semplicemente visitata. Con una semplice visita non la capirete. Vuole rendervi parte della sua anima, del suo apparato sanguigno. Vuole stupirvi, nel bene e nel male. E con i Giochi de le Porte lo farà.

Quindi potranno passare anni, potete anche andare lontano, pensando di averla dimenticata. Ma state tranquilli: Gualdo vi rimane. I suoi Giochi vi rimangono.

© Marco Gubbini 2017
Articolo realizzato per Ente Giochi de le Porte.
Pubblicato su: Il festival del MedioEvo e Umbria Touring

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Contributi per le rievocazioni, i Robin Hood alla rovescia

158mila euro per le rievocazioni storiche. E’ quanto erogato nel 2016 dalla Regione Umbria in favore di manifestazioni di cui il nostro territorio è pieno e per cui masse di turisti si riversano qui, cullati dai nostri stupendi paesaggi, dalla nostra cucina sublime e dalle nostre tradizioni.

La crisi però è una mannaia che ha colpito tutto e tutti. In primis, purtroppo, questo genere di contributi e ovviamente il paragone con gli anni passati è perdente. Dal 2013 al 2016 il denaro versato in favore di questi eventi è calato di circa il 20%.
Per tutti? Certamente no.

Nel lontano 2012 scrissi un articolo, che riassumo, riguardante una proposta di legge regionale presentata dal consigliere Andrea Smacchi, che prevedeva una normativa specifica per la festa dei Ceri. La motivazione era che i Ceri non potevano rischiare di essere “svalutati dall’accostamento ad altre manifestazioni che rievocano vicende del passato, ma non sono una tradizione che continuativamente e senza interruzioni trasmette di generazione in generazione valori che rappresentano l’identità regionale, come la festa dei Ceri“. Una distinzione quindi tra tradizione (i Ceri) e rievocazione (tutto il resto).

Nelle motivazioni della proposta di legge anche una perla, quella che definisce “momenti di incontro per evidenziare prodotti tipici e attrattive turistiche“, tutte le altre manifestazioni.
Dalla Giostra della Quintana alla Corsa dell’Anello, dai Giochi de le Porte al Maggio di San Pellegrino (che con i suoi 1013 anni è la manifestazione ininterrotta più antica dell’Umbria e tra le più antiche d’Italia), dal Mercato delle Gaite al Calendimaggio di Assisi. Per la proposta sono in pratica tutte sagre finalizzate alla vendita di bruschette col tartufo e tortellini con panna e salsiccia. Nessuna tradizione, ma solo vile marketing.

L’allora consigliere regionale Goracci, nel 2013 definì gli eugubini “orgogliosi delle proprie radici. Hanno con i Ceri un legame che altri non possono capire e sentire e non hanno fatto mai del ‘vil denaro’ il riferimento principale”.
Salvo poi, una riga dopo, dichiarare: “E’ evidente che la Regione deve impegnarsi con finanziamenti adeguati per tutto quanto può riguardare o ruotare intorno ad essa. Pur nelle ristrettezze, l’unicità e la rappresentatività vanno premiate e finanziate in maniera adeguata”.

Da una parte, quindi, il denaro è vile. Dall’altra è fondamentale per premiare l’unicità dell’evento (come se della Quintana o del Calendimaggio esistesse una copia cinese).

Tutto ciò per raccontarvi che ieri, lo stesso consigliere regionale autore di quella legge, Andrea Smacchi, ha annunciato di aver chiesto alla III Commissione di aumentare le risorse erogate dalla Regione per eventi di rievocazione storica. Fin qui siamo tutti d’accordo. Anche con la motivazione addotta dal consigliere. “Nella fase post sisma, bisogna ridare slancio ad un intero settore riportando i turisti nella nostra regione” – ha detto. Sacrosanto.

Poi però eccola. La tabella dei finanziamenti erogati negli ultimi quattro anni. Quella che pubblichiamo qui sotto. Non solo la Festa dei Ceri è definita nel post “rievocazione storica” in contraddizione con la distinzione fatta nella proposta di legge nel 2012. Ma si scopre, che è stata l’unica manifestazione che ha visto aumentare il contributo di oltre il 30% (!!!) passando dai 30mila euro del 2013 ai 40mila dello scorso anno.

Nel 2012 chiudevo l’articolo con questa frase: “Ora c’è da vedere se i soldi che arriveranno a Gubbio saranno soldi ex novo, oppure verranno tolti ai fondi destinati alle ‘altre’ manifestazioni storiche”.

Vediamo se dalla tabella qui sotto riuscite a capire che cosa è successo…

© Gualdo News – Marco Gubbini

No a Roma 2024, la sconfitta della legalità

roma-2024-logo-300x225Dire NO alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2024 è la sconfitta della legalità.

Le motivazioni che leggo sul blog di Grillo, che sembra aver deciso per tutta la Nazione, sono allucinanti. Non perché non possano essere potenzialmente vere, ma perché date a priori.  Timori di corruzione, illegalità, speculazioni private. Addirittura le Olimpiadi definite “armi di distrazioni di massa”. Addirittura esempi di post Olimpiade catastrofici riferiti ad altre città. Come se fosse matematico fare la stessa fine.

Una resa incredibile quella dei grillini. Una resa verso tutto quello che combattono dal momento della loro nascita.
Non dare a Roma e all’Italia un’opportunità universalmente riconosciuta come tale per quanto riguarda posti di lavoro e progresso come quella di organizzare un’Olimpiade e una Para Olimpiade, cioè le espressioni più alte e nobili dello sport universale, perché si ha paura di palazzinari, bancarottieri, perché si teme l’illegalità, il marcio politico e le speculazioni private è darsi per vinti a prescindere e abbandonare la lotta per cui il Movimento è nato!

Mi sembra pacifico che rinunciare per il timore dei poteri forti e del “magna magna” per cui siamo, è vero, tristemente famosi nel mondo, è comunque palesare che anche tu sei incapace dal punto di vista politico, dirigenziale e di governo di gestire ed evitare tutto ciò. Il paradosso è che sono andati al governo della città più importante e problematica d’Italia – anche con l’appoggio del mio sguardo interessato e speranzoso, lo ammetto – promettendo una lotta proprio contro tutto quello che temono possa impossessarsi dell’affare Olimpiade.

E l’arma sarebbe quella passiva della rinuncia?

Se la soluzione per evitare la concussione è quella di rinunziare a lavorare per un ente pubblico. Se la soluzione per evitare lo stallo assassino della burocrazia italiana è quella di non aprire un’attività. Beh, per tutto questo sarebbe stato sufficiente un discendente di Don Abbondio a governare Roma e l’Italia. Non un Movimento che promette battaglie da sempre.

Rimboccatevi le maniche, voi del Movimento. E dimostrate che è possibile fare qualcosa di universale, come un Olimpiade, prendendo il meglio che resta dell’Italia. Quel meglio che voi dite di rappresentare. Vigilate sul prima e vigilate sul dopo.
E ricordatevi che l’eventuale Olimpiade apparterrebbe non solo a Roma, ma all’intero Paese. E ricordatevi che la vittoria di un SI tignoso e non del solito e tatuato NO, potrebbe portare questa Nazione a rovesciare in una volta sola tutti i luoghi comuni di cui è pregna. Siete nati per questo.

SS 318, ma perchè ridono?

Schermata 2016-09-02 alle 10.34.55La strada è aperta. Perugia è più vicina, Ancona resta lì dov’è. Tutti siamo più contenti. Però resta difficile, ma veramente difficile, capire cosa avevano da ridere coloro che stamattina hanno inaugurato il tratto Schifanoia – Valfabbrica della Perugia – Ancona.
Parlare di vergogna assoluta vorrebbe dire sminuire lo stato d’animo che ogni singolo abitante di questa Regione, soprattutto di questa parte a nord-est, ha provato in oltre 30 anni di promesse rivelatesi sempre sullo stesso livello dei sogni, se non fossero stati incubi quelli dei tanti pendolari che dovevano ogni mattina raggiungere il capoluogo.

Quindici rinvii solo dal 2006, inaugurazioni annunciate, disdette e usate come “arma” pro campagna elettorale. Se vi siete dimenticati il tempo in cui questa strada è rimasta in un angolo dei nostri sogni, pensate a quando da bambini si andava in bicicletta lungo il tratto Branca–Schifanoia. Ve lo ricordate quel moncherino di strada che è giaciuto lì, come un piccolo serpente nero immobile in mezzo ad un campo? Quella strada finiva contro dei blocchi di cemento a ridosso della curva dopo la località Cerasa e tale è rimasta per anni ed anni, rimanendo preda dei ciclisti e fonte di imprecazioni per coloro che ogni mattina, andando a lavorare o all’università, ci passavano accanto.

Un po’ di tragica storia. Il progetto, quel progetto che comprendeva il serpentino da Branca a Schifanoia, riparte ufficialmente il 27 maggio 2004 quando viene approvato il Progetto infrastrutturale viario della ‘Quadrilatero’ da parte del Cipe. Il via vero e proprio sulla Statale 318 il 15 dicembre 2008. Ben 4 anni dopo. Il 16 febbraio 2009 vengono consegnati dei lavori, ma attenzione: sono quelli della Strada Statale 76 della Val d’Esino, nel tratto marchigiano. Questa zona dell’Umbria è e sarà ancora condannata a nausee lungo le anguste curve tra Casacastalda e Valfabbrica. Poi si complica tutto e inizia un’altra via crucis in mezzo ad altre via crucis. La data di consegna dei lavori finiti viene spostata infinite volte tra appalti, subappalti, commissariamenti e fallimenti con gli operai, unici veri eroi di questa vicenda, lasciati spesse volte senza stipendio.
La svolta finale nel 2015. Astaldi subentra a Dirpa Scarl, finita in amministrazione controllata, così come Impresa S.p.A., che, attenzione, era a sua volta subentrata nel 2011 all’originaria Btp, caduta in guai finanziari e anche giudiziari.

Non che pretendessimo una strada decente negli anni ’90, non sia mai, ma pensate che l’ideazione del progetto è del 1974! Nel frattempo che qui si ideava, le Marche avanzavano come truppe corazzate, “minacciando” i nostri confini. Fano–Pontericcioli, Ancona – Serra San Quirico, Civitanova –Muccia, San Benedetto del Tronto–Acquasanta. Tutte vie di comunicazione che, come eserciti in assetto da guerra hanno aspettato per decenni di fronte ai confini della povera Umbria in attesa che la burocrazia, che qui viaggia a velocità dimezzata rispetto a quella nazionale (quindi praticamente ferma), compisse il suo dovere. Insomma, quella di questo tratto della Perugia-Ancona è stata una delle storie più tragiche di tutta la viabilità italiana. Forse seconda solo alla Salerno–Reggio Calabria.

E loro ridono. Ridono, perché pensano che i meriti siano loro e invece hanno solo la fortuna di essere capitati al momento giusto con un paio di forbici in mano per tagliare il nastro. Ridono, perché se tanto gli fai presente la disumana vergogna di questa strada arrivata dopo decenni di bugie, di incapacità e fallimenti ti rispondono che mica è colpa loro. E’ colpa di coloro che erano lì al momento sbagliato e senza forbici in mano. “Colpa di chi non si sa”, purtroppo una caratteristica della nostra bella Penisola.

Addirittura, e questo è il colmo, c’è stato chi ha parlato con toni trionfalistici dell’anticipo dell’apertura, inizialmente prevista per la fine dell’anno!! E’ così che va la politica: invece di piangere per un ritardo di decenni, si ride per un anticipo di quattro mesi.

Il vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, ha dichiarato stamane: “Il lavoro che portiamo avanti ormai da tempo, almeno dall’inizio del Governo Renzi, con determinazione e non senza criticità, ha dato i suoi primi frutti. Stiamo portando a termine un progetto che molti non credevano che saremmo riusciti a sbloccare”. Capito?A sbloccare! Capito la politica come va? Capito la situazione attuale (mica tanto attuale) italiana? Le soddisfazioni, le capacità, si misurano con lo sbloccare qualcosa di bloccato a causa di fallimenti politici ed economici, più che con il realizzare qualcosa speditamente.
Siamo stati addirittura costretti ad ascoltare la presidente Marini ringraziare i suoi predecessori (leggi Maria Rita Lorenzetti & Co.). In pratica li ha ringraziati per i ritardi, i disagi causati e per il conseguente impoverimento di questa zona. Perlomeno il presidente Renzi ha parlato dell’esistenza di una “situazione gravissima delle strade”. Un briciolo di onestà, ma proprio un briciolo.

La consolazione, comunque non da poco conto, è che la nostra piccola Salerno – Reggio Calabria ha visto la luce. Con due generazioni di ritardo, per colpa di chi non si sa, ma l’ha fatto. Noi perlomeno ora potremo ridere, perchè cambierà molto.

Cambierà il nostro rapporto con Perugia, così come Perugia cambierà il suo rapporto con noi, anche se ci crediamo poco, dato che sarà dura abbattere quel concetto di “cugini di campagna” che i perugini, inspiegabilmente e in maniera anche un po’ tanto ridicola, hanno verso queste zone.
Cambierà anche il paesaggio che siamo stati costretti a vedere per tutta la nostra vita di studenti, lavoratori e viandanti. Cambierà tutto. Cambieranno le nostre vite e le nostre economie, perché le vie di comunicazione hanno da sempre caratterizzato in maniera proporzionale le fortune dei luoghi che attraversano. Addirittura, dall’essere quasi isolati, passiamo oggi ad essere crocevia, grazie anche alla nuova Flaminia che viaggia spedita (quasi) verso Roma.

Già, la nuova Flaminia. Sono passati sette anni dall’inaugurazione di questa vecchia strada. Vecchia sì, perché il tratto che collega Fossato di Vico a Nocera Umbra è nato vecchio, con due sole corsie già vittime di un degrado che neanche la mulattiera più sperduta. E questa è un’altra annosa questione. Nel 2009 ci promisero un veloce raddoppio e ce lo prometterà qualcuno nel prossimo futuro. E la storia non farà altro che ripetersi e scordarsi di se stessa, cioè del fatto che i Romani, quelli con la R maiuscola, impiegarono quattro anni a crearsi uno sbocco verso l’Adriatico, ideando e “stendendo a mano” la vecchia Flaminia.
Qui, a conti fatti, dopo due millenni e avendo a disposizione mezzi tali da permetterci di avanzare a passo di carica, ce ne abbiamo messi dieci volte di più per avanzare di quindici chilometri.

E allora cin cin, brindiamo e ridiamo.

© Marco Gubbini 2016 – gualdonews.it

La storia finisce qui…

carlo_angelo_luzi25Tutto finisce, o quasi. Oggi termina ufficialmente un’avventura iniziata nel 1998, quando furono pubblicate le prime righe su gualdocalcio.it. Da lì a diventare addetto stampa di anni ne passarono altri sei. In mezzo, montagne di fotografie, articoli, pagelle, interviste, programmi televisivi e tanti tanti chilometri.

Oggi ho ufficialmente dato le dimissioni da un mondo che mi ha regalato tanto e a cui io ho dato una fetta importante della mia vita. Sia come addetto stampa, ma anche come dirigente accompagnatore. Panchine, fango, pioggia, chilometri, cabine stampa “simil pollai”, ma anche quelle di stadi importanti. Una fetta di vita le cui domeniche sono magicamente scomparse dal calendario prezioso della famiglia per seguire quello calcistico.

Non è la recente retrocessione, che mi ha fatto fare questo passo. Ci mancherebbe. O meglio: non nel senso che pensate. Nell’estate del 2006 passai d’incanto, in pochi giorni, dallo scattar foto allo stadio Del Conero di Ancona a un campo dell’hinterland perugino. Senza tribune, con sedie di plastica da picnic a funger da seggiolini e sovrastante un orto con tanto di galline. Senza batter ciglio, perché sono la maglia e i colori che contano, mica la scenografia.

Questo passo è la conseguenza di tante componenti.
In primis il campanello d’allarme del calo di entusiasmo. Un compito tanto impegnativo e per lo più fatto – sempre – gratis, ha bisogno del carburante dell’entusiasmo per mettersi in moto il fine settimana. A prescindere dai risultati questo è stato un campionato da me fatto col serbatoio sempre mezzo vuoto dall’inizio. E non va bene.

Poi c’è un fattore fondamentale: la perdita del senso di appartenenza.
Non sentire appartenenza nel calcio è come mangiare una carbonara senza uovo. Semplicemente il calcio non esiste più. E questo vale per tutti gli sport di squadra.
C’ero anch’io in quel gruppo di lavoro di 14 persone che creò una fusione di cui ero convinto, di cui tutti erano convinti, ma che alla lunga non si è dimostrata capace di rispettare l’intento iniziale: l’essere ambiziosi e migliorare sempre di più. Questa era la mission dichiarata al mondo. Questo non è stato rispettato. Di conseguenza, come componente di quel gruppo di lavoro, ma ovviamente a titolo strettamente personale, ho l’umiltà di dire: “Scusate, mi sono sbagliato”. E mi scuso anche per non essere riuscito a crearlo quel senso di appartenenza.
La vita è fatta di passi giusti e di inciampi. La vita è fatta di progetti che all’inizio sembrano vincenti, ma che alla fine non si dimostrano tali. E’ normale.
Una retrocessione in genere non conta nulla, perché il calcio è promozioni e retrocessioni, alti e bassi, ruote che girano.
Però in questo contesto conta molto. A soli tre anni da quella ‘mission’ conta moltissimo. E secondo il mio personalissimo parere significa che il progetto è quasi fallito. Non sto qui ora a enunciare i ‘perché’ e i ‘come’. Sarebbe comunque solo una mia insignificante opinione personale e non è neanche questa la sede giusta per parlarne.

Questa è la sede invece per augurare a tutta l’attuale società di rialzarsi presto e riprendersi quanto perso quest’anno. Glie lo auguro, perché all’interno c’è un mondo di volontari che merita tutto il bene. Però per me l’avventura “interna” termina qui. In maniera definitiva.

Tutto finisce. O quasi, perché continuerò a seguire il calcio gualdese come operatore dell’informazione per Gualdo News e quasi sicuramente, quando il tempo me lo concederà, finirò l’opera di restauro del sito gualdocalcio.it, uno dei più vecchi d’Italia, che rinascerà sotto forma di archivio storico.
La recente esperienza con il libro di Daniele Amoni sul calcio gualdese, quel teatro gremito il giorno della presentazione, mi ha convinto ancor di più di quanto conti la nostra storia e di quanto stolto sia chi dice che la dobbiamo dimenticare per guardare avanti. Ma che stupidaggine è questa? Bisogna avere l’intelligenza di guardare avanti con un occhio al passato! Ecco quel che bisogna fare. Per non incorrere negli stessi sbagli e seguire strade che si sono rivelate piene di successo.
Perciò tutto il materiale in mio possesso andrà a riempire quel sito a riposo, ma non impolverato, che giace nei magazzini di internet.

Alla fine, in questi casi, si deve esprimere riconoscenza.
Allora dico grazie a tutti coloro che mi hanno dato fiducia in questi anni. A tutti i colleghi che ho conosciuto in oltre dodici anni nei campi e nelle cabine stampa tra serie C, Promozione, Eccellenza e serie D. Grazie in particolar modo agli amici della redazione sportiva dell’ex Giornale dell’Umbria che per prima ha iniziato a pubblicare le mie foto e a volte anche qualche mia cronaca, come sempre fatta più di cuore che di tecnicismi calcistici. Grazie anche per la scuola di giornalismo che è stata.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dimostrato di sapere quanto conti e quanto lavoro ci sia dietro un ufficio stampa. Ringrazio anche coloro che ancora non sanno che cosa significhi fare l’addetto stampa, perché mi hanno dato la volontà di migliorarmi ancora di più: nell’accoglienza degli amici giornalisti ospiti, nel rappresentare la società nelle trasferte più lontane e nel gestire la stampa locale.

Non faccio nomi per paura di dimenticarne tanti, ma il direttore generale Giuseppe Ascani lo voglio citare. E’ solo per lui che la decisione di lasciare è arrivata con un anno di ritardo. Peppe mi ha detto: “Stai con me un altro anno e poi, se vuoi, lasci”. L’ho fatto, solo per lui, e spero con tutto il cuore di essere stato all’altezza di aver svolto il mio compito anche con entusiasmo dimezzato. L’ho fatto, perchè Peppe è un patrimonio gualdese.
Fare l’addetto stampa in serie D in questi tre anni, è stato ovviamente più difficile e impegnativo che farlo in Eccellenza, ma anche non ovviamente più difficile che farlo in serie C, quando non c’erano i social e la rete non era così esigente come lo è ora. Farlo con poco entusiasmo e con poca passione è dura, quindi è giusto che ora passi il testimone.

Lascio tutto con una convinzione suprema: che nonostante mi piaccia fare il birichino con la penna, mai mi sono permesso di scrivere, in tutti questi anni, mezza riga che andasse al di fuori del ruolo di addetto stampa. Se si fa una scelta, questa va sposata fino in fondo ed è quello che ho sempre fatto senza timore di essere smentito. Scrivere essendo al servizio di una società significa seguire un canovaccio già precostituito. Significa limitarsi a raccontare le cose senza commentarle. Significa tenersi dentro sentimenti che giornalisti senza vincoli possono esternare senza un pensiero. Significa scrivere comunicati di esonero freddi come la neve, anche se il cuore dentro ti spinge a scrivere una poesia. E’ dura, ma penso di aver resistito abbastanza bene.
C’è stato addirittura chi ha pensato che dietro certi articoli “cattivelli” della stampa locale – cattivelli si fa per dire, la cattiveria nel giornalismo sportivo è altro – ci sia stato sempre io. Tranquilli: non sono così potente da deviare le menti di colleghi “pensanti” per conto loro.

Grazie a tutti gli allenatori, i calciatori piccoli e grandi, i vari staff con cui ho condiviso questa avventura. Grazie ai tifosi. Portatori sani di gualdesità. Gente che ha cavalcato le soleggiate onde del successo, ma che ha saputo anche non affondare nelle tempeste che caratterizzano la storia, non solo sportiva, di questa nostra città. Gente che quando si è fatto leva sull’appartenenza non ha mai mancato gli appuntamenti. Gente che ha ingoiato bocconi amari e che ha sposato tutte le vicende degli ultimi anni, senza però mai perdere la propria identità.

Lascio con la speranza di aver lasciato un segno di professionalità. Perchè essere professionali è molto, ma molto più importante di essere professionisti.

Il disegno ha un’anima rock

Pubblicato sul periodico Made in Gualdo n. 15 – aprile 2016

Giovanni Biscontini

foto Raw World

Il laboratorio è al terzo piano di una casa di Petroia, piccola frazione a sud di Gualdo Tadino. La stanza profuma dell’arcobaleno dei colori acrilici appoggiati su un tavolo dove spiccano decine di bozzetti. Siamo a casa di un’artista, che possiede uno dei talenti più affascinanti dell’essere umano: quello di saper creare con il pennello.

Giovanni Biscontini è un giovane illustratore gualdese, appassionato d’arte fin da piccolo, che dopo le scuole superiori prova a frequentare la facoltà di Lettere, ma che dopo si rende conto che il talento, quando ti chiama, ha un profumo irresistibile. Allora lascia Lettere e inizia a frequentare l’Accademia delle arti figurative e digitali “Scuola Internazionale di Comics” di Jesi, specializzandosi in illustrazione e grafica.
Vicino al tecnigrafo, Giovanni ci spiega cosa significa fare l’illustratore. “E un’arte particolare, perché sei sotto commissione e devi andare dietro ad una richiesta specifica. Certo, ogni illustratore ha il suo stile, ma devi entrare nelle storie che gli scrittori creano e spiegarle con un disegno”.

Diverso, molto diverso, dal pittore ‘anima sciolta‘ che può alzarsi la mattina e dipingere quel che gli passa per la mente. “Mi piace fare anche quello e ho fatto anche parecchie mostre, portando con me tavole illustrate, ma ho avuto sempre passione per gli illustratori”.

Giovanni ci fa vedere i libri di cui ha creato la copertina. “Mi sono avviato all’illustrazione grazie al mio amico Francesco Giubilei. Insieme abbiamo fatto una rappresentazione sulla Bastola nella Rocca Flea nel 2012. Sono state esposte una decina di mie tavole legate ad un suo libro, il mini concept “Bastola, la Signora del Fuoco” (editoriale ARPANet 2008 n.d.r.). Sempre lui mi ha presentato alla casa editrice Senso Inverso di Ravenna, che ora mi chiama uno o due volte al mese per illustrare pubblicazioni di artisti emergenti. Sono già arrivato a una quindicina di copertine”.

Anche se il lavoro dell’illustratore è diverso da quello del pittore, c’è un comune denominatore e non può essere che lo stesso di ogni artista: l’ispirazione.

“E’ fondamentale. Quando mi commissionano un lavoro, li avviso sempre che ci saranno tempi molto lunghi. Se non ho l’ispirazione non riesco a fare nulla e se mi mettono fretta è inutile iniziare. Loro lo sanno e sanno anche che faccio un altro lavoro (Giovanni è grafico di un’azienda locale – ndr) e mi lasciano fare. Poi nell’esecuzione sono abbastanza veloce e a volte lavoro anche di notte”.

L’illustratore è un camaleonte dell’arte, anzi, per dirla come uno degli insegnanti di Giovanni, è ‘un artigiano col buongusto’.
“Qualche volta gli autori vogliono uno stile definito, altre mi dicono ‘fai tu’. Siamo come falegnami a cui commissionano un mobile. Dobbiamo adattarci all’esigenza del cliente, cercando comunque di mettere noi stessi. Per questo non ho un artista particolare a cui mi ispiro. Ce ne sono tanti che fanno questo mestiere, ma se devo dirne uno che spicca non ce l’ho, anche perché a seconda del genere che mi chiedono di illustrare io vado ad attingere nel mio bagaglio culturale e personale, cercando di farla nel modo più personale possibile”.

Però forse un punto di riferimento c’è, ma non è un disegnatore. E’ uno scrittore. “Stephen King mi ispira un po’. Lui ha il talento e la facoltà di farmi immaginare certe sue scene. Uno non deve mica prendere ispirazione per forza da una cosa visiva. Può farlo anche da una lettura.”

“La soddisfazione più grande? Quando gli autori delle storie di cui illustro la copertina mi chiamano e mi dicono che non avrebbero mai saputo trovare una rappresentazione migliore per quello che hanno scritto. Il fascino di questo mestiere è che la prima cosa che vedi di un libro è la copertina. E’ quella che ti acchiappa, che ti chiama dallo scaffale della libreria. Ed è bello sapere che certi autori vivono di questo attimo magico”.

Ti sei mai cimentato con i fumetti?
“Sinceramente no. Lì devi essere come un regista. E devi essere bravo a disegnare i personaggi sempre uguali a se stessi, in ogni singola tavola. Io non ho fatto questa scuola. E poi non riesco a fare due cose uguali. A me piace spaziare”.

Giovanni Biscontini non è solo un illustratore. Si diverte anche con alter due nobili arti: il teatro e la musica. Suona con i Nova Celeste e con gli Essence Fall, gruppo rock con all’attivo tanti pezzi propri e un CD. Recita con la Filodrammatica Dialettale Gualdese, vero e proprio emblema della gualdesità.
“Teatro e musica sono due hobby che mi piace coltivare. Mi sento portato per entrambi e il contatto con il pubblico mi piace molto. Sembra un controsenso, dato che sono giudicato come timido e scontroso e chi mi conosce non se lo aspetta un Giovanni spigliato come lo è sul palco. L’incanto del palcoscenico però è proprio quello di poter interpretare un personaggio che non sei tu. A volte l’esatto contrario di chi sei nella realtà. E tutto ciò è affascinante”.

Ti senti più disegnatore, musicista o attore?
“Ti posso dire quello che mi piacerebbe fare: il disegnatore. Io sono comunque portato, di natura, ad un lavoro da libero professionista. Fare l’illustratore è la cosa che mi piace di più e che vorrei diventasse un lavoro. Per la mia formazione e per la scuola che ho fatto. So però che non è facile. C’è in giro gente bravissima e ci vuole tanta gavetta, tanto curriculum e ovviamente anche gli agganci giusti. Pensa che nella mia classe eravamo in sei e ora gli altri cinque fanno tutta un’altra cosa. Solo io ho continuato”.

Un artista completo Giovanni, un artista vero. Di quelli che magari ci sei in compagnia al bar e d’improvviso ti giri e non lo vedi più, perché è tornato nel laboratorio rapito da un’ispirazione improvvisa.
“Il bello di fare tutte queste cose è che ti alienano. Fai un disegno e diventi quel disegno. A teatro diventi chi interpreti. Sai, a me non piace essere timido e scontroso, ma mi hanno fatto così. Allora il disegno, ma anche la musica e il teatro sono una gran bella via d’uscita”.

‘Io non sono cattiva, è che mi disegnano così’ diceva Jessica Rabbit. Guarda caso un personaggio illustrato che vorrebbe essere quello che non è, così come Giovanni vorrebbe non essere scontroso. Però… pensateci un attimo. Non esistono artisti veri che non siano un po’ introversi, schivi, riservati. Orsi con un anima di peluche. Impacciati che poi esplodono nella libertà delle loro espressioni artistiche.
Ecco, perché in questa nostra piccola città possiamo annoverare Giovanni tra gli artisti più veri e freschi. Un artista con cui parlare è un piacere, perché in ogni sua parola si possono scorgere e riconoscere le mille aspirazioni e i mille sogni che tutti i giovani devono avere, ma che, grazie al suo talento, lui può esternare nelle sue opere.

Con Giovanni ci salutiamo con il proposito di correre in libreria: esce il nuovo libro del nostro scrittore preferito e parliamo un attimo di qualche sua opera. Beh… lui, negli occhi, ha la luce che uno come lui deve assolutamente avere: quella tipica di chi sogna, un giorno, di poter disegnare la copertina di uno Stephen King.

© Marco Gubbini 2016