Life is a Journey

Prefazione. Un viaggio lungo un anno - Quella che segue è solo una giusta sistemazione di disordinati appunti trascritti in una piccola agenda alla fine di ognuna delle quattordici giornate che abbiamo trascorso negli Stati Uniti a cavallo tra aprile e maggio 2008. Un semplice diario di viaggio che dovrebbe servire affinché tra qualche anno, quando il ricordo sarà solo generalizzato, possiamo rileggere i nomi dei luoghi e delle persone che abbiamo visitato ed incontrato. Ad aprile è stata la nostra seconda volta negli Stati Uniti. Dodici mesi prima c’era stata la sorpresa New York, una città che difficilmente lascia indifferenti i suoi ospiti. Quei sei giorni trascorsi nella Grande Mela non erano stati assolutamente sufficienti per coglierne appieno la bellezze, i colori e i sapori e in più, una volta imboccata la via del ritorno, la sensazione era quella di aver lasciato incompiuta un’opera. Tornammo a casa il 1 maggio del 2007. Qualche ora dopo avevamo deciso di ripartire. Allora ecco che stavolta l’attesa è stata persino più spasmodica, perché sapevamo quello che la Grande Mela ci avrebbe riservato. Ma c’era un motivo in più…

Il viaggio non si sarebbe concluso a New York. Ci aspettavano altri nove giorni in Pennsylvania. E lì sì che si sarebbe andati all’avventura! Sapevamo solo di aver prenotato un motel situato nei pressi di un’uscita dell’Interstate 81, all’altezza di Dunmore e di essere probabilmente “guidati” dai parenti americani di Mario, nostro compagno di viaggio. Nulla di più. Non sapevamo come e dove esattamente avremmo trascorso nove lunghi giorni: solo che saremmo stati nel bel mezzo della provincia americana, in un luogo che doveva essere colorato in maniera assai diversa dalla metropoli. Un solo obiettivo certo: riuscire a vedere la tomba del mio bisnonno, emigrato negli Stati Uniti agli inizi del novecento insieme a tre figlie e a tanti altri italiani venuti a cercare fortuna nelle miniere di carbone della Lackawanna County.

Chi è avvezzo ben sa che descrivere a parole quello che gli occhi e la mente provano durante un viaggio è impresa impossibile. Altrimenti basterebbe passare in edicola e acquistare una delle tante riviste che parlano di come è fatto il mondo. Quello stesso mondo che, come dice Sant’Agostino, non è altro che un grande libro. Quello stesso libro di cui, se non viaggiamo, riusciremo a leggerne a malapena una pagina. Speriamo di portarci addosso i benefici, i ricordi, i racconti di quest’avventura per lungo tempo. Proprio come il viaggio del 2007, in pratica terminato dopo una settimana, ma di fatto durato fino alla vigilia di quello presente.
Un viaggio lungo un anno.

Giovedì 24 aprile 2008

A Fiumicino l’aria è frizzantina. Sono le otto di mattina e, oltre al sollievo di essere arrivati in perfetto orario c’è anche quello di scoprire che la nostra compagnia di bandiera esiste ancora. Abbiamo trascorso mesi ascoltando i tg fare il countdown dei giorni mancanti all’implosione di Alitalia e ora, egoisticamente, scherziamo sul fatto che il più è fatto e che se la compagnia fallisse domani… “al massimo ci faranno rimanere negli Stati Uniti”.  L’aereo è un Boeing 777, comodo le prime tre ore, salvo trasformarsi le restanti sei in uno spietato killer per le nostre schiene. Il volo è comunque perfetto, tra una scorpacciata di film, videogame e sonnellini, così come l’atterraggio. L’unico intoppo arriva quando già tutti siamo sul corridoio pronti a scendere. Si rompe il motore del “finger”, il ponte semovente di collegamento tra l’aereo e l’aeroporto. Decidono di trainarci verso un altro gate, ma non c’è la persona che dovrebbe guidare il rimorchio! Quarantacinque minuti di attesa supplementare. Dovrebbe essere un punto che va ad intaccare la proverbiale efficienza americana, ma poi qualcuno evidenzia una disastrosa percentuale sui servizi pubblici funzionanti nel nostro paese e scegliamo di tenere la bocca chiusa.
Le formalità di ingresso sono abbastanza veloci: una foto, le impronte digitali e via a ritirare le valigie, che ci aspettano già sul nastro trasportatore. Altro intoppo: la piastra per capelli di Milena viene scambiata per un… salame dal metal detector. E’ vietato importare generi alimentari negli USA e così i funzionari della dogana aprono la valigia, ci rovistano dentro e scoprono l’innocuo elettrodomestico. Due risate e via sul pullman che ci attende fuori per accompagnarci a Manhattan.

Il JFK si trova nella parte sud est dell’immensa area newyorkese. Il tragitto attraversa così una parte di Brooklyn e del Queens, gli immensi quartiere che insieme a Manhattan, Bronx e Staten Island formano una delle città più imprevedibili e affascinanti del mondo. L’hotel è lo stesso dell’anno scorso, il Jolly Madison Tower. Posizione centrale e a pochi isolati dalla Grand Central Terminal, dove ci rechiamo dopo una breve rinfrescata. Per noi sono le nove di sera, ma a New York gli orologi segnano le tre del pomeriggio. Diciotto ore che siamo in piedi, ma l’obiettivo è quello di tirare almeno fino alle dieci per non essere sconfitti dal jet lag. Ci fermiamo alla Grand Central Terminal per acquistare ai distributori automatici la Metro Card: venticinque dollari per una settimana di metropolitana. La proviamo subito prendendo la linea S, che sta per “shuttle”, la navetta che collega la stazione della 42th street, dove ci troviamo ora, con Times Square. E’ la seconda volta che proviamo l’ebbrezza di spuntare per le scale della stazione di arrivo dello Shuttle, ma l’effetto di riscoprire la piazza più sensazionale del mondo è ugualmente forte. Il cielo è bello sereno, ma Times Square risplende di luci sue a prescindere dal tempo meteorologico. Facciamo un giro di perlustrazione intorno alla piazza e farlo col naso all’insù è inevitabile. Per cena, memori dell’esperienza dell’anno scorso, andiamo da Tad’s, una steak house gestita da peruviani. Ottima carne, ottima birra e posto ideale anche per chi ha problemi con la lingua, dato che il menù è ben esposto in stile McDonald sopra il bancone e non si deve fare altro che dire il numero della pietanza. La maggior parte di noi opta per un mega hamburger che, rispetto a quanto mangiato in aereo, è da cinque stelle della guida Michelin. Il conto non è dei più economici: 43$ per tre hamburger e tre Coca-Cola. Ma siamo a Times Square. Usciamo dal locale all’imbrunire di una giornata serenissima e lo spettacolo di luci è ancora più maestoso. Siamo tutti allo stremo, ma dobbiamo resistere ancora due/tre ore. Decidiamo per un giro dei negozi più belli di Times Square. Il clima è splendido e passeggiamo con indosso le t-shirt. M&M’s, store dell’omonima azienda di confettini di cioccolata, è un trionfo di colori. Le praline sono ovunque, ma gadget e capi d’abbigliamento sono gli articoli che vanno più a ruba. Footlocker e Hard Rock Cafè le altre tappe. Facciamo un giro veloce, ma dando un’occhiata ai prezzi facciamo in tempo a renderci conto della forza attuale della nostra moneta. Rinfrancati dal punto di vista del budget, torniamo a piedi in albergo con le gambe di chi è sveglio da ventiquattro ore e con la testa di chi ha davanti ancora tredici giorni di vacanza.

Venerdì 25 aprile 2008

La splendida colazione del Jolly Madison ci toglie di dosso le ultime scorie del jet lag. Croissant, biscotti, marmellate, yogurt, frutta, tutto rigorosamente freschissimo e delizioso. La qualità del “breakfast” di questo hotel vale da sola il prezzo del soggiorno. Aiutati dalla splendida giornata di sole, decidiamo di staccarci dal gruppo che andrà a Liberty Island e Ellis Island,

L’anno scorso avevamo incontrato l’Empire State Building dopo una giornata stressante. Ci aveva accolto con il funesto cartello “Da questo punto avete due ore e mezzo di attesa per salire”. Avevamo rinunciato. Stavolta ci siamo premuniti: alle nove di mattina eravamo davanti all’ingresso con in mano il biglietto acquistato e stampato da casa. L’essere muniti del ticket ci ha risparmiato la fila alle casse e in totale abbiamo impiegato un quarto d’ora per salire gli ottantasei piani che separano la Fifth Avenue dalla terrazza panoramica. Per i primi ottanta abbiamo utilizzato un ascensore che ha impiegato circa quindici secondi (!); per i restanti sei ci è stata data facoltà di scelta: una piccola coda per prendere un altro ascensore o le scale. Abbiamo optato per quest’ultime, strette e ripidissime. Si arriva col fiatone, ma quando ci si affaccia alla terrazza, l’impressione è proprio quella di avere New York ai propri piedi. La vista a 360 gradi è mozzafiato. La terrazza è proprio sotto la cima, la punta che per tradizione viene illuminata con colori che corrispondono alle varie ricorrenze, ma anche in base all’umore della città (dopo gli attentati del settembre 2001 le luci sono rimaste a lungo dei colori della bandiera americana). C’è l’intera città lì sotto e si possono scorgere praticamente tutti i monumenti, i musei, i grattacieli più noti, Central Park, il New Jersey, il Queens, Brooklyn, fino alla statua della Libertà che da qui sembra uno dei tanti modellini venduti nelle bancarelle. Spicca, a sud, la zona del World Trade Center, che si erge improvvisa dopo la “piana” del Greenwich Villane e di Soho. Decidiamo che quella sarà la nostra prossima tappa.

La discesa giù per l’Empire è altrettanto veloce e dopo una corsa nell’efficientissima metropolitana, arriviamo alla stazione di Bowling Green. L’uscita della metro è proprio di fronte al Museo Nazionale degli Indiani d’America. Entriamo nell’edificio, ex US Custom House, ma la visita al museo si rivela una mezza delusione. Non che i manufatti all’interno non siano interessanti, ma la mostra è dedicata soltanto agli Indiani del Pacifico. Nessuna traccia di Navajo, Cheyenne o Sioux. La visita è breve, anche per la stessa dimensione del museo e dopo aver stazionato dieci minuti nell’immancabile negozio di souvenir alla fine del percorso museale, ci incamminiamo verso Ground Zero.

Lungo la strada ci fermiamo a Trinity Church, situata all’estremità di Wall Street. Esempio splendido di architettura gotica, la chiesa fu progettata nel 1846 e nel 1860 la sua guglia era la struttura più alta di New York! Visitiamo il cimitero che circonda la chiesa dove, tra gli altri, sono sepolti lo statista Alexander Hamilton e Robert Fulton, l’inventore della nave a vapore.

A Ground Zero i rumori del traffico si sommano a quelli dell’immenso cantiere che procede spedito verso la ricostruzione del nuovo World Trade Center e il frastuono è assordante. Scorgiamo da dietro le transenne il palco che solo cinque giorni fa ha ospitato papa Benedetto XVI nella sua prima storica visita negli Stati Uniti. E’ proprio dove sorgerà la nuova Freedom Tower, che dicono sarà inaugurata tra tre anni. Vedendo il cantiere, fossimo in Italia ci saremmo fatti delle grasse risate. Vedendo il cantiere e paragonandolo a quello visto lo scorso anno decidiamo di crederci e promettiamo solennemente che la nostra prossima visita a New York sarà proprio nel 2011. Un salto all’interno del Winter Garden per vedere il cantiere dall’alto e poi si va a cercare un posto per mangiare.

Il pranzo per gli americani è un optional che merita non più di un quarto d’ora del loro tempo. Si mangia ovunque: sui marciapiedi, sulle panchine, in piedi. Seguiamo la “moda” e consumiamo l’hamburger e l’insalata di un McDonald sulla Broadway seduti su un muretto di Liberty Plaza circondati da una marea di impiegati che approfittano del bel sole primaverile. Prendiamo la metro fino a Times Square e qui visitiamo in maniera “approfondita” il Virgin Megastore e Champs, negozio di articoli sportivi. Guardiamo l’ora, in Italia sono le undici di mattina e ci avviciniamo alla famosa webcam del circuito Earth Cam situata all’incrocio tra la 46th e Broadway, di fronte al fast food Friday. Una telefonata a casa ed eccoci apparire in uno schermo di un pc dall’altra parte del mondo. Uno dei miracoli della rete! Ci dicono di mettere le dita nel naso, così, giusto per essere sicuri di essere in diretta e per salvare una foto carina che andrà a finire sull’album. Ah, se quel giorno vi trovavate per caso a Times Square e avete notato tre persone salutare con le dita nel naso di fronte ad un muro… ora sapete chi erano.

Per cena Mario propone Duch’s, un ristorante ad un paio di isolati dal nostro hotel, che sta all’incrocio tra la Madison e la 38th. Arriviamo senza prenotazione, siamo una ventina e naturalmente non c’è nulla da fare se non aspettare fino a tarda notte. Ci dividiamo e con un gruppo più piccolo decidiamo per Moonstrucks, locale a circa… tre metri dalla porta dell’albergo. Ideale per chi ha i piedi in ostaggio. Cucina discreta ed un buon rapporto qualità/prezzo. Sarà la scelta anche per altre serate.

L’Apple Store della 5th avenue è uno dei posti segnati in rosso nell’agenda compilata prima della partenza e ce lo spariamo subito dopo cena. Ci arriviamo con la metro e, a causa di uno sbaglio di direzione, anche con qualche centinaio di metri a piedi. Il cambio favorevole (maledetto!) ci spinge ad acquistare ipod a tonnellate. Ma è anche iphone mania. Il telefonino tuttofare non è ancora arrivato in Italia e Milena va subito alla cassa con tre obiettivi: acquistarne uno, centrare lo scopo primario del viaggio e dilapidare un anno di risparmi. Sorpresa: non c’è! Come non c’è? Siamo alla Apple di New York, più Apple di così non si può! E invece gli iphone sono proprio terminati. Il sospetto è che non vogliano venderlo agli stranieri, dato che ci rispondono vagamente anche quando chiediamo quando arrivano. Daniele propone turni di guardia vicino alla cassa per vedere se ad altri lo vendono, ma sembra che l’oggetto del desiderio sia proprio “sold out”. Milena si consola con un “ipod touch”, noi con il fatto di avere la metro a pochi passi. E’ mezzanotte e mezzo e siamo sfiniti.

Sabato 26 aprile 2008

Tempo discreto. Oggi vogliamo seguire il programma dell’intero gruppo e ripetere l’esperienza del ponte di Brooklyn a piedi. Arriviamo in metro fino a Brooklyn Heights e dopo la passeggiata lungo la Columbia Heights che ci regala lo splendido skyline di lower Manhattan, iniziamo la traversata dell’East River appesi sul famoso ponte completato nel 1883 dopo appena sedici anni dalla posa della prima pietra. Il traffico scorre sotto di noi e la città, di cui questa struttura è il simbolo, si avvicina sempre di più fino quasi ad inghiottirci. Siamo di nuovo a Manhattan, esattamente a City Hall Park, di fronte al quale sorge il municipio di New York con la sua splendida sommità di torri e guglie sormontate dalla Civic Fame, statua di Adolph Weinman.

Il pranzo è da Jeremy’s Ale House, a Seaport. Noi ci siamo stati l’anno scorso e in più a Milena non piace il pesce, perciò sceglie McDonald (guarda caso!). Prima però facciamo un salto da J&R, uno dei più famosi megastore di elettronica della città. E’ in Park Row, a pochi passi dal parco di City Hall. Breve visita, facciamo scorta di batterie per le fotocamere e via a mangiare. Raggiungiamo gli altri da Jeremy’s e li troviamo a ballare intorno ai tavoli e a scrivere messaggi sul soffitto. Qualcuno accenna anche ad uno spogliarello in questo locale in cui entri normale ed esci con un quintale di allegria in corpo. Usciti dal ristorante, visita obbligata al negozio Abercrombie & Fitch di South Seaport. Musica alta, penombra e tantissimi giovani. Abercrombie si conferma come simbolo della moda americana e un marchio ricercatissimo in Italia a giudicare dai connazionali che troviamo all’interno. Riprendiamo la metro fino a Lexington Avenue. E’ sabato e i negozi sono straripanti di gente. Entriamo al Levi’s Store, ma la fila ai camerini è talmente lunga che rende difficile anche il solo camminare all’interno del negozio. Promettiamo di tornare lunedì e ci tuffiamo in una Fifth Avenue piena di colori dove passeggiamo fino a sera. Torniamo in albergo e dopo una doccia rifocillante scegliamo ancora la buona carne di Moonstruck.

Domenica 27 aprile 2008

Piove, e quando piove tutti i turisti di New York si riversano nei musei. L’avvocato Velatta a colazione ci propone però la visita alla chiesa di St. John the Divine, la cattedrale episcopale di New York. Milena segue il resto del gruppo che è atteso da una messa gospel ad Harlem, mentre con Donatella seguiamo il consiglio dell’avvocato (come è sempre opportuno fare!). La chiesa è situata a Morningside Heights, zona settentrionale di Manhattan, precisamente dove la 112th incrocia Amsterdam Avenue. Iniziata nel 1892, la particolarità di questa chiesa, oltre la sua bellezza, è che deve essere ancora terminata! Alterne vicissitudini hanno infatti accompagnato la vita di St. John dal momento della posa della prima pietra. Il periodo più lungo di interruzione dei lavori avvenne nel 1941, una settimana prima del bombardamento di Pearl Harbor. Nel 1979 inizia la costruzione della torre meridionale e da qui tra nuove interruzioni e incendi si arriva fino ai nostri giorni. Arriviamo percorrendo la 102th e lo splendido rosone che si intravede tra gli alberi è il segnale che siamo arrivati. E’ il rosone più grande di tutti gli Stati Uniti con i suoi dodici metri di diametro. Si entra percorrendo un corridoio fatto da pannelli di legno. E’ il segno dell’ennesimo restauro che segue ad un incendio che sette anni fa ha distrutto il transetto nord. Bellissima la navata gotica formata da 14 campate a tema, ognuna ispirata alle professioni dell’uomo.

Ha smesso di piovere e riprendiamo la metropolitana per spostarci ancora più a nord, fino ad Harlem. Scendiamo alla 125th, dopo che il treno era improvvisamente risalito in superficie rivelando un paesaggio completamente diverso da quello lasciato cinque minuti prima. Il quartiere di Harlem è conosciuto per la cultura afroamericana che lo impregna. Le sue strade hanno ispirato musicisti rap, jazz, hip hop. Era originariamente un insediamento olandese e il nome è stato appunto preso in prestito dalla città di New Haarlem. L’enorme struttura in ferro della metro sopraelevata sembra il set di un film sulla Chicago dei gangster. Scendiamo le scale che dalla fermata portano in strada e percorriamo a piedi un tratto di New York che è difficile chiamare Manhattan.

Case basse dai tetti piatti, una miriade di negozi dalla qualità e dai prezzi di molto inferiori rispetto a quelli che si trovano solo ad una sessantina di isolati più a sud. Dieci minuti di passeggiata e troviamo, dall’altra parte della strada, il mitico Apollo Theatre. Billie Holiday, Duke Ellington, James Brown, Gladys Knight sono solo alcuni dei nomi alla cui carriera il teatro ha dato impulso. E pensare che il luogo, nato nel 1913, era all’inizio un locale per soli bianchi. Solo nel 1934 fu aperto a tutti divenendo un mito che ancora oggi sopravvive ospitando celebri musicisti blues, jazz e gospel. Foto di rito davanti al teatro, ovviamente chiuso a quest’ora di mattina, e lasciamo la zona per dirigerci più a sud dove contiamo di incontrare il resto del gruppo. Per un malinteso e per la difficoltà di contattare gli altri per telefono, ci fermiamo un’ora a Frederick Douglass Circle, la piazza che segna il bordo nord occidentale di Central Park. Impressionante il traffico di oggi rispetto a quello di tutti i giorni. In un’ora vedremo passare si e no dieci automobili. I newyorkesi la domenica abbandonano completamente le auto in garage lasciandoci una città vivibilissima.

Ci arriva un sms: il gruppo sta scendendo a piedi da Harlem verso la Columbia University. Altra corsa in metropolitana e dopo una sola fermata arriviamo anche noi davanti all’ingresso di una delle più antiche e famose università americane. Dopo esserci riuniti al resto del gruppo visitiamo l’interno dell’immenso college. Pranziamo in un bar affollato di studenti nonostante la giornata festiva e il pensiero va agli oltre cinquanta premi Nobel che questa scuola ha sfornato e alla probabilità che abbiamo di mangiare un panino accanto ad un futuro Isaac Asimov…

La prossima tappa è il Greenwich Village, o semplicemente Village, dove arriviamo dopo aver percorso circa cento isolati verso sud. E’ il disordinato schema di strade, mai adattato alla planimetria squadrata di Manhattan, che rende il Village una città nella città; ma anche la possibilità di uno shopping particolare e introvabile nella parte “ricca” della città. Galleria d’arte, abbigliamento vintage, tattoo, negozi di strumenti musicali, antiche botteghe che vendono lp di vinile introvabili e tante altre attività uniche, rendono una passeggiata nel Village un’esperienza unica. Passiamo davanti al Blue Note, leggendario locale di musica jazz. Qui hanno suonato i più grandi, qui stasera suona il più grande bassista jazz vivente, Stanley Clarke, annunciato da una mini locandina tipo quelle che in Italia ti avvisano di un party universitario! Anche questa è New York. Torniamo in albergo abbastanza presto, perché ci dobbiamo preparare ad un momento particolare: stasera ci aspetta un musical a Broadway.

Le vie parallele a Broadway e Times Square, che costituiscono il cosiddetto “Theatre District”, sono costellate di teatri che ogni sera mandano in scena musical da leggenda. Due mesi fa abbiamo scelto il Minskoff  Theatre e il suo The Lion King (dieci anni di repliche da tutto esaurito). Il motivo è semplice: conoscendo la storia disneyana del Re Leone avremmo avuto meno difficoltà con la lingua. I biglietti li avevamo prenotati da casa tramite il circuito Ticketmaster e li troviamo nella busta, con scritto il nostro nome, che ritiriamo al botteghino del teatro.

Entriamo al Minskoff circa un’ora prima dell’inizio dello spettacolo, ma l’ingresso vero e proprio in sala non è ancora possibile. Giriamo per il teatro che dà proprio su Times Square e dalle enormi vetrate si gode una vista mozzafiato. Niente a confronto di quello che ci aspetterà durante lo spettacolo. I nostri biglietti da 56$ ci danno diritto a posti in galleria, ma abbastanza centrali. Scende il buio e una scenografia magnifica ci lascia senza fiato. La scena è quella iniziale del film, quando il piccolo Simba viene presentato a tutti gli animali della savana. Mai visto nulla di simile. Alla fine del primo brano, la famosa Circle of Life, mi giro verso Milena: è a bocca aperta! La bravura dei ballerini, dei cantanti, dei musicisti. La musica di Elton John, i colori e la bellezza delle scenografie. Tutto letteralmente da pelle d’oca. I dialoghi si capiscono pochissimo, ma si resta lo stesso inchiodati alla poltrona senza perdere una battuta. Un consiglio per chi ha intenzione di visitare New York: questa esperienza vale quasi l’intero viaggio e non è un’affermazione esagerata. Impossibile comunque descrivere a parole le emozioni provate durante il musical, amplificate anche dalla consapevolezza di essere a Broadway. Abbiamo cenato da Sbarro, abbiamo passeggiato per Times Square e siamo ritornati in albergo sempre parlando senza sosta del musical. Il verdetto è stato unanime: una delle più belle esperienze della nostra vita. Per Milena anche un compleanno speciale, dato che proprio in un teatro di Broadway ha compiuto diciassette anni…

 Lunedì 28 aprile 2008

I grattacieli della Fifth Avenue sembrano tutti alti uguali, incappucciati come sono dalla fitta coltre di nubi. Le punte sono invisibili e cade talmente tanta pioggia che è difficoltoso camminare lungo i marciapiedi di Manhattan. Ovunque ti giri trovi venditori di mini ombrelli a 5$ e anche noi dobbiamo ricorrere a loro una volta usciti dalla stazione metro della 51th street. Stamattina la meta, anche a causa della pioggia, sono i tanti negozi che rendono famosa la 5th avenue. Negozi che diventano, ogni tanto, anche tappe dove asciugarsi e riprendere fiato. L’Euro è fortissimo. Ce ne rendiamo conto al Levi’s Store sulla Lexington Avenue. In Italia un paio di jeans costa 110 €, qui la media è sui 60$ che, al cambio di oggi, fanno circa 37€!! Discorso opposto al negozio dell’italiana Diesel, proprio dirimpetto al Levi’s Store, dove per un paio di jeans italiani occorrono 220$.

La 5th Avenue è soprattutto Tiffany, un istituzione a New York. Cinque piani di gioielli inarrivabili e uno per le persone “comuni”. E’ lì che ci dirigiamo prendendo un ascensore pilotato da uno statuario ed elegantissimo commesso di colore, che dalla mattina alla sera ripete il nome del piano e ringrazia i clienti fissando la tastiera della cabina… Il negozio ha anche una sua valenza storica. Oltre ad essere stato il set della trasposizione cinematografica della novella di Truman Capote, “Colazione da Tiffany”, e di altri films, è anche iscritto al National Register of Historic Places. Daniele assapora l’ebbrezza di strisciare da Tiffany la carta di credito, che, con suo grande stupore, gli viene anche restituita sana e salva! Di fronte a Tiffany c’è il Nokia Store. Ne approfittiamo, oltre che dare un’occhiata alle novità che arriveranno in Europa tra qualche mese, per scaricare col nostro telefonino la posta elettronica dato che all’interno del negozio c’è una rete wireless gratuita. A dir la verità è una caratteristica di moltissimi esercizi commerciali americani, tanto che si può tranquillamente passeggiare per i marciapiedi navigando in internet. Facciamo tappa anche al Disney Store. Siamo fradici di pioggia e con noi anche i nostri ombrelli che vengono impacchettati da un commesso all’ingresso del negozio. Ultimi acquisti da portare in Italia e poi, tanto per non perdere l’abitudine, pranziamo da McDonald.

La pioggia non accenna a diminuire, ma non ferma la nostra voglia di camminare. Con la metro torniamo al Village dove qualcuno del gruppo con cui siamo oggi non era mai stato. Visitiamo un negozio completamente dedicato alla vendita di abiti anni 70/80. L’interno è favoloso per gli oggetti in vendita e per l’arredamento, tanto che facciamo i complimenti alla proprietaria. Camminiamo fino a tardi, incontriamo una squadra di pompieri e arriva, immancabile, la foto di rito con coloro che in città vengono considerati dei veri e propri miti viventi.

Vi hanno inculcato il luogo comune dei newyorkesi freddi e indifferenti per ciò che li circonda? Allora sentite questa: decidiamo di tornare in hotel e prendiamo la linea arancione della metro a Washington Square. Scendiamo alla stazione di Lafayette Street per prendere la linea verde che ci avrebbe dovuto portare diritti alla Grand Central Terminal. Qualcosa non quadra. La mappa parla di un incrocio tra le due linee, ma niente, nessuna traccia. Apriamo la mappa e quando a New York apri una mappa, incredibile ma vero, si materializza subito qualcuno che ti chiede “Can I help you?”. Ecco infatti un signore e la fatidica frase. Ci dice che da Lafayette Street si prende si la linea verde, ma bisogna risalire in superficie e attraversare una piazza. Lo ringraziamo, ma non c’è nulla da fare: insiste per accompagnarci! Lo fa incurante della pioggia e del fatto che poi deve ritornare nella stazione dove ci ha incontrati. Sommiamo questo fatto a quello successo l’anno prima, quando, sempre all’uscita della metropolitana una signora che entrava ci regalò il suo ombrello. “A me non serve più e fuori diluvia” ci aveva detto, mentre la guardavamo esterrefatti. Il risultato non può che essere uno: ci troviamo davanti ad una regola e non ad una eccezione. Arriviamo in albergo e smette di piovere. Facciamo un bagno (l’ennesimo della giornata!) e poi tutti a cena da Sbarro a Times Square dove si mangia pagando a peso. E’ l’ultima sera a New York e dopo mangiato tutti cercano di catturare e immagazzinare il più possibile la bellezza della piazza….

Martedì 29 aprile 2008

E’ giorno di partenza per il gruppo e abbiamo solo la mattinata a disposizione. Con la linea blu della metro andiamo verso nord, fino alla 72th street. L’uscita della stazione è proprio all’incrocio tra gli appartamenti Dakota (dove fu ucciso John Lennon e dove ancora abita la moglie Yoko Ono) e l’ingresso alla zona di Central Park chiamata Strawberry Fields Memorial. E’ un area molto vasta disegnata dall’architetto Bruce Kelly ed inaugurata il 9 ottobre 1985 giorno in cui John Lennon avrebbe dovuto avere 45 anni. Yoko Ono cura a proprie spese la manutenzione dell’area del parco il cui cuore è una riproduzione di un mosaico di Pompei, dono della città di Napoli. Al centro del mosaico è riprodotto il titolo della canzone più famosa dell’ex Beatle, “Imagine”. Poco distante, una targa in marmo ricorda tutte le nazioni del mondo che hanno contribuito a costruire il memorial. Proseguiamo la passeggiata a Central Park dirigendoci verso sud est. Nel cuore del parco ci imbattiamo nell’ennesima troupe cinematografica. I camion sono marchiati Paramount, chissà che film sarà! Usciamo dal parco all’altezza della quinta strada, proprio di fianco all’hotel Plaza. Lo storico albergo è lì dal 1907 e rappresenta ancora un emblema del lusso, oltre ad essere un “National Historic Landmark”. Facciamo un pezzo di Lexington a piedi (altra cinepresa che riprende due attori sul marciapiede) e poi prendiamo la metro per il nostro hotel Jolly Madison. Alle 13 in punto arriva il pullman che porterà il gruppo al JFK. Salutiamo Milena e tutti gli altri che finiscono qui la vacanza.

Sul marciapiede del Jolly rimaniamo io, Donatella e Mario. Per pranzo ci spostiamo di pochi metri fino al Verona Deli della Madison, un self service senza troppe pretese e dove mangiamo per pochi dollari del buon riso e della frutta. Alle 15.30 inizia ufficialmente la seconda parte del nostro viaggio. Dalla 38th vediamo infatti sbucare il Cherokee Laredo di Stephanie e Ronnie, rispettivamente la nipote e il cugino di Mario. Arrivano da Dickson City, Pennsylvania, ed è lì che ci accompagneranno. Dopo le presentazioni di rito lasciamo New York attraverso il George Washington Bridge ed entriamo nel New Jersey. Nel frattempo è sbucato il sole e il viaggio attraverso l’Interstate 80 accompagnati dalla musica di Toby Keith che esce dalle casse dell’autoradio sa molto, ma molto, di “Easy Rider”. Il New Jersey è uno stato lungo e stretto e arriviamo al cartello che ci dà il benvenuto in Pennsylvania più o meno a metà del viaggio che durerà due ore e un quarto. Il confine di stato coincide con il corso del fiume Delaware. Il paesaggio della Pennsylvania è leggermente ondulato, siamo circondati da boschi verdissimi che si perdono a vista d’occhio. La sensazione di “grandi spazi” è impressionante.

Scranton è il capoluogo della contea di Lackawanna. La città conta 80.000 abitanti, ma la contea, adagiata in una vallata immensa circondata da colline, è abitata da quasi 300.000. Insieme a cinque altre contee, Lackawanna fa parte del famoso distretto del carbone, la Coal Region. Tra il 1865 e il 1920 più di cinque milioni di italiani emigrarono negli Stati Uniti in cerca di fortuna. A migliaia arrivarono proprio nella contea di Lackawanna, in grado di dar loro lavoro grazie alle miniere di antracite, il carbone più pregiato, di cui il sottosuolo era pieno. Tra coloro che intorno ai primi del ‘900 sbarcarono nel porto di New York e superarono la dogana di Ellis Island ci fu anche Tommaso Anderlini, figlio di un contadino gualdese. Tommaso, sposato con Antonia, una volta trovato lavoro nelle miniere e sistematosi a Jessup, fece venire dall’Italia tutte le figlie femmine che aveva. La prima ad arrivare fu Nicoletta nel 1914, poi, a seguire, Ines e Caterina, ultima a raggiungere il padre nel 1920. Tommaso era il nostro bisnonno (mio e di Mario) e Nicoletta, Ines e Caterina le sorelle di mio nonno Ottavo e del nonno di Mario, Giuseppe. Uno degli scopi di questo viaggio è quello di incontrare due dei figli delle sorelle Anderlini e visitare la tomba di Tommaso.

Mentre a New York l’impressione è perennemente quella di trovarci in un enorme set di qualche colossal, qui in provincia sembra di essere all’interno di una puntata di Happy Days. Non ci si rende conto di essere influenzati dall’America dei telefilm fin quando non si è lì. Sembra tutto già visto: le case, i controvialetti, le cassette della posta, i fast food colorati, le verande con le sedie a dondolo e, ovunque, ma proprio ovunque, la bandiera a stelle e strisce. Ronnie Refice di professione fa lo psicologo e la prima tappa è il suo studio di Dickson City, dove preleviamo la figlia di Stephanie, Emily. Lungo il viaggio non erano stati molto loquaci Ronnie e Stephanie, ma una volta arrivati a casa di lui si comincia a parlare. L’italiano di Ronnie è divertente ed efficace, Stephanie invece preferisce l’inglese anche se frequenta un corso che dovrebbe permetterle di scambiare qualche parola nella lingua dei suoi nonni. Anche casa Refice ci sembra di averla vista in qualche telefilm. Sarà l’albergo di Mario, mentre con Donatella alloggeremo in un motel di Dunmore. Ci offrono un gustoso aperitivo a base di olive, gorgonzola e salatini. Arriva Catherine, la compagna di Ronnie e iniziamo a sciogliere l’iniziale imbarazzo. Stasera ceneremo qui e allora chiediamo a Ronnie di telefonare al nostro motel. L’abbiamo prenotato due mesi fa tramite internet e vorremmo avvertire che esistiamo e che faremo un po’ tardi. Arriva anche RJ, il marito di Stephanie, e l’altro figlio Perry, il fratello di Emily. RJ parla esclusivamente inglese e d’italiano non sa praticamente nulla, ma riusciamo lo stesso a intraprendere un discorso basato sugli sport italiani e americani. RJ ha una ditta di articoli pubblicitari ed è un tifoso sfegatato dei New York Yankees oltre che essere allenatore di una piccola squadra di baseball dove gioca anche il piccolo Perry. E’ colpito dalla felpa del Gualdo Calcio che indosso, dice che è molto bella e gli spiego che è la squadra di “soccer” della mia città. Non ha mai visto una partita di calcio, così come noi non abbiamo mai assistito ad una di baseball. Nessuno sa ancora che, tra pochi giorni, una di queste affermazioni cadrà!

Ronnie vuole dimostrare di aver appreso i segreti della cucina italiana e, dopo un antipasto molto americano con l’onnipresente caesar salad, ci cucina ravioli e polpette preparati secondo la ricetta di sua nonna. Poco a che vedere con il vero sugo italiano, ma gustosi. Un buon dolce al limone chiude una piacevole serata. L’imbarazzo è un lontano ricordo. Ci vogliono far sentire a casa nostra e, purtroppo per quando dovremo partire, ci riescono. Intorno alle 23 Ronnie, con la sua Saab, accompagna me e Donatella al motel Days Inn di Dunmore, a pochi chilometri da Dickson City. E’ proprio all’uscita dell’autostrada, sulla O’Neill Highway, circondato da supermercati e fast food. Ci accoglie per il check-in il gestore, un signore che ci racconta subito delle sue origini italiane e dei parenti che ha in Sicilia. La camera è tipica dei motel autostradali americani. Semplice, pulita, con un gigantesco televisore, il lavandino all’interno della stanza e una macchinetta del caffè completa di cialde. Ovviamente c’è internet wireless e altrettanto ovviamente è gratis. Si scarica la posta, si controlla quello che è successo a Gualdo e poi ci si addormenta lasciando i telefonini accesi per aspettare un sms di Milena ancora in viaggio per l’Italia. Arriverà intorno alle tre di mattina. “Sono arrivata a Roma”, dice il messaggio. Per noi invece l’avventura è appena iniziata.

 Mercoledì 30 aprile 2008

Ci svegliamo presto. Non abbiamo programmi e non sappiamo a che ora Mario e Ronnie ci verranno a prendere. Dopo la doccia ci aspetta la colazione del motel. Il locale dedicato è un piccolo angolo della hall dove un tavolo espone un tostapane, due thermos con caffè e latte, panini al burro, marmellata e burro. Un angolo molto americano con soli tre piccoli tavoli dove per altre sette mattine faremo compagnia a rappresentanti e camionisti provenienti dagli altri stati americani, sorseggiando un caffè che sembra acqua, ma che fa molto “on the road”. Arriva un sms di Mario: a casa Refice si sono appena alzati e quindi tarderanno. Ne approfittiamo per fare un salto al supermercato Price Chopper che è proprio di fronte al parcheggio del motel. All’interno di questo megastore troviamo proprio di tutto. A parte l’enorme varietà di generi alimentari, per niente paragonabile al più grande supermercato mai visitato in Italia, ci colpisce il fatto di trovare un assortimento grandissimo di medicine, oltre ad una farmacia interna con tanto di medico per i prodotti per cui occorre una ricetta. C’è anche la possibilità, inserendo una banconota da un dollaro in una macchinetta automatica, di fare l’analisi della glicemia e altri valori del sangue! Vastissimi i reparti di libri, giornali e giardinaggio. Una corsia intera è dedicata al barbecue e ai suoi accessori, vero e proprio cult americano. Il supermercato è aperto 24 ore al giorno in una zona che, malgrado non sia una metropoli, è piena di esercizi commerciali simili!
Arrivano Mario e Ronnie, ci caricano davanti al motel e andiamo alla ricerca di un navigatore e del famigerato iPhone con cui abbiamo un conto aperto da New York. Stupiti come siamo dal supermercato, rimaniamo letteralmente allibiti quando, nel giro di pochi centinaia di metri, visitiamo tre megastore dell’elettronica ognuno dei quali i Media World o gli Euronics italiani sono botteguccie di periferia. Il primo che visitiamo a dir la verità è una sorta di negozio all’ingrosso. Per entrare c’è bisogno di una qualche tessera che il nostro Ronnie ovviamente possiede. Negli immensi spazi interni, la gente gira col carrello della spesa con dentro tv lcd, stereo, ipod, hard disk, pc. A Dickson City visitiamo invece Circuit City, molto grande anche questo, dove troviamo un assortimento completo di navigatori Tom Tom, nessuno dei quali, però, con installate le mappe europee. Troviamo un negozio della AT&T (la Telecom americana) e ci informiamo sull’iPhone. E’ disponibile, il prezzo è circa la metà rispetto all’Italia, ma si deve sottoscrivere con la loro compagnia un contratto di due anni. Arriva la rinuncia definitiva da parte di tutti e risaliamo in macchina.

Ci fermiamo a pranzo da Smiler’s Grill and Bar, un simpatico locale sulla Main Street di Dickson City dove mangiamo un hamburger veramente delizioso. La tappa seguente è il K9 Corral un simpatico negozio di articoli western di Justus, paesino di poche anime sulla Route 347. C’eravamo già stati stamattina, ma un cartello annunciava che il negozio avrebbe aperto alle 14. Mario deve acquistare un cappello e la proprietaria, gentilissima, dopo avergliene mostrati un po’ ci dice che tra un paio di giorni l’assortimento sarà più ampio. I jeans Wrangler Cowboy Cut, ricercati e molto cari in Italia fra gli appassionati di cavalli, fanno bella mostra di sé a prezzi che si aggirano intorno ai 25/30 dollari. Vedo una fibbia per cintura bellissima e visto il prezzo (12$, circa 7 euro) la compro. Con la promessa di tornare a prendere il cappello, salutiamo la signora e riprendiamo la macchina per fare un giro a Scranton dopo aver fatto tappa a casa di Ronnie. Qui il padrone di casa ci mostra la sua collezione di cinture western incise e cucite a mano. Me ne regala una su cui mettere la fibbia appena acquistata. Grande Ronnie!

I giardini delle case  di Scranton sono pieni di banner inneggianti a Barack Obama e Hillary Clinton, ma anche candidati dalle speranze improbabili come Ron Paul. E’ tempo di primarie e da pochi giorni la cittadina ha ricevuto la visita di Hillary. Attraversiamo la Marywood University. Vialetti ben curati segnano la cittadella studentesca. Qui si studia legge, filosofia, psicologia, architettura, ma c’è anche un dipartimento chiamato Nursing & Public Administration. In pratica per dirigere la cosa pubblica qui c’è un corso di laurea specifica! Ci dirigiamo verso la periferia e arriviamo al lago di Scranton, un bacino d’acqua circondato da boschi, piste ciclabili e sentieri. E’ un bacino d’acqua artificiale gestito dalla Pennsylvania American Water Company ed è anche… la riserva d’acqua di Scranton!

Torniamo a casa di Ronnie per telefonare a Tom Cardoni. Tom è uno dei nipoti di Ines Anderlini ed è a lui che abbiamo scritto per annunciare il nostro arrivo e per avere la possibilità di conoscerci. Al telefono Tom spiega che ha organizzato una piccola riunione di famiglia e che l’appuntamento sarà domenica prossima in un ristorante di Jessup.
Jessup è anche la città dove stiamo andando a cena stasera. Il ristorante è italiano e si chiama Colarusso’s. La mancanza di carboidrati italiani si fa sentire e, mentre gli altri assaggiano una pizza alta un metro, scelgo dal menù un piatto di spaghetti alla bolognese. Non l’avessi mai fatto! Mi arriva un piatto con circa due etti di spaghetti scotti e un sugo i cui ingredienti non ho avuto il coraggio approfondire. Il tutto annaffiato da una caraffa di puro cloro unito ad una piccolissima percentuale di acqua! Cena da dimenticare, ma non la simpatia di un signore molto anziano, che si avvicina emozionato per dirci che erano venticinque anni che non sentiva parlare italiano. Di fianco a noi un gruppo di ragazzi che mangiano pizza e bevono birra. La cameriera ci dirà che è una cena particolare perché in memoria di un loro amico di cui domani avranno il funerale! Una concezione di lutto decisamente diversa dalla nostra.
Tornando agli spaghetti, mangiandone pochissimi, devo fare i conti con un’usanza tutta americana: tutto quello che lasci nel piatto che ordini… te lo devi portare a casa. Tutto! Arriva la cameriera, prende quel che resta del piatto di “spaghetti”, lo depone in una scatola tipo pizza da asporto, che mi piazza davanti. Guai a dire di no. Catherine dice che se paghi un piatto di spaghetti hai diritto ad un piatto di spaghetti e se non riesci a mangiarteli al ristorante lo farai a casa. Come ragionamento non fa una grinza! Usciamo così dal ristorante con pizza e pasta che, sempre secondo Catherine, dovremmo mettere dentro il frigorifero del motel per mangiare tutto domani mattina. Alla fine dimentichiamo, mettiamola così, i contenitori nell’auto di Ronnie… Peccato, ci sarebbe piaciuto far colazione con un piatto di spaghetti alla bolognese freddi!

Giovedì 1 maggio 2008

Ci alziamo tardi. Ci aspetta Philadelphia, ma la partenza è prevista non prima delle 10.30. Imbocchiamo l’Interstate 476 verso sud con la Saab di Ronnie. Due ore e mezza ci separano dalla città più grande della Pennsylvania e una delle più antiche degli States, fondata nel 1681 da William Penn.La città sorge sulla riva occidentale del fiume Delaware e nella parte meridionale della vastissima area urbana (quasi sei milioni di abitanti) c’è l’incrocio di tre stati: Pennsylvania, New Jersey e Delaware. L’autostrada e i suoi svincoli entrano direttamente dentro la città grazie ad un piano leggermente più basso rispetto alle vie urbane. Praticamente usciamo dall’Interstate e siamo a cento metri dal parcheggio coperto della Independence National Historic Park. A Philadelphia furono redatte sia la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, sia la Costituzione americana e il flusso turistico è prevalentemente diretto verso questa zona, controllata da Rangers così come tutti i parchi nazionali americani.

Saliti dal parcheggio siamo direttamente dentro il Visitors Center. E’ una struttura modernissima ma i suoi mattoncini rossi si accostano alla perfezione con la storica Independence Hall che vediamo di fronte a noi, inserita dall’Unesco tra i patrimoni dell’umanità. Visitiamo per prima la Liberty Bell, la campana della libertà. Ha un grande significato storico essendo un simbolo della Rivoluzione americana. L’8 luglio 1776 suonò per radunare i cittadini di Philadelphia per la lettura della Dichiarazione d’Indipendenza e la sua famosa crepa ha dato adito a tantissime leggende. L’ingresso alla stanza dov’è esposta la Liberty Bell è gratuito. Lo stesso dicasi per la visita all’Independence Hall, ma qui bisogna comunque ritirare dei biglietti al Visitors Center con stampata l’ora di ingresso. La visita è infatti guidata e limitata a piccoli gruppi alla volta, quindi occorre un biglietto. La nostra visita è programmata per le 15.15 e allora, nell’attesa, mangiamo qualcosa al fast food interno del Visitors Center.

All’ora prevista entriamo, insieme ad una quarantina di persone, nella stanza dove fu firmata la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma prima una preparatissima (e per noi purtroppo quasi completamente incomprensibile) guida ci parla brevemente del periodo storico nel quale furono firmati i due più importanti documenti della storia americana e, soprattutto, ci dice che nel luogo in cui ci troviamo nacquero, duecentotrenta anni fa, gli Stati Uniti d’America. La Dichiarazione d’Indipendenza è il documento che segna la nascita degli Stati Uniti. In essa tredici colonie britanniche della costa atlantica dell’America settentrionale dichiararono la propria indipendenza dalla madrepatria. Segnò il vero inizio della Rivoluzione americana che sette anni dopo si sarebbe conclusa con la vittoria dell’esercito di George Washington sulle forze di re Giorgio III d’Inghilterra. La Dichiarazione, redatta per la maggior parte da Thomas Jefferson, non mirò a definire una nuova forma di governo e non va quindi confusa con la Costituzione, completata nel 1787 sempre nelle stanze dove ora ci troviamo. Gli originali della Dichiarazione e della Costituzione non si trovano però a Philadelphia, bensì nella capitale Washington D.C. Chi vuole può consolarsi con le miriadi di riproduzioni in vendita nel negozio che, inevitabile come la fame, si trova alla fine di ogni percorso museale. T-shirts, tazze, grembiuli, tutti stampati con la frase “We the People…” il celebre incipit della costituzione americana. L’Independence Hall è stato il set del fortunato film con Nicolas Cage “Il Mistero dei Templari”, ma tutta la città ha fatto da sfondo a produzioni importanti come il premio oscar “Philadelphia” con Denzel Washington e Tom Hanks, “Blow Out” di Brian de Palma, “Il sesto senso” e molti altri. Il film che l’ha resa però più famosa è certamente la serie Rocky. Cinque dei sei film dedicati al pugile impersonato da Sylvester Stallone sono stati girati in questa città e la location più famosa è certamente la scala che Rocky percorre di corsa prima di arrivare in cima, girarsi e alzare le mani in segno di vittoria di fronte allo skyline di Philadelphia. Gli scalini sono quelli che portano al Philadelphia Museum of Art e sono ormai chiamati “Rocky Steps” ed è lì che siamo diretti.

Parcheggiamo la macchina all’interno della gigantesca rotonda che corre intorno al monumento a George Washington e fatto un breve tratto a piedi incontriamo la statua costruita per il film Rocky III raffigurante Stallone/Rocky. Per volere della cittadinanza è rimasta in città e ora è meta di moltissimi turisti proprio alla destra dell’inizio della scalinata. Turisti, ma anche residenti, mimano in continuazione la salita di Rocky sulla scalinata e noi non vogliamo essere da meno arrivando di corsa in cima, da dove, fra l’altro si può ammirare un splendida vista del municipio della città e del Eakins Oval, l’incrocio di strade che forma la grande rotonda della Benjamin Franklin Parkway. La scena è diventata addirittura un’icona culturale. Il canale televisivo “Entertainment” l’ha inserita al tredicesimo posto tra i “101 momenti più famosi della storia del cinema”;  durante le Olimpiadi del 1996 vi è passato il percorso della torcia olimpica e le parodie inserite in altri film non si contano. Sempre nel ’96 due giornalisti di Philadelphia ci hanno scritto anche un libro: “Rocky Stories: storie d’amore, speranza e felicità sugli scalini più famosi d’America”. Insomma un luogo divenuto mito a discapito del Philadelphia Museum of Art che fa bella mostra di sé in cima alla scalinata e che è stato al centro della disputa sul mantenimento della statua di bronzo. Lasciamo velocemente la città con l’aiuto del navigatore e riprendiamo la 476 verso nord. Una pioggia incessante ci accompagna per tutto il viaggio e quando arriviamo a Dickson City è già buio. Ci fermiamo in uno dei tanti mega supermercati, dove Catherine prende pollo e patate precotti che scalderemo nel microonde a casa di Ronnie. Sarà stata la fame, ma era tutto molto buono.

Venerdì 2 maggio 2008

Facciamo colazione in mezzo ad un gruppo di studenti della Duquesne University. Arrivano da Pittsburgh, al lato opposto della Pennsylvania rispetto a dove ci troviamo noi. Quando siamo nella hall pronti a partire arriva un sms di Mario che ci avverte che stamattina ci verranno a prendere molto tardi. Ne approfittiamo per fare un giro a piedi. Andiamo al Price Chopper a comprare una mappa della Pennsylvania nord orientale. Abbiamo ancora in testa l’idea di noleggiare, uno di questi giorni, un automobile e andarcene in giro da soli senza meta, ma non lo potremo fare, grazie all’ospitalità dei nostri amici americani. Dopo il supermercato bighelloniamo nei dintorni del motel, ma c’è veramente poco a vedere in questa zona che è molto industriale. Visitiamo anche il cimitero dall’altro lato della O’Neill Highway. La maggior parte dei nomi sulle lapidi sono italiani, a testimonianza del fortissimo flusso immigratorio tricolore. Arrivano Mario e Ronnie. La giornata è dedicata a Scranton e al suo Steamtown National Historic Site. Si trova al centro della città ed è dedicato alla ferrovia, fulcro della Scranton di inizio novecento, quando le grandi miniere di antracite utilizzavano le rotaie per trasportare la materia prima in tutto il resto del paese. Ora a Scranton non c’è più ferrovia e al posto della stazione sorge un bellissimo albergo. Prima di arrivare nel capoluogo facciamo però tappa in un garage di Dickson City dove Ronnie ci mostra orgoglioso la sua collezione di auto d’epoca. Ammiriamo una Porsche Carrera, una Porsche 944 e una favolosa Ford Mustang, ovviamente rosso fiammante. Lasciamo l’auto nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale “Steamtown”. All’interno facciamo acquisti da Abercrombie & Fitch e, soprattutto, dal curioso Steve & Barry’s dove tutto costa 8,79$, dai calzini ai piumini! Grandissimo l’assortimento di t-shirts di cui facciamo incetta. Ci prendiamo anche un piccolo trolley, dato che gli ultimi acquisti renderanno di sicuro insufficienti le valige che abbiamo in albergo. Mangiamo all’interno del centro commerciale. Nella piazzetta interna ce n’è per tutti i gusti: dalla pizza alla pasta, dalla cucina cinese a quella messicana. Spendiamo come al solito pochissimo. Il museo del treno è proprio di fianco al centro commerciale che porta lo stesso nome. Nel grande piazzale fanno bella mostra, e sono funzionanti, locomotive di tutte le età. Steamtown ha aperto i battenti nel 1995 e racconta i cento anni della storica ferrovia della contea di Lackawanna, dal 1850 al 1950. Immancabile il souvenir shop alla fine della passeggiata tra le locomotive. Dopo aver lasciato il museo, ci rechiamo alla vecchia stazione di Scranton. Merita una visita perché è diventata un albergo, ma ha mantenuto la bellezza di un tempo. L’hotel si chiama Radisson Lackawanna Station Hotel e l’interno sembra un set di un film anni ’30. Tutto è rimasto originale, dalle porte agli stucchi che ricoprono pareti e soffitti.

Torniamo a Dickson City, dove ci dicono che stasera andremo a cena a casa di Donnie il fratello di Ronnie. Questa vacanza sta diventando unica per tanti motivi e anche perché sappiamo quello che faremo… dieci minuti prima di farlo. Donnie ci viene a prendere a casa di Ronnie. Abita a Scranton e durante il viaggio ci rendiamo conto che non parla molto bene l’italiano. Stasera dovremo mettere alla prova il nostro inglese! In Cedar Avenue ci accoglie la gentilissima Renea, la compagna di Donnie. Visitiamo la casa e poco dopo arriva Kristina, la figlia di Donnie, con il marito Sam e la piccola Morgan Elizabeth. La cena di rivelerà deliziosa, ottimo il pesce, ottimo il vino, ma soprattutto ottima la compagnia dei padroni di casa. Parliamo di tutto e, incredibilmente, parliamo sempre in inglese! Anche se stanchi lasciamo a malincuore casa Refice. Donnie accompagna Mario, mentre Renea porta me e Donatella nel nostro motel di Dunmore. Ci salutiamo con un abbraccio e con la promessa di rivederci. Come vecchi amici.

Sabato 3 maggio 2008

Ci alziamo tardi. Oggi pranziamo a casa di Ronnie e Catherine ci prepara pasta al pomodoro e polpette al sugo. Ci propongono quindi di andare a Stroudsburg, cittadina situata a sud-est, nel cuore delle Pocono Mountains. Da noi sarebbero chiamate colline più che montagne dato che la cima più alta è a 820 mt, ma ci dicono che d’inverno sono perennemente innevate. Causa del fatto che la Pennsylvania, ma gli USA in generale, non ha una catena montuosa (come le nostre Alpi), che la protegge a nord contro le correnti artiche. Il primo sabato di ogni mese Stroudsburg si trasforma per la “Evening on Main”, una manifestazione in cui ogni forma di arte si riversa per le strade della bella cittadina. Ci arriviamo dopo un’ora di auto tra una nebbiolina che rende il paesaggio “montano” quasi invisibile. Parcheggiamo davanti ad uno Starbucks e, nonostante il freddo, ci prendiamo un Frappuccino, una sorta di granita di latte e caffé veramente molto buona. All’interno dello Starbucks c’è ovviamente la rete internet gratuita e collegandosi con il telefonino compare l’home page della catena di caffetteria più famosa degli States. Gli altoparlanti mandano una musica gradevole e la scritta che mi compare sul telefono è “Se ti piace la compilation Starbucks, clicca per qui per scaricarla”! Fuori dallo Starbucks c’è un gruppo jazz che suona davanti a pochissima gente, ma il freddo si fa sentire.

Il paese è pieno di gallerie d’arte. Visitiamo per primo un negozio di disegni originali di Walt Disney. Ci sono bozzetti del famoso fumettista a prezzi che vanno dai 30$ ai 1000$. Per il solo fatto che siamo entrati a far visita al loro negozio i proprietari ci offrono un bicchiere di vino. Quando si dice l’ospitalità. Proseguiamo per il marciapiede interrotto ogni tanto da artisti di strada, più che altro pittori. Entriamo in un negozio stracolmo di dischi 33 giri in vinile. Costano tutti 1$ e molti sono ormai introvabili in Italia. Solo l’ormai inesistente spazio in valigia ci blocca dall’investire una cinquantina di dollari in Led Zeppelin o Jimi Hendrix. In un paesino che conta poco più di seimila abitanti troviamo anche un negozio dedicato esclusivamente a sigari ed accessori per fumatori. C’è di tutto: dai semplici sigarini da 1$ a cubani che superano i 100$. Voltiamo l’angolo ed ecco un altro gruppo che suona. Si chiamano Ippy & the Project  e vengono dal New Jersey. Ascoltiamo un paio di cover di Neil Young e poi lasciamo Stroudsburg. Poco fuori dal paese facciamo sosta in un centro commerciale, lo Stroud Mall dove, in un Radio Shack (catena di elettronica) acquisto anch’io, dopo averne comperati per un po’ di amici a New York, il mio ipod Apple.

Invece di prendere l’autostrada, proseguiamo per la parallele Route 611. Arriviamo a Bartonsville, dove Ronnie conosce un ristorante di pesce, lo Studebaker’s. Il nome è quello di una marca di automobili nata nel 1902 e sopravvissuta fino al 1967. Ovviamente ora è un mito tra gli amanti delle auto d’epoca come Ronnie. Una Studebaker fa mostra di se davanti all’entrata e anche all’interno il locale si presenta tipico della provincia americana dove ci troviamo ora. La specialità è il pesce ed è cucinato soprattutto fritto. Ci sono calamari, scampi, aragoste, tutto servito con salse piccantissime. Ma ci sono anche le immancabili steaks, le bistecche americane. Non ci facciamo mancare niente e il resto del viaggio verso la contea di Lackawanna prosegue con il tipico silenzio che accompagna una lenta digestione.

Domenica 4 maggio 2008

E’ un giorno particolare perché incontreremo gli zii d’America. L’appuntamento è alle 12.30 al ristorante Sebastianelli’s di Jessup, così passiamo la mattinata a casa di Ronnie prima di arrivare puntuali nel piazzale del ristorante. Alle 12.50 arrivano Sam Parri e sua moglie Lucille. Sam è il figlio di Caterina, sorella di mio nonno. Ha 85 anni portati benissimo tanto che dalla sua abitazione di Bear Creek, una cinquantina di chilometri a sud di Jessup, è lui che ha guidato l’auto. Lucille tira subito fuori l’albero genealogico che avevamo spedito dall’Italia per spiegare la nostra parentela e ci fa vedere che l’ha riempito con i nomi della numerosa famiglia Parri.

Sam ha problemi di udito, ma una mente lucidissima. Il fatto impressionante è che nonostante sia nato e sempre vissuto in questo angolo d’America, riesce a dire molte frasi nell’italiano/gualdese importato da Caterina quasi cento anni fa! Entriamo al ristorante ed ecco anche Tom Cardoni. E’ con sua madre Livia, figlia dell’altra sorella di mio nonno, Ines. Le persone di cui sentivo parlare da piccolo sono lì davanti a noi. Persone mai viste, ma unite a me e Mario da una parentela molto stretta. Livia ha 91 anni e l’età sembra ormai farla da padrone. Ho portato con me una copia di una foto che Ines spedì in Italia ai suoi fratelli. Ritrae la stessa Ines, una giovane Livia e un piccolo Tom Cardoni seduti davanti alla loro casa. Dopo cinquanta anni quella foto ritorna in America. Tom ne è meravigliato. All’incontro di oggi c’è anche Giuseppina, ex moglie di Arthur, il fratello di Livia scomparso da poco. Aiuta Livia a riconoscersi nella foto e ci riesce. Giuseppina parla benissimo l’italiano, non è mai stata a Gualdo, ma snocciola cognomi gualdesi come se ci fosse stata una vita. Le lascio anche una foto dei miei nonni. Iniziamo a mangiare del buon pesce, mentre Sam ci racconta la sua vita. Ha fatto il militare nella Marina americana e ora vive in mezzo ad un bosco cacciando e spaccando legna. Dice che non ha molta fame, perché la mattina fa colazione con uova e cervo! Vuole regalarci una parte di cervo, ma gli spieghiamo che portarlo in aereo sarebbe alquanto difficile. Sam non finisce di parlare, di ridere e farci ridere. Livia non è loquace, ha i problemi di un’età molto avanzata, ma mangia patatine come una ragazzina di quindici anni. Tom ci offre il pranzo e scopriamo che tutte le domeniche, dopo la messa, si ritrovano a magiare in questo ristorante. Gli chiediamo se può accompagnarci a visitare la tomba del nostro comune bisnonno Tommaso e acconsente.

Ci congediamo dai coniugi Parri dopo le foto di rito all’esterno del ristorante, ma prima Sam ci fa promettere che andremo a trovarlo a casa sua. “Non so se ci rivedremo ancora, non mi resta molto da vivere, ma la prossima volta che verrete in America dovete essere miei ospiti. Ho camere per tutti”. Purtroppo l’abbraccio e il bacio che seguirà quella frase saranno veramente gli ultimi. Sam ci lascerà esattamente quattro mesi dopo, l’8 settembre 2008, dopo una malattia durata…. un giorno e mezzo.
Il piccolo cimitero St. John di Jessup è su un prato in discesa che guarda tutta la vallata. La pietra che segnala la tomba di Tommaso Anderlini è a terra e le scritte sono in italiano. “Nato 1861 – Morto 1937”. Eccola la tomba del nostro bisnonno, il padre che mio nonno ha conosciuto più per lettera che di persona. Lì vicine altre piccole pietre ci ricordano che sotto giacciono Ines Anderlini, la figlia di Tommaso, Angelo Angelini, il marito di Ines e il loro figlio Arthur, fratello di Livia. Arthur è l’unico ad essere venuto in visita a Gualdo Tadino, nei primi anni ottanta ed è scomparso solo da otto mesi. Scopriamo che è stato un marinaio che ha combattuto in Corea, Vietnam e II Guerra Mondiale. Con un pizzico d’orgoglio risaliamo il crinale del piccolo cimitero. Come a Dunmore, anche qui la stragrande maggioranza dei cognomi sono italiani e ne riconosciamo molti che sono tipici gualdesi. Tutti coloro che hanno contribuito a costruire questa importante fetta d’America. Giuseppina e Livia durante la nostra visita sono restate nell’auto di Tom. Ci salutiamo con un po’ di emozione e torniamo a Dickson City, dove ci aspetta un’altra riunione di parenti, quelli di Ronnie. Alle 18 arrivano infatti la famiglia di Stephanie e quella di un fratello che finora non avevamo conosciuto. Ronnie ha ancora un altro figlio, ma abita a Washington e salterà la “reunion”. Arriva anche Kristina con Morgan Elizabeth e iniziamo a cenare con pizza e frutta. Una cena leggera è quello che ci vuole dopo tutti i ristoranti visitati negli ultimi giorni. Alle 20 siamo già in albergo a conclusione di una giornata molto particolare.

Lunedì 5 maggio 2008

Oggi sarà Stephanie la nostra guida ed è suo il Laredo che parcheggia davanti al Days Inn per prenderci a bordo. L’evento principale della giornata è l’appuntamento che abbiamo a pranzo con il sindaco di West Pittston, pochi chilometri a sud di Scranton. Prima però passiamo a trovare Laura Lispi, una simpaticissima signora rimasta vedova da poco. Laura è originaria di Sassoferrato, il marito di Gualdo Tadino. Ha visitato l’Italia, ma ci racconta emozionata della promessa fatta al marito poco prima che lui morisse: tornarci. Appena saputo della presenza di Mario in città ha voluto incontrarci per offrirci un the nella sua bella casa. Lasciamo la signora Lispi e ci dirigiamo a sud verso la città gemellata con la nostra Gualdo.

West Pittston sorge a nord della Wyoming Valley; è separata da Pittston dal Susquehanna River, ma unita da due ponti che attraversano il fiume. Cambia anche la contea, che è quella di Luzerne. La cittadina americana è gemellata con Gualdo Tadino dall’ottobre del 1999, quando una delegazione guidata dall’attuale sindaco Goldsworthy, insieme a 80 residenti arrivò a Gualdo per incontrare l’allora sindaco Rolando Pinacoli. Un anno dopo, nel novembre 2000, i gualdesi ricambiarono la visita per ripetere la cerimonia nel municipio di West Pittston e firmare i documenti. Da allora Gualdo Tadino e West Pittston sono “Sister Cities”. E’ una splendida e calda giornata di sole. Dopo Pittston superiamo il Fort Jenkins Bridge, giriamo a sinistra ed ecco Bill Goldsworthy attenderci sul marciapiede di fronte al ristorante Agolino’s, insieme a Ida, una signora dall’italiano perfetto con molti parenti gualdesi che scopriremo conoscere molto bene. Il sindaco non parla invece italiano, ma si fa capire perfettamente specialmente quando esprime delusione per un certo disinteresse dell’attuale amministrazione che governa Gualdo verso le iniziative da portare avanti per un gemellaggio che sta rischiando di sopravvivere solo sulla carta.

Agolino’s è un ristorante italiano di pesce, ma dagli interni tipicamente americani, come succede spesso da queste parti. La compagnia del sindaco e della signora Ida, con i suoi ricordi italiani, è gradevole e interessante. Appena mangiato salutiamo Ida, mentre il sindaco ci porta a casa sua, una bella villetta in una zona residenziale. Qui, oltre alla bellezza dei mobili, scopriamo una raccolta di ceramica a riflesso gualdese, frutto delle sue visite all’ombra della Rocca Flea e tante immagini che lo ritraggono con lo scomparso sindaco Pinacoli. Goldsworthy è un tifoso dei New York Yankees e possiede una collezione incredibile di gadget oltre a palle da baseball originali e autografate. Anche un valore notevole, come scopriremo domani sera durante una serata molto particolare. Dopo averci offerto del buon vino rosso che, non dimentichiamocelo, in America costa quanto da noi il whisky, il sindaco ci porta a visitare il municipio di West Pittston.

La sede del governo della cittadina è una costruzione bassa circondata da un bel prato verde. All’interno uffici a vista e un angolo della sala d’aspetto dedicata al gemellaggio con Gualdo. Foto, documenti e ritagli di giornale esposti in bella vista. C’è anche il messaggio di solidarietà che il nostro comune inviò in occasione della tragedia dell’11 settembre 2001. Bill ci illustra tutto con un pizzico d’orgoglio poi ci fa visitare la sala del consiglio. “Qui, nove anni fa, fu firmato l’atto che decretò il gemellaggio tra Gualdo e West Pittston” – ci spiega il sindaco. Viene alla mente la guida che a Philadelphia ci parlò con la stessa enfasi all’interno della stanza dove fu firmata la Dichiarazione d’Indipendenza. Per lui sembra avere la stessa importanza e invidio la capacità degli americani di mostrare orgoglio per qualsiasi atto ufficiale che tocchi la Nazione. Pensiamo al nostro di municipio dove non c’è quasi traccia, perlomeno nelle zone pubbliche, dell’amicizia che lega le due città e risaliamo in auto con Stephanie mentre Bill, un buon sindaco, ci fa ciao con la mano fuori dalla sua residenza ufficiale. Torniamo verso nord. Stephanie vuole farci visitare una delle attrazioni più importanti di Scranton: il Museo dell’Antracite.

Nell’area chiamata “Lackawanna Coal Mine Tour” si possono percorrere le miniere con una visita guidata che ti porta direttamente sottoterra, oppure scegliere una più tranquilla e soprattutto calda visita al “Anthracite Heritage Museum”. Scegliamo la seconda possibilità e per 7$ dollari entriamo in un percorso molto interessante pieno di fotografie, oggetti originali e ricostruzioni fedelissime degli ambienti frequentati dai minatori. Le stanze delle povere abitazioni, l’infermeria e anche tante foto che ritraggono centinaia di lavoratori tra cui, chissà, potrebbe esserci anche qualcuno dei nostri avi. Nel souvenir shop all’uscita del museo acquistiamo un piccolo pezzo di antracite da poggiare, a ricordo, nel nostro soggiorno. Dopo una tappa ristoratrice a casa di Stephanie a Clarks Green, dove assistiamo anche alla performance pianistica di sua figlia Emily, andiamo in un Best Buy. Mario deve acquistare un hard disk e ovviamente il cambio euro/dollaro consiglia di approfittare dell’occasione. Ci troviamo di fronte all’ennesimo megastore dell’elettronica in un raggio di pochi chilometri e ci chiediamo quanti televisori, pc, ipod comprino questi americani al giorno per giustificare una tale offerta di negozi. Oppure sarà solo la proverbiale mania di grandezza che li contraddistingue? Non lo sapremo mai. Certo è che gli store sono al top dell’assortimento e anche pieni di clienti.

Dopo Best Buy andiamo tutti alla scuola elementare di Emily. L’occasione è particolare perché tutti i bambini devono presentare oggi pomeriggio gli esperimenti di Scienze. Sembra di essere in una scuola di Happy Days e l’immancabile campo di basket della palestra fa da cornice ad un’affollatissima adunata con genitori, studenti ed insegnanti. I bambini sono ognuno di fronte al proprio modello di esperimento e anche Emily si piazza davanti a quello che ha ideato insieme ad una sua compagna si scuola. Ad ogni adulto che si avvicina, gli studenti spiegano l’esperimento e il principio fisico che lo contraddistingue. Torniamo a casa di Stephanie sfiniti dalla giornata intensa. Per cena c’è quello che esce dalla griglia di RJ e si rivelerà tutto ottimo. Del resto gli americani hanno il culto del barbecue. Mangiamo hamburger, steak, mais e hot dog. Più America di così si muore! Si parla del più e del meno. Facciamo fatica a comprendere l’americano di RJ, molto stretto e veloce, ma la serata scorre via piacevolmente. Inevitabilmente il colloquio va a finire sul baseball. Nonostante la città più rappresentativa della Pennsylvania, Philadelphia, abbia la sua forte squadra di baseball, i Phillies, la stragrande maggioranza dei connazionali di RJ tifa per i New York Yankees. Gli Yankees sono un po’ come il Real Madrid nel calcio, è da sempre la squadra più ricca e titolata e vi hanno militato delle vere e proprie leggende, tra tutti Joe Di Maggio. Vista la nostra curiosità RJ lancia una proposta: perché domani sera non andiamo tutti assieme a New York ad assistere alla partita contro Cleveland? Dopo un attimo di titubanza accettiamo, consapevoli di essere di fronte ad una di quelle occasioni che la vita ti regala una volta sola. Una partita dello sport più popolare d’America e in più al mitico Yankee Stadium. Roba da non credere!

Martedì 6 maggio 2008

Anche oggi sarà Stephanie la nostra guida. La giornata che precede la partenza sarà caratterizzata dalla partita degli Yankees. In pratica stasera andremo a New York, vedremo la partita, torneremo in Pennsylvania per poi tornare nella Grande Mela domani mattina con l’autobus della Martz, che abbiamo prenotato un paio di giorni fa. Un bel tour de force, non c’è che dire! Giusto per prepararci al baseball day, Stephanie ci porta a visitare il piccolo stadio della squadra locale di Scranton che gioca in Minor League. E’ un piccolo gioiello da 7/8mila posti che si chiama PNC Fields. Entriamo. Un giardiniere annaffia il prato, mentre un altro falcia l’erba verdissima e ben curata. Quello che colpisce è la frase scolpita su una pietra posta all’esterno dello stadio. Tradotto in italiano, dice più o meno: “Comprarono un biglietto per un posto a sedere che non esisteva, in uno stadio che non era ancora costruito, per una squadra che ancora non c’era. Comprarono un biglietto. Poi scolpirono questa pietra. E il sogno divenne realtà”. E’ anche la traduzione del sogno americano, del “Yes, we can” che, grazie a Obama, troviamo scritto in tutti gli angoli dell’America che stiamo visitando in questi giorni.

Non molto lontano dallo stadio ci sono le Montage Mountain. E’ la zona sciistica della contea di Lackwanna. Le caratteristiche climatiche della zona hanno permesso di costruire il resort dove ci troviamo ora. Siamo a 400 sul livello del mare e davanti a noi vediamo piste da sci in manutenzione e, in fondo a queste, un acquapark in costruzione! La zona è anche la sede del Toyota Pavilion, una sorta di palasport che sorge a pochi metri da dove ci troviamo ora. Dando una scorsa al programma vediamo che nelle prossime settimane suoneranno lì artisti del calibro di James Taylor, Dave Mathews, Motley Cure, Kanye West e molti altri. Abbiamo ancora tempo prima della partenza, perciò, dopo una breve visita alla sede dei Boy Scouts of America (Mario è uno scout), andiamo a visitare altre bellezze naturalistiche della zona.

Il Nay Aug Park è poco fuori Scranton. E’ una zona dedicata al trekking e la principale attrazione è una casa di legno costruita in cima a degli alberi molto alti. Ci si arriva tramite un ponte, dato che l’ingresso del parco è a livello della casa. Entrandoci si gode di un’ottima vista della zona sottostante, caratterizzata da un corso d’acqua e da una serie di rapide molto belle. Scendiamo a piedi sotto la casa e facciamo un passeggiata fino alle cascate dove, ci racconta Stephanie, a causa di tuffi troppo audaci hanno purtroppo perso la vita ragazzi giovani. All’uscita del parco, anche un piccolo zoo a dir la verità molto scarno. Pranziamo seduti ai tavoli all’aperto del ristorante Street Side di Clarks Green. Insalate e fritture veloci per poi andare a casa di Stephanie per preparare la partenza per New York. Viene anche Kristina e quindi si parte con due auto. A casa Williams tutti si vestono in stile Yankees. Magliette, felpe, cappellini, mani giganti di plastica col segno della vittoria. Tutti, dalla testa ai piedi, indossano capi bianchi a strisce blu. RJ ci comunica che ha trovato dei biglietti su internet a 10$. C’è infatti un sito in cui si possono comprare dei tagliandi last minute. Partiamo alle 15,10. Io, Donatella, Mario e Perry con il SUV di RJ. Dietro, Stephanie e Emily ci seguono con l’auto di Kristina. Arriviamo a New York, quartiere Bronx, alle 17,15, due ore prima della partita. Che dietro al baseball, e agli Yankees in particolare, ci sia un business di proporzioni incredibili ce ne accorgiamo già dal prezzo del parcheggio vicino lo stadio: 17$! Facciamo un giro intorno all’enorme stadio ed è un brulicare di centinaia e centinaia di negozi che vendono tutto della squadra di baseball più titolata del mondo. Entriamo in un paio di questi ed ecco che la famiglia Williams fa incetta di altre t-shirts e cappellini. Arriviamo sotto lo Yankee stadium. La grande scritta ricorda i 26 titoli mondiali vinti dalla squadra newyorkese. Di fianco alla nostra entrata incombe il nuovo stadio. Infatti tra qualche mese il tempio del baseball americano chiuderà i battenti per far posto al più funzionale impianto, che avrà lo stesso nome.

Dopo una breve fila entriamo e dopo aver comprato un po’ di hot dog per la cena, visitiamo il Monument Park. E’ un percorso obbligato che rende omaggio ai giocatori più famosi dei “Bombers” (soprannome degli Yankees), ma anche agli ospiti più prestigiosi incluso Papa Giovanni Paolo II. Sfiliamo davanti alle targhe che ricordano i numeri di maglia che sono stati ritirati, scattiamo foto di fianco ai monumenti dedicati a Babe Ruth e Joe Di Maggio. Siamo all’altezza del campo di gioco e la vista che si gode da qui è strepitosa. C’è un via vai incredibile. Indosso una maglietta con la scritta Texas e mi ferma un ragazzo che mi chiede da dove venissi. Alla risposta “Italy” rimane stupito. Lui è di Houston e pensava di essersi imbattuto in un connazionale! Saliamo fino ai nostri posti, all’ultimo anello e qui inizia un rito imprescindibile del baseball che si protrarrà fino a quando non ci alzeremo per tornare a casa: quello del cibo. Si mangia e si beve praticamente per tutta la durata dello spettacolo. Non si possono quantificare le volte in cui i nostri amici si sono alzati per comprare popcorn, birra o hot dog!

Inizia lo show. Si, perché non c’è altra definizione per definire l’inizio di una partita di baseball. Si suona l’inno americano e tutti scattano in piedi. Migliaia di cappellini vengono tolti dalla testa e migliaia di mani vanno all’altezza del cuore. Da brividi. Subito dopo l’inno scattano le note di “Boys of Summer” di Don Henley. I cappellini riprendono il loro posto ed è tutto un battere di mani a tempo. Lo stadio si è riempito. Nella parte dove mancano le tribune si vede un Bronx al crepuscolo accendere le prime luci ed è veramente uno spettacolo assistere alla presentazione, uno per uno, degli idoli locali. Ma è soprattutto uno spettacolo assistere ad una festa per intere famiglie. Anni luce dal nostro amato/odiato calcio. Paradossalmente la parte più noiosa si rivela essere proprio la partita stessa. Il baseball è lentissimo e le regole molto difficili da imparare per chi non le conosce assolutamente. Chiedo qualche spiegazione a RJ, che parte col suo americano velocissimo a spiegarmi qualche regola. Il gioco prosegue, lento. Le partite di baseball hanno una durata media di quasi tre ore. In questo periodo di tempo si calcola che la palla resti in gioco in totale circa dieci minuti. Tra una birra e l’altra gli parlo delle cifre del nostro calcio facendo l’esempio di giocatori pagati anche cinque/sei milioni di euro l’anno. Ride. Mi indica il lanciatore sotto di noi, Santana e mi dice che nei prossimi sei anni guadagnerà più di 22 milioni di dollari a stagione! La star degli Yankees, Rodriguez, ha appena rinegoziato il suo contratto di dieci  anni a 27 milioni di dollari! Un business incredibile a cui gli americani sono ben felici di contribuire se pensiamo che un posto tra le file al livello del terreno di gioco costa 600$. E’ usanza, per la durata degli incontri, non arrivare alla fine del match, ma alzarsi prima. Così facciamo anche noi dopo il sesto inning, quando gli Indians di Cleveland, Ohio, sono in vantaggio sulla squadra di casa per 3-2. Lasciamo i nostri posti e facciamo un giro per i negozi all’interno dello stadio. RJ colleziona palle da baseball autografate ed è solito acquistarne una ogni volta che viene a New York per seguire gli Yankees. Vengono esposte in delle vetrine apposite e vendute complete di certificato di autenticità. Ne compra una alla “modica” cifra di 220$ e allora ci rendiamo conto del valore della collezione che abbiamo visto ieri a casa del sindaco di West Pittston! Acquisto una palla da baseball anch’io, ma la pesco tra quelle da 10$. Usciamo dallo stadio per dirigerci verso il parcheggio e lungo la strada ci fermiamo in una bancarella: incredibile, ma vero, i nostri amici acquistano un altro paio di cappellini targati Yankees. Ci divertiremo in seguito a fare un rapido conto e giungeremo alla conclusione che fra biglietti, benzina, t-shirt, felpe, palline autografate e cappellini, la partita degli Yankees è costata alla famiglia Williams circa 1200$!! E siamo partiti senza neanche sapere il risultato.
A mezzanotte siamo in hotel, dove salutiamo Kristina, Stephanie, RJ ringraziandoli per questi giorni fantastici.

Mercoledì 7 maggio 2008

Chissà se avremo nostalgia di questo caffé che sembra acqua, di queste colazioni così “on the road”, in compagnia di camionisti e rappresentanti del Kentucky o del Missouri? Sta di fatto che è l’ultima colazione che facciamo al Days Inn e ci dispiace parecchio. Facciamo il check out e la carta di credito viene alleggerita di 496$. In due, solo 59 dollari al giorno (circa 40 euro). Alle 9.30 arrivano Ronnie, Catherina per accompagnarci alla stazione degli autobus della Martz Trailways di Scranton. Il nostro autobus parte alle 10.30 e arriviamo con una mezzora di anticipo. Salutare Ronnie e Catherina è dura. Ci hanno ospitato e coccolato per nove giorni in una maniera commovente. E tale è anche il momento del distacco, con i due che se ne vanno con gli occhi lucidi senza girare la testa per non sbottare a piangere.

Sediamo nelle panchine all’esterno della stazione. Anche oggi è una giornata di sole stupenda. Il tempo ci ha sempre assistito in questa splendida vacanza a parte una mezza giornata di diluvio a New York. Dagli altoparlanti della stazione parte un messaggio da cui all’improvviso viene fuori la parola “Anderlini”. Ci guardiamo stupiti. L’abbiamo sentita tutti. Con Mario entriamo e andiamo verso la biglietteria per chiedere spiegazioni. Una signora ci spiega che ha chiamato un certo Samuel Parri per salutarci. “Se mi dite il suo numero di telefono ve lo chiamo” – ci dice la gentilissima signora. Rimaniamo senza parole: lo zio Sam si è ricordato della nostra partenza e ha chiamato la stazione per salutarci. Purtroppo non abbiamo il numero di Sam, ma ci proponiamo, una volta tornati in Italia, di scrivergli una lettera di ringraziamento.

Con una precisione svizzera, alle 10.30 in punto arriva il nostro pullman e sediamo sui nostri posti numerati. Sul biglietto, acquistato cinque giorni fa, c’è scritto il motto della compagnia “Life is a journey, hope you enjoy the ride”, cioè “la vita è un viaggio, speriamo che possiate godere della corsa”. Ci abbiamo provato. La puntualità nelle fermate e nell’ora di arrivo è incredibile, ma l’autobus si rivela un vero e proprio freezer! Percorriamo le quasi tre ore di viaggio con indosso i cappucci delle felpe in testa, tutti raggomitolati per non finire congelati. Il tepore della stazione a New York Port Authority è stata una delle più belle sensazioni di tutta la vacanza! In un fast food della stazione newyorkese, poco distante da Times Square, consumiamo un pasto veloce prima di cercare il pullman che dovrà portarci all’aeroporto Kennedy. Usciamo dalla stazione e sul marciapiede chiediamo ad un signore di colore dove si prendono gli autobus per gli aeroporti. Ci sorride, si indica la testa e ci dice “Secondo voi, questo che ce l’ho a fare?”. In effetti sul cappello fa bella mostra di se la scritta “JFK airport”. Facciamo il biglietto e saliamo su un pullman che, meno male, si rivela a temperatura ambiente. Il viaggio da New York al JFK dura un’ora e un quarto. Ne approfittiamo per rivedere un po’ di scorci di New York prima (Times Square, Chrysler building) e del Queens poi. Nell’immenso quartiere ad ovest di Manhattan assistiamo anche ad un arresto in diretta vicino ad un semaforo. All’aeroporto l’attesa è lunga e prima di fare il check in devono passare quasi tre ore. Una volta entrati nella zona franca, facciamo la conta dei dollari rimasti: sono pochi, cambiarli in euro non conviene e in più dobbiamo fare ancora qualche regalino. Si fa il giro dei duty free, fino a che non si rimane a secco. Il tramonto dalle finestre del JFK è eccezionale.

Durante la lunga coda per l’imbarco un gruppo di calabresi ci offre pane e salame, quanto mai gradito, data la fame che sta arrivando. Ci imbarchiamo nel sempre scomodo Boeing 777 dell’Alitalia dove ci attendono sette ore e quaranta di viaggio…

Giovedì 8 maggio 2008

Sono le 15.45 quando apriamo il portone di casa. Esausti, ma, esattamente come un anno fa, con la voglia di ripartire per qualche altra meta. Del resto, come scrive la Martz sui suoi biglietti… Life is a Journey.

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